Fondazione Beato Junipero Serra: adempimenti del 5 per mille

ADEMPIMENTI DEGLI OBBLIGHI DI TRASPARENZA E DI PUBBLICITA’

LEGGE 4 AGOSTO 2017 – ARTICOLO 1, COMMI 125-129

Soggetto ricevente:

Fondazione Beato Junipero Serra – C.F. ….. 95018870105 

Denominazione e CF soggetto erogante: Agenzia delle Entrate – CF 06363391001

Data dell’incasso: 07.08.2019

Somma incassata: 12063,01

Causale del rapporto economico: Contributo 5 per mille anno 2017

 

ELARGIZIONI RAMO ONLUS

Seminario Vescovile di Acireale: euro 2.000,00 (duemila//00).

Pontificio Seminario Regionale Pugliese “Pio XI”: euro 2000,00 (duemila//00)

Seminario Maggiore Interdiocesano di Basilicata “Giovanni Paolo II”: euro 2.000,00 (duemila//00)

Seminario Arcivescovile di Palermo “San Mimiano”: euro 4.000,00 (quattromila//00)

Seminario Arcivescovile di Taranto: euro 3.000,00 (tremila//00).

 ELARGIZIONI RAMO NON ONLUS

Seminario Vescovile di Acireale: euro 2.000,00 (duemila//00)

BORSA DI STUDIO BRAUZZI (RAMO NON ONLUS)

Seminario Vescovile di Acireale: euro 1.500,00 (millecinquecento//00).

Suora-medico da navi migranti a’trincea’ Bergamo

 

Fonte: Ansa

Suor Angela è un medico e non è la prima volta a trovarsi in ‘trincea’. Lo aveva fatto già imbarcandosi sulle navi della Guardia Costiera per soccorrere i migranti in mare. Oggi è in prima linea contro il Covid-19: coperta dalla testa ai piedi visita i malati di Bergamo che possono essere curati a casa, visto che gli ospedali sono pieni.
Suor Angela Bipendu, 46 anni, è nata a Kananga, nella Repubblica Democratica del Congo, ed arriva dalla diocesi di Luiza. Da 24 anni è una religiosa della congregazione delle Discepole del Redentore, e da 16 è in Italia dove si è laureata in medicina all’Università di Palermo. Ora è a Bergamo: “quando ho sentito che cosa stava accadendo mi sono fatta avanti”, racconta in una intervista all’ANSA. Deve bardarsi completamente e, con i dispositivi di protezione che ha a disposizione, riesce a visitare 4-5 pazienti al giorno. “Magari avessi più mezzi per proteggermi, potrei visitarne anche più malati al giorno”. “Vedo tristezza, angoscia, paura. Sono tutti in quarantena, separati dai familiari. Io mi presento sempre: dico loro che, oltre ad essere un medico, sono una suora. Do loro una parola di conforto, un segno di speranza perché sono disperati”.
Suor Angela aveva già visto la disperazione negli occhi della gente sulle navi della Guardia Costiera di soccorso ai migranti dal 2016 al 2018. “Ho curato ipotermie, ustioni. Ma ho anche assistito donne partorire” dice ricordando quell’altra emergenza che l’ha vista in prima linea come medico volontario del Corpo italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta. Lei emblema di quella ‘Chiesa in uscita’ cara a Papa Francesco.
E la religiosa pensa anche al suo Paese che appena un mese fa ha visto guarire l’ultimo paziente di ebola. “Io ero in Italia e la mia famiglia vive in una regione che non era stata toccata da questa malattia – dice riferendosi ad ebola -. Oggi mi preoccupa molto il Covid. Sento la mia famiglia e mi dice che se non moriranno di coronavirus il rischio è che moriranno di fame. E’ difficile stare 2-3 settimane, un mese a casa, in un Paese in cui si vive giorno per giorno”.
“Qui in Italia parecchi malati hanno paura che non torneranno alla vita di prima. Ma io dico sempre: la vita riprenderà, questo male così come è arrivato se ne andrà. Resteranno le ferite ma si ricomincerà”.
Nel bergamasco è ospite delle madri Canossiane ma in questi giorni vive da sola in una stanza della loro foresteria. Sono quattro le suore e sono anziane. “Non posso farle rischiare, però le vado a trovare al convento di Almé, le chiamo, dico loro di affacciarsi alla finestra. Sono contente di vedermi anche da lontano. Loro pregano per me e in fondo in questo modo è tutta la comunità ad essere impegnata in questa lotta”.(ANSA).

Il virus, le brioches e ‘il dono di ogni respiro’

Amedeo Capetti, virologo al Sacco di Milano, racconta la sua giornata tra malati e ricercatori. Il dottor Capetti è cattolico e non lo nasconde, ma è di quel genere di cattolici dotati di una fede semplice, che si comunica con gesti e parole essenziali, chiari e decisi.

20040204 – MILANO – CRO: SARS: PASSEGGERO VOLO DA PECHINO PER ACCERTAMENTI AL ‘SACCO’. Una immagine d’archivio che mostra un medico dell’ospedale Sacco di Milano durante una visita ad un paziente in isolamento per sospetti sintomi della Sars. Un passeggero di un volo proveniente da Pechino, giunto alla Malpensa oggi pomeriggio, e’ stato ricoverato all’ospedale Sacco di Milano per accertamenti connessi a presunta Sars. Il passeggero accusava febbre e attraverso il cordone sanitario a suo tempo istituito per i voli provenienti dalla Cina, e’ stato portato in ospedale per le verifiche del caso. DAL ZENNARO / ARCHIVIO/ ANSA / LI

Il «Alla mattina mi sveglio e ringrazio il Signore, poi prego per gli amici». Amedeo Capetti è un infettivologo dell’ospedale Sacco di Milano e consulente presso l’Organizzazione mondiale della sanità. Fino a ieri si occupava prevalentemente di malati di Aids (è un esperto di terapia antiretrovirale e ha in cura 650 pazienti sieropositivi per Hiv), ma ora la sua vita, come quella dell’ospedale milanese, è stata stravolta dall’emergenza coronavirus.
Capetti, di cui nei giorni scorsi abbiamo pubblicato un video a cura dell’associazione Medicina&persona, è cattolico e non lo nasconde, ma è di quel genere di cattolici dotati di una fede semplice, che si comunica con gesti e parole essenziali, chiari, decisi.
«Quando arrivo in ospedale vado in cappella, che è sempre aperta, e faccio la comunione. Poi vado al bar e compro un po’ di brioches per i pazienti. Con un pennarello scrivo sopra le confezioni un messaggio, una frase del
Vangelo o di una canzone. Stamattina, ad esempio, ho riportato un verso di una canzone di Claudio Chieffo: “Quando uno ha il cuore buono non ha più paura di niente”.
Poi le consegno agli infermieri perché le portino ai malati. È un gesto che a volte faccio con una certa goffaggine e imbarazzo, ma con cui cerco di comunicare un po’ d’affetto e di vicinanza. In una situazione come l’attuale, è importante».... Continua a leggere

Il parroco celebra Messa con le foto dei parrocchiani

Il parroco celebra Messa con le foto dei parrocchiani

autore: A.M.B. da Avvenire.it

A Robbiano di Giussano (Monza e Brianza) il parroco ha chiesto ai fedeli di mandargli una foto. Le ha stampate e messe sulle panche. Così ha celebrato domenica la Messa
Il parroco Giuseppe Corbari ha messo sui banchi della parrocchia dei Santi Quirico e Giulitta a Robbiano di Giussano (Monza e Brianza) i selfie che gli hanno inviato i parrocchiani – Ansa


Le panche sono piene, questa domenica. Ci sono le famiglie, come sempre. Ci sono molti anziani. Da soli o in coppia. C’è un ragazzo che mostra il suo disegno dell’arcobaleno, a dire fiducioso che #andratuttobene. La chiesa è animata, ma silenziosa. Un silenzio irreale.

Sì, perché don Giuseppe vede i suoi fedeli, ma non li può sentire. Celebra in comunione con loro, i volti sorridenti e partecipi, ma i parrocchiani in quel momento sono ciascuno nella propria casa. Partecipano alla Messa davanti alla televisione o in streaming su Facebook. Gli hanno inviato una fotografia, un selfie. E lui, don Giuseppe Corbari parroco a Robbiano in Brianza, le ha stampate a colori, grandi, e le ha messe ciascuna su una sedia o nel posto abituale nella panca.

Sorride il parroco, lasciandosi fotografare. Perché quando ieri ha celebrato Messa non solo i fedeli hanno forse potuto vederlo, in streaming, ma lui vedeva loro. E soprattutto perché hanno risposto numerosi all’appello, hanno scattato le foto, gliele hanno inviate.

Forse le ha chieste per sentirsi meno solo, o per ricevere e per restituire (anche attraverso la pubblicazione) un segno tangibile di vicinanza, in tempi in cui l’isolamento per la pandemia ci porta a riscoprire i legami sociali, forzatamente a distanza.

Piccoli gesti che diventano un’azione comunitaria. Come quella di “restare a casa” che tutti stiamo mettendo in atto, ciascuno facendo la propria parte. Solo così, con gesti individuali che costruiscono l’impresa corale, possiamo pensare di superare le difficoltà del tempo che stiamo vivendo.

La pietra che fiorisce

La pietra che fiorisce

dal sito: https://www.adoratrici.it

Proponiamo una riflessione sulla pandemia di suor Maria Teodora Giacobbe che ci chiama a ricostruire sull’esempio di chi oggi sta dando la vita per gli italiani. coloro che, operando nella sanità, sono in trincea, sono come fiori tra le macerie. Suor Maria Teodora fa parte delle Monache dell’Adorazione Eucaristica, comunità monastica di Adorazione perpetua fondata da suor Maria Gloria Riva, grande amica del Serra.

È mezzogiorno, dal sentimento italiano parte un applauso di ringraziamento a quanti stanno lavorando per l’Italia. Un applauso che dice unità, Patria e speranza. È davvero commovente scoprire la capacità dell’uomo di ritornare alle origine della verità di sé. L’uomo è fatto per la comunione, per l’aiuto reciproco ed è bello vedere come la creatività sia la sola risposta all’angoscia, ed in questo gli italiani sono maestri.
Un poeta calabrese cantava dell’Italia l’essere una terra di poeti, artisti e scrittori per questo capace di rialzarsi sempre! Nella terra dove Cristo ha piantato il cuore della Chiesa non può che scorrere la speranza, fiumi di speranza. Siamo uniti ad ogni cuore che grida sofferenza in questi giorni, ad ogni pensiero di preoccupazione; stiamo in ginocchio davanti al Sacramento per quanti, con più ardore di prima, lo farebbero ma non possono.
Cerchiamo attraverso dei mezzi di comunicazione di essere un segno di speranza, una presenza che consola, di permettervi di pregare con noi e di dirvi così il nostro grazie perché ci state aiutando a costruire anche la nostra storia, fatta di volti e anche di mura. Quasi un grido di speranza il nostro volere continuare a costruire, a migliorare, a rendere bello il posto in cui viviamo! Non vogliamo fermarci perché solo l’uomo che non ha Cristo si ferma e si dispera. Noi con voi vogliamo gridare ancora con più voce: Bellezza, Bellezza, Bellezza, quell’unica parola che scalda il cuore, lascia la luce negli occhi e non fa morire la speranza.
In questi giorni dove impera il motto “io resto a casa”, che per noi è quasi ovvio, abbiamo ripreso a lavorare nel nostro giardino sentendo tutta la forza e l’energia di quanti vogliono ma non possono lavorare. La primavera non si risparmia di fiorire in questo tempo di calamità e noi figli di Dio non vogliamo forse gridare al mondo intero: Cristo ha vinto la morte?
Lo facciamo costruendo perché chi verrà dopo possa riconoscere il passaggio dei figli del Risorto!
Noi preghiamo e lavoriamo, non ci fermiamo e neanche voi!

Lettera di S.E. Mons. Patron Wong ai serrani

Cari Amici del Serra Club,

All’inizio della Santa Messa di sabato, 21 marzo 2020, Papa Francesco ha voluto “ricordare le famiglie che non possono uscire di casa”. E ha manifestato la sua comprensione per loro, dicendo: “Forse l’unico orizzonte che hanno è il balcone. E lì dentro, la famiglia, con i bambini, i ragazzi, i genitori…”.

Come membri del Club Serra, condividendo con i nostri cari questo momento difficile, siamo chiamati a pregare per le famiglie, culla delle vocazioni.

Il nostro sguardo credente va oltre la “casa” e il “balcone”, e sa – anche nella fatica e nel dolore – cogliere la vocazione di ciascuno alla vita, alla fede, a un compito specifico nel mondo.

“La famiglia, con i bambini, i ragazzi, i genitori”, seppur provata in questa “situazione inedita, in cui tutto sembra vacillare” (Papa Francesco, Videomessaggio, 19 marzo 2020), è comunità di chiamati, che per ora “non possono uscire di casa”, ma per i quali Dio ha, dall’eternità, scritto un progetto di amore.

Vorremmo quindi, avere il coraggio del futuro e continuare a pregare il Padrone della messe, perché mandi operai nella sua messe.

Ma non solo. Mentre viviamo in questo periodo forme diverse di disagio – dal dramma del lutto, alle problematiche economiche e lavorative, all’isolamento doveroso per evitare la diffusione del contagio – vorremmo unire la nostra sofferenza a quella di Gesù, che contempliamo Crocifisso e Risorto.

Lo stile di fraternità, che caratterizza il nostro Club, ci unisce spiritualmente nell’invocazione e nell’offerta.

Vi ricordo tutti con grande affetto,

Jorge Carlos Patrón Wong
Arcivescovo-Vescovo emerito di Papantla
Segretario per i Seminari

Santa Pasqua 2020

“Resurrexit sicut dixit”. Cristo è veramente risorto, Alleluja!

Carissimi amici,

ci apprestiamo a vivere una Settimana Santa diversa da come avremmo voluto, non potremo partecipare alla Messa Crismale, alla Messa in Coena Domini, all’Adorazione della Croce, alla Messa delle Palme e infine alla Celebrazione della Resurrezione di Cristo, ma certamente saremo uniti tra noi e a Colui che risorgendo ci ha liberati dalla morte.

In allegato, condivido con voi le bellissime parole che il nostro Consulente Episcopale S.E. Mons. Patron Wong mi ha inviato perché ve ne facessi partecipi tutti.

Nel segno del Cristo Risorto auguro a tutti voi ed ai vostri cari di vivere in letizia ed amore la Santa Pasqua.

Enrico Mori

Signore, non lasciarci in balia della tempesta

Il Papa prega per la fine della pandemia

Di seguito il testo integrale dell’omelia pronunciata da Papa Francesco al momento di preghiera straordinario in tempo di epidemia

«Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.

 

È facile ritrovarci in questo racconto. Quello che risulta difficile è capire l’atteggiamento di Gesù. Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, proprio nella parte della barca che per prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno, fiducioso nel Padre – è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme –. Quando poi viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v. 40).

 

Cerchiamo di comprendere. In che cosa consiste la mancanza di fede dei discepoli, che si contrappone alla fiducia di Gesù? Essi non avevano smesso di credere in Lui, infatti lo invocano. Ma vediamo come lo invocano: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38). Non t’importa: pensano che Gesù si disinteressi di loro, che non si curi di loro. Tra di noi, nelle nostre famiglie, una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: “Non t’importa di me?”. È una frase che ferisce e scatena tempeste nel cuore. Avrà scosso anche Gesù. Perché a nessuno più che a Lui importa di noi. Infatti, una volta invocato, salva i suoi discepoli sfiduciati.

 

La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità.

 

Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.

 

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”.

 

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni.

È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. Davanti alla sofferenza, dove si misura il vero sviluppo dei nostri popoli, scopriamo e sperimentiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: «che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti.

 

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai.

 

Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale. Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza.

 

Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, e di solidarietà. Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza.

 

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Cari fratelli e sorelle, da questo luogo, che racconta la fede rocciosa di Pietro, stasera vorrei affidarvi tutti al Signore, per l’intercessione della Madonna, salute del suo popolo, stella del mare in tempesta. Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura» (Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi” (cfr 1 Pt 5,7).

Foto: Tgcom24

Messaggio del Santo Padre Francesco per la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA 57ª GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA PER LE VOCAZIONI (3 maggio 2020)

Le parole della vocazione

 

Cari fratelli e sorelle!

Il 4 agosto dello scorso anno, nel 160° anniversario della morte del santo Curato d’Ars, ho voluto offrire una Lettera ai sacerdoti, che ogni giorno spendono la vita per la chiamata che il Signore ha rivolto loro, al servizio del Popolo di Dio.

In quell’occasione, ho scelto quattro parole-chiave – dolore, gratitudine, coraggio e lode – per ringraziare i sacerdoti e sostenere il loro ministero. Ritengo che oggi, in questa 57ª Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, quelle parole si possano riprendere e rivolgere a tutto il Popolo di Dio, sullo sfondo di un brano evangelico che ci racconta la singolare esperienza capitata a Gesù e Pietro durante una notte di tempesta sul lago di Tiberiade (cfr Mt 14,22-33).... Continua a leggere