LA VOCAZIONE RELIGIOSA NEL PENSIERO DI DON BEATO DON FRANCESCO MOTTOLA

INTERVENTO DI DON FRANCESCO SICARI, FRATELLO MAGGIORE OBLATI SACRO CUORE, AL CONVEGNO ORGANIZZATO DAL SERRA CLUB OPPIDO MAMERTINA-PALMI IL 27 NOVEMBRE 2022, IN OCCASIONE DELLA GIORNATA DELLA FONDAZIONE BEATO JUNIPERO SERRA, SUL TEMA VOCAZIONE, DONO DI DIO

LA VOCAZIONE RELIGIOSA NEL PENSIERO DI DON BEATO DON FRANCESCO MOTTOLA

Carissimi, buonasera e grazie per avermi invitato a questo convegno per commemorare don Vincenzo Tripodi, a 10 anni dalla sua scomparsa. Non potevo non accettare il vostro invito, anche perché mi avete chiesto di parlare a voi del Beato Francesco Mottola e della sua vocazione sacerdotale vissuta in modo autentico.  

Grazie al Serra Club per il prezioso servizio che svolge per promuovere la cultura vocazionale e per la preghiera per le vocazioni di speciale consacrazione.

Porto i saluti del Vescovo Attilio Nostro e di Mons. Luigi Renzo vescovo emerito di Mileto- Nicotera – Tropea.

Vorrei iniziare questa mia riflessione, sul tema che mi è stato assegnato, con una domanda: Cos’è vocazione?

Vocazione è secondo papa Francesco ‘realizzare il sogno di Dio’. Così il Pontefice afferma nel messaggio per la 59^ Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni.

E parlando ad Assisi ai giovani riuniti, nel mese di novembre 2020, papa Francesco così afferma: “Non rinunciamo ai grandi sogni. Non accontentiamoci del dovuto perché il Signore non vuole che restringiamo gli orizzonti. Non siamo fatti per sognare le vacanze o il fine settimana, ma per realizzare i sogni di Dio in questo mondo. Egli ci ha reso capaci di sognare per abbracciare la bellezza della vita”. 

Realizzare i sogni che hanno il profumo di Dio è la strada che tutti siamo chiamati a percorrere, questa è la strada della santità. 

Con grande trepidazione, sono qui questa sera a parlare a voi dell’ultimo beato di questa nostra Chiesa Calabrese, Don Francesco Mottola, alla cui scuola di vita e di ideale ha attinto anche don Vincenzo Tripodi, che stasera voi ricordate nel decimo anniversario della sua morte.

Don Francesco Mottola è stato un giovane dai grandi orizzonti che ha saputo realizzare il grande sogno profumato dell’amore di Dio per questa porzione di terra che è stata la sua Calabria e in particolare la sua città di Tropea, dove è nato nel 1901 e dove ha concluso la sua esistenza pienamente donata a Dio e ai fratelli il 29 giugno 1969.

Il Beato Mottola ha realizzato questo sogno, perché ha saputo rispondere con entusiasmo e prontezza alla chiamata di Dio, nella scelta vocazionale del sacerdozio.

In una bellissima meditazione, tenuta alle Oblate del Sacro Cuore, riflette sulla dinamica della vocazione divina e si pone tre domande: chi chiama, come chiama e perché chiama.

Sottolinea che vocazione significa chiamata. E a chiamare è Gesù Maestro, Redentore e Santificatore. 

Maestro perché “Egli chiama con una parola di luce, con una illuminazione di anima, perché è voce del Verbo…”.

Redentore in quanto “chiama con una parola di sangue, perché Egli stesso tutto il suo sangue versò per coloro che chiama”.

Santificatore perché “ci chiama con una parola di fuoco: la parola del suo cuore divino. Egli solo sa, e ci redense e ci ama fino alla follia”.

E poi don Mottola si sofferma su questa voce di Dio che raggiunge il cuore dell’uomo per rivelare il suo progetto di amore. Scrive: “È a voce di 20 secoli or sono, la voce di ieri, di oggi e sempre. Sulle rive del lago una voce dolcissima e tremenda chiama. È dolcissima ed è tremenda, perché esige tutto da coloro che chiama alla verginità apostolica, “è una voce che dà scampo”.

È una voce che impone l’imposizione più impossibile: l’amore esclusivo è totalitario.

Don Mottola questo lo aveva ben compreso e su questo amore totalizzante per Gesù e per i fratelli ha saputo costruire e declinare la sua esistenza. Le ultime sue parole, sintesi di questa vita vissuta nella piena oblazione, sono state: Eccomi, eccomi tutto.

Al termine di questa bella meditazione che sottolinea altre e importanti dimensioni sulla realtà della vocazione, il Beato Mottola annota questo: “Sogno per la mia terra di Calabria e la sogno come la terra sperimentale del cristianesimo perfetto, e l’avremo quando qui in Calabria, ci sarà una vampa sacerdotale coronata da un alone bianco e ardente di vergini”.

Nel suo cuore si fa strada quella che poi diventerà concretamente la famiglia del Beato, gli oblati e le oblate del Sacro Cuore chiamate a realizzare la particolare vocazione di certosini e carmelitane della strada.

Questa intuizione vocazionale del Beato tropeano voleva affermare e sottolineare con forza che nella Chiesa non ci può essere azione senza contemplazione, essendo la contemplazione la sorgente autentica di ogni azione sacerdotale e di ogni anima consacrata: “Mi pare assurdo l’apostolato senza la vita interiore. Un corso d’acqua, quando si stacca dalla sorgente non feconda più, diviene palude”.

Questa amara ma vera constatazione penso che sia alla base di tante crisi, fallimenti, solitudini e angosce del prete e della vita consacrata in genere. Ma la mancanza di vita interiore credo che sia all’origine anche della crisi delle vocazioni di speciale consacrazione che oggi più che mai registriamo nelle nostre comunità e di una vita cristiana che sembra aver perso il suo smalto e la sua forza coinvolgente.

Ma dove questo sogno ha cominciato a prendere forma nel cuore e nella vita del giovane Francesco Mottola? 

Nel nostro Seminario Regionale San Pio X di Catanzaro, dove egli ha compiuto la sua formazione verso il Sacerdozio. Egli è diventato così il primo Beato di quel Seminario.

Del periodo della sua formazione, egli ne ha un ricordo grato e sereno.

Ed è meraviglioso quello che scrive sul Seminario e sui suoi compagni di quegli anni: “Dei  seminaristi si ha spesso l’idea più strana: si pensa a dei poveri giovani più o meno melensi, con il collo torto e la corona in mano”. 

“Ma bisognava vedere cosa fosse il Pio X in quei tempi. Un rogo di vampe! Giovani che rinunciavano fieramente alle sollecitazioni del mondo, perché nella morte dei sensi, si alimentasse un’idea divina, perché quest’idea divina splendesse, per il loro sacrificio nella loro terra. C’era tanta gioia in quel sacrificio e c’era tanta vita in quella gioia”.

Questa sottolineatura pone il delicato tema del discernimento vocazionale che nel seminario oggi è importante fare con estrema attenzione. 

“Stiamo formando dei ragazzi nei seminari per un mondo che non c’è e che sta cambiando. Questo non dipende dai formatori, ma dalla struttura”. Così don Fabio Rosini, direttore del Servizio per le vocazioni della diocesi di Roma alcuni mesi fa. Per fare fronte a questo cambiamento d’epoca, forse sarà necessario osare e alzare la temperatura culturale e spirituale della formazione umana e sacerdotale

Don Mottola fin da giovane seminarista era pervaso da idealità e ansie grandi: “Il passato e il futuro! Ecco il nostro motto, il nostro programma e la nostra idea. Noi non indaghiamo il passato per piagnucolarvi sopra, né per gonfiarci con inutili necrologie, a base di bolsa retorica. Non siamo gnomi né pigmei raspatori di tombe mefitiche, in cerca di supposti tesori; ma siamo uomini, nel senso più nobile della parola, siamo cristiani, siamo giovani, soprattutto giovani”. 

È un giovane carico di sentimenti esplosivi e pieno di entusiasmo: “L’entusiasmo è la poesia di ogni passione eroica. Noi come giovani, illumineremo di entusiasmo la nostra passione bruzia e sventoleremo la nostra bandiera”.

Quale bandiera? “La bandiera la chiederemo al passato, ai nostri santi, ai nostri eroi, ai pensatori nostri”. Quale santità? “Quella di Domenica, di Nilo, di Francesco. Ha l’azzurra serenità del nostro Tirreno, l’ondeggiante leggiadria dei colli nostri, il rosso acceso, non so se del sangue o dell’ardore dei martiri e dei santi nostri”.

Ed è in questo contesto che don Mottola vive il suo cammino verso il sacerdozio. Un sacerdozio vissuto in maniera radiosa di luce e di fiamma. 

Scriverà il vescovo Mons. Cribellati nel 1949: “Sono passati 25 anni ed io sono rimasto tranquillo e resto contento per averti imposto le mani”.

Nei suoi scritti, soprattutto i pensieri contenuti nel Diario dell’anima, trapela il desiderio di vivere il sacerdozio in modo pieno e autentico. “Il mio sacerdozio. Gesù, percuotimi, ma dammi un sacerdozio santo. Quell’ora sarà la più bella della mia vita: verrò a te con la corona di spine, ma col cuore ardente dal desiderio di amarti”.

Essere sacerdote di Cristo ed essere sacerdote Santo: questa è in sintesi la storia di don Mottola.

Sacerdozio e santità hanno per lui un legame inscindibile. E non una qualsiasi santità, ma una santità totale: fino alla pazzia, tutto, tutto, tutto, con l’accettazione di tutte le sofferenze che il Signore avrebbe voluto mandargli.

Ebbe sempre sotto gli occhi l’ideale di perfezione sacerdotale tracciato da p. Chevrier: “Il sacerdote è un uomo spogliato; è un uomo crocifisso; è un uomo mangiato”. E in un piccolo quadro, posto sul letto accanto al crocifisso e all’Immagine della Madonna questo programma sacerdotale viene esplicitato nei vari dettagli:

  1. la povertà del presepio: povero nell’abitazione, nel vestiario, nel cibo, nei beni, nel lavoro, nel servizio; umile di spirito, di cuore, riguardo a Dio, agli uomini e a se stesso; più si è povero e più ci si abbassa; più si glorifica Dio. 
  2. la crocifissione del Calvario: morire nel corpo, nello spirito, nella propria volontà, nella propria fama; morire alla famiglia, al mondo; immolarsi col silenzio, la preghiera, il lavoro, la penitenza, il patimento, la morte; più si è morto, più si ha la vita, più si dà la vita. 
  3. la carità del tabernacolo: dare il corpo, lo spirito, il tempo, i beni, la salute, la vita; offrire la vita per mezzo della fede, della dottrina, delle parole, delle preghiere, dei beni sacerdotali, degli esempi; bisogna diventare del buon pane per essere mangiati dagli altri.

A questi propositi, il Beato Mottola, corroborato dalla grazia attinta dall’amore all’eucarestia, al Sacro Cuore e alla Madonna, si mantenne fedele e la sua vita sacerdotale diventerà così autentica da diventare attrattiva. 

Questo a conferma che la vocazione diventa anche un’attrazione. Se il carisma e la vita di quelli che oggi ne sono i portatori e rappresentanti non è, per così dire, affascinante, vengono meno le condizioni per suscitare seguaci. Ciò era capitato già con Gesù. Gli apostoli sono rimasti legati a Lui da un’ammirazione non comune; avevano percepito la bontà che si sprigionava da Lui e perciò gli hanno domandato: «Dove abiti?» (Gv 1,38). Andando poi a stare con lui.

Tra quelli che seguirono don Mottola ci furono i giovani. Scriverà Mons. Girolamo Grillo: “Don Mottola era sempre circondato da un gruppo di giovani studenti, che aveva costituito in circolo di Azione Cattolica. Li veniva plasmando con la parola e lo spirito. Ci fu allora qualcuno che, vendendolo camminare la sera con quei giovani, disse che gli sembrava di vedere nostro Signore tra i suoi primi discepoli”. 

E don Carmine Cortese annota che “fu tra questo fiorire di anime giovanili che venne gettato il seme della San Vincenzo, che più tardi doveva sbocciare nelle case della carità”.

E gli incontri che egli aveva con i giovani studenti tropeani non erano sul piano dei soliti dibattiti culturali, ma riflettevano il suo cuore sacerdotale, la fiamma sempre splendente della carità di Cristo.

Ma certamente il momento più alto del suo servizio vocazionale furono gli anni di Rettore del Seminario Vescovile di Tropea dal 1929 al 1942.

Così lo ricorderà quel periodo Mons. Francesco Pugliese: “Rettore del Seminario, sapeva educare anche con la sola presenza. Il seminario era diventato centro di attrazione, d’irradiazione e di vita per molte anime”.

Nella rivista Parva Favila del 1934, don Mottola invita tutti a pregare, offrire e soffrire per il dono delle vocazioni. “Lo so, la vocazione è opera di Dio, ma noi non abbiamo il dovere di cooperare alle chiamate divine? Perciò preghiamo, offriamo il nostro piccolo obolo per le vocazioni povere, soffriamo perché il Signore mandi operai nella sua messe. Pregare, offrire, patire, è la trilogia che offro nella Pentecoste fiammeggiante alle anime migliori. Pregare, perché lo disse il Maestro, quando dall’angolo di Palestina, guardava con occhio triste, il mondo intero, mareggiante di messe matura, ma senza operai. Offrire perché non c’è carità migliore di quella, che va verso Cristo stesso, vivente nei suoi sacerdoti. Patire perché le grazie divine bisogna pagarle con il sangue. Quando tra qualche decennio la nostra regione sarà un giardino fiorito di anime e il sole brucerà più forte e il Cristo regnerà nei cuori, il merito sarà anche vostro. Noi intanto preghiamo incessantemente: Signore mandaci dei Santi, è tanto tempo che non ce ne mandi Signore!”. 

Questa preghiera sgorgata dal suo cuore è stata esaudita in maniera sorprendente: nel 2021 la Chiesa lo ha elevato agli onori degli altari e tra i Beati invocati ora c’è anche lui.

Mi piace concludere, con le parole del Cardinale Semeraro nell’omelia della Beatificazione:

    La beatificazione di don Mottola conforta il clero, perché si tratta di un sacerdote ed oggi tutti noi sentiamo vivo il bisogno di preti che diffondono non il loro (che alla fine potrebbe risultare nauseante), ma «il buon profumo di Cristo» (2Cor 2,15). Egli è pure il primo ex-alunno del Pontificio Seminario Regionale di Catanzaro «Pio X» ad essere elevato agli onori dell’altare. Sia modello per tutti i nostri seminaristi.

    La beatificazione di don Mottola conforta la vita consacrata: egli fu fondatore degli Oblati, che chiamava i certosini della strada, e delle Oblate, che amava indicare come le carmelitane della strada. Tutti egli li mise alla ricerca e alla accoglienza di chi è emarginato; di quelli che, per usare il linguaggio di Papa Francesco, sono gli «scarti dell’umanità». Essere «scartati» è ben più doloroso dell’essere povero!

    Questa beatificazione conforta la stessa Chiesa, che è capace di portare la gioia del vangelo soltanto se è «madre di santi». 

 

Delianuova, 27/11/2022

don Francesco Sicari OSC

fratello maggiore dei sacerdoti oblati del Sacro Cuore