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La Comunità monastica di Siloe

 

Chi siamo e la nostra storia

Siamo una piccola comunità di monaci (attualmente otto) che seguono la Regola di San Benedetto, giunti nella Diocesi di Grosseto nel 1996.

Nel 1997 la comunità è stata eretta canonicamente come Associazione pubblica di fedeli dall’allora vescovo mons. Giacomo Babini.

L’arrivo in questa terra di Maremma è stato del tutto fortuito o meglio provvidenziale: una benefattrice è venuta a conoscenza che stavamo cercando un luogo dove poter vivere la nostra esperienza monastica e ha donato per questo scopo un proprio terreno, chiamato Le Piscine, nella località di Sasso d’Ombrone.

Da tale nome, che indica la presenza di una sorgente d’acqua, è nato anche il nome della Comunità, con il riferimento alla piscina di Siloe a Gerusalemme, menzionata sia nell’Antico che nel Nuovo Testamento.

L’acqua di tale piscina, che assicurava il rifornimento idrico alla città anche in caso di assedio grazie ad un canale fatto scavare nella roccia dal re Ezechia prima del 701 a.C., era considerata un segno della protezione di Dio sulla città; e così è stato per noi che abbiamo ricevuto provvidenzialmente questa donazione.

È così iniziato il cammino di questa nostra piccola comunità che si inserisce nel solco millenario della tradizione monastica benedettina e che cerca di cogliere quegli elementi spirituali che possono essere più significativi per gli uomini e le donne del nostro tempo. In effetti, la spiritualità monastica, ancorata saldamente alla ‘ricerca di Dio’, ha espresso nei secoli e nei diversi contesti sociali e culturali varie forme di vita comunitaria e fecondato positivamente le realtà umane.

Dalla Regola di San Benedetto, ci vengono due indicazioni che sinteticamente possono riassumere il nostro cammino e che ne costituiscono i poli: l’interiorità e la comunione fraterna. Significativamente, la Regola inizia con un tu «Ascolta o figlio gli insegnamenti… » (prol. 1) e termina con il noi «Ci conduca tutti alla vita eterna…» (cap. 73).

Il monaco, oltre ad avere la fondamentale relazione con Dio nella preghiera personale e comunitaria, vive nel monastero come avvolto da un fascio di relazioni orizzontali che si esplicitano in precisi atteggiamenti verso l’altro: ascolto, obbedienza reciproca, stima, aiuto, disponibilità, affetto disinteressato (cfr cap. 72 della Regola).

Tutto questo può diventare una precisa proposta per l’uomo di oggi sempre più individualista e quasi incapace di quelle relazioni profonde, vere e vivificanti che ci costituiscono come persone. Protagonista di questo cammino di ‘umanizzazione’ è ogni singolo monaco che parte non già da una situazione ottimale ma da una condizione di limite e di peccato: San Benedetto più volte nella Regola parla dei monaci come pecore malate, bisognose delle cure dell’abate e non teme di mettere in evidenza le loro mancanze. Assumere la propria condizione di fragilità è quindi il primo passo del lungo cammino che porta alla libertà dei figli di Dio. La conoscenza di sé è quindi uno dei tratti più caratteristici della spiritualità monastica che vede nell’interiorità la dimensione costitutiva dell’esperienza di fede. Interiorità che significa liberarsi dalle sovrastrutture, sfuggire dalla tirannia della superficialità e dell’apparenza, passare dal superfluo all’essenziale e dalle molte voci al silenzio, diventare capaci di vigilanza per vivere in pienezza ogni momento e non subire passivamente gli eventi ascoltando la voce dello Spirito.

 Al servizio della Chiesa

Questi percorsi spirituali diventano quindi una proposta che si concretizza nell’ospitalità. Siamo infatti lieti di condividere la nostra esperienza con chi desidera trascorrere qualche giorno nel nostro monastero, unendosi alla nostra preghiera comunitaria, in un clima di sobrietà e silenzio e con la possibilità di colloqui e accompagnamento spirituale.

Sin dal 1996, i monaci hanno anche la cura di tre piccole parrocchie oltre a diversi incarichi a livello diocesano.

Ora et labora

La vita nel monastero si struttura sui due pilastri tradizionali: preghiera e lavoro. La Liturgia delle Ore viene celebrata comunitariamente e ciascuno definisce i propri tempi per la preghiera personale.

Per il sostentamento, i monaci si occupano direttamente della conduzione di una piccola azienda agricola biologica con la coltivazione di olivi (2300 piante), vite, peperoncino, zafferano, legumi e cereali. In questi anni, molte energie sono state impegnate per il recupero di terreni abbandonati e ora tornati in produzione. Nei nostri campi, è stato realizzato anche il Giardino laudato si’ con un percorso adatto a catechesi itineranti oltre che per gustare la bellezza del creato.

Il nuovo monastero

Da secoli, la Diocesi di Grosseto era priva di una presenza monastica e non esistono neppure antiche strutture da restaurare per la vita di una comunità. Sin da subito, è nato quindi il progetto di costruire un nuovo monastero.

Questa ‘avventura’ è iniziata nel 2000 con la trasformazione di un vecchio ovile nella Cappella del Pellegrino dedicata alla SS. Trinità. Nel 2002 sono iniziati i lavori per la costruzione di un primo lotto, lavori terminati nel 2005 con l’insediamento dei monaci.

Il progetto del monastero riprende la pianta delle abbazie cistercensi, reinterpreta con linee architettoniche contemporanee e con i criteri della bioarchitettura, con particolare attenzione alle fonti energetiche rinnovabili.

Successivamente sono stati realizzati il lato sud con una sala conferenza e la biblioteca e l’Eremo dei Santi: quattro celle per l’ospitalità.

Un ulteriore passo, fondamentale e impegnativo, è la realizzazione della chiesa e l’ultimazione del monastero con altri spazi per l’ospitalità: solo l’aiuto della Provvidenza con il sostegno di tanti benefattori renderà possibile l’ultimazione di questa opera a gloria di Dio.

Mons. Stefano Rega nominato Vescovo della Diocesi di San Marco Argentano (CS)

 

La bella notizia, pubblicata sul bollettino vaticano il 10 dicembre u.s., è stata resa nota dal Vescovo di Aversa Mons. Spinillo al clero diocesano ed in contemporanea dal Vescovo Bonanno nella cattedrale della diocesi di San Marco-Scalea. In ambedue le Diocesi, una grande gioia! Benchè nella Diocesi aversana ( e non solo) don Stefano venisse indicato prossimo Vescovo, per aver il Papa nominato due vescovi in rapida successione, si pensava che sarebbe passato del tempo, invece a distanza di otto giorni dalla precedente nomina, la sua elezione . Grandi doni dello Spirito Santo, la mia Diocesi ha dato al servizio della Chiesa italiana ben tre Vescovi in un anno, ottimi sacerdoti secondo il cuore di Cristo, coetanei e formati nel Seminario di Napoli, che hanno ricoperto vari incarichi diocesani, con tanti frutti! Dei tre, don Stefano ha nel suo curriculum un merito speciale: Cappellano del Serra club Aversa dal 2003 al 2022, un lungo arco di tempo in cui ha guidato la formazione spirituale dei soci serrani, in modo amichevole e premuroso, considerandoci famiglia del Seminario e integrandoci appieno nella formazione umanistica dei giovani in cammino, assicurando la sua presenza anche nelle vite personali di ciascuno di noi, celebrando le nozze dei nostri figli. Don Stefano ha partecipato da invitato a quasi tutti i consigli nazionali, nelle presidenze nazionali di epoca pre-covid, alla convention internazionale, alla proclamazione di Junipero Serra Santo a Washington nel 2015. Il distintivo sul bavero della giacca l’ha portato con onore , sentendosi pienamente coinvolto nella missione serrana come parte necessaria e complementare della formazione vocazionale dei giovani seminaristi e degli studenti degli istituti superiori periodicamente incontrati per il concorso scolastico. Don Stefano ha un carattere affabile, un grande equilibrio emotivo, è sempre sorridente e fiducioso e, nel tratto umano, si rispecchia il volto della sua vocazione sacerdotale, nata in famiglia ed in parrocchia, accompagnata da sacerdoti di grande carità, sostenuta da un enorme numero di fedeli amici sostenitori della sua carica impetuosa nel cercare e realizzare reti con gli organismi cittadini al fine di mettere al centro il sogno di Dio, quei giovani alla ricerca di senso, di testimoni credibili e di riferimento, di accompagnatori della loro crescita spirituale . Un elemento costitutivo del suo ministero sacerdotale è sempre il binomio “fede e cultura”, perseguito con metodica tenacia, nella convinzione che si debba condurre i giovani ad ampi orizzonti, con la conoscenza del momento presente narrato da scrittori, musicisti, artisti , biblisti che hanno un impatto immediato sull’ attenzione, talvolta più di un’omelia confezionata. Questo stakanovismo vocazionale, che gli viene ampiamente riconosciuto, lo ha condotto fino all’elezione di Vescovo! Nei prossimi mesi lascerà la diocesi di Aversa, che lo ha generato al sacerdozio, per raggiungere la diocesi calabrese, in cui avrà modo di farsi conoscere ed apprezzare ed in cui lavorerà con entusiasmo in obbedienza al Papa Francesco che lo ha nominato ed al Vescovo Angelo Spinillo che lo ordinerà, come Padre verso cui don Stefano nutre sentimenti di filiale rispetto ed affetto. Superfluo accennare alla gioia dirompente di noi serrani, un cuore in trepidante commozione fino alle lacrime, un susseguirsi di ricordi e di emozioni come attestato di stima affettuosa, nella certezza che saremo sempre suoi amici, anche se a distanza, e che continueremo a pregare per la sua vocazione e per il ministero episcopale, come spesso ci ha esortato, rimanendo tenaci e costanti nella preghiera e nell’affidamento a Maria, madre delle vocazioni. A Mons. Stefano Rega ora S.E.R, l’augurio di ogni bene per un fecondo ministero episcopale in terra calabrese perché sia fulgido esempio di limpida vocazione al servizio del popolo di Dio in ogni contesto, con la gentile tenacia e determinazione a portare il Vangelo ovunque lo Spirito Santo gli suggerirà i passi. Buon cammino e, con San Junipero, andrai “sempre avanti”, perché tu sei gioia che produce entusiasmo.

Maria Luisa Coppola

Convegno Nazionale Vocazioni a Roma dal 3 al 5 gennaio 2023

Con questa immagine papa Francesco racconta ai giovani della Chiesa, di come è e di come è chiamata a diventare, imparando gli uni dagli altri a tessere quella rete di relazioni tra le persone nella quale lo Spirito riversa i suoi svariati doni. Questo il tema del prossimo Convegno Nazionale Vocazioni che ci vedrà riuniti nuovamente in presenza dal 3 al 5 gennaio (come di consueto) presso TH Carpegna Palace (ex Domus Mariae) a Roma, in via Aurelia 481. 

Le due edizioni scorse, vissute negli anni del lockdown e delle restrizioni dovute alla pandemia ci hanno offerto la possibilità di raggiungere e coinvolgere tanti e tante che per molti motivi non possono partecipare ai lavori in presenza: comunità di vita monastica, amici e amiche di altri Paesi anche extraeuropei, gruppi parrocchiali o diocesani che hanno voluto riunirsi per confrontarsi sulla vocazione. 

Se da una parte il Convegno 2023 sarà occasione per ritrovarsi insieme non vogliamo perdere la possibilità di coinvolgere anche tutti questi altri (e sono davvero tanti) e altri ancora che potremo invitare. Così, i nostri lavori saranno strutturati perché tutti possano partecipare attivamente, sia in presenza che online. Il Convegno del 2020 ci ha insegnato a lavorare insieme in maniera sinodale e su questo metodo vogliamo proseguire. 

Clicca per leggere la lettera di don Michele Gianola ai serrani

Se vuoi, puoi già iscriverti seguendo questo link.  

Qui di seguito, il programma dettagliato:

 

Programma

martedì 3 gennaio 2023

ore 15.30 Introduzione
don Michele Gianola, direttore dell’Ufficio Nazionale per la pastorale delle Vocazioni, CEI
padre Marco Vianelli, direttore dell’Ufficio Nazionale per la pastorale della famiglia, CEI

ore 16.00 Lectio biblica
Barbara e Stefano Rossi, collaboratori dell’Ufficio Nazionale per la pastorale della famiglia, CEI

ore 16.30 Lavoro personale

ore 16.45 «Un meraviglioso poliedro» (ChV 207). Accompagnare le vocazioni nella pluralità delle loro forme
S. Em. card. Oscar Cantoni, Vescovo di Como

Ore 17.15 Lavoro personale

Ore 17.30 Lavoro a gruppi

Ore 18.00 «Imparare gli uni dagli altri» (ChV 207). Una proposta di metodo per un lavoro sinodale
don Carlo Tartari, Vicario per la pastorale della diocesi di Brescia

Ore 18.30 Celebrazione eucaristica

Ore 20.00 Cena

 

mercoledì 4 gennaio 2023

ore 9.00 Lectio biblica

ore 9.30 «La Chiesa comunione di diverse vocazioni»
prof. Vitali don Dario, docente di ecclesiologia presso la Pontificia Università Gregoriana

ore 10.15 Tavoli di lavoro

ore 12.15 Sintesi in assemblea

ore 13.00 Pranzo

ore 15.30 Introduzione
don Michele Gianola, p. Marco Vianelli

ore 16.00 «Ascoltare, rispondere, raccontare»
Laboratori in tavoli di lavoro con spunti di attivazione offerti da:
prof. Giovanni Miselli, psicologo e psicoterapeuta;
prof.ssa Elena Granata, docente di urbanistica al Politecnico di Milano;
dott. Luca Streri, ricercatore e giornalista.

ore 18.00 Sintesi

ore 19.00 Celebrazione Eucaristica

ore 20.00 Cena

ore 21.30 Veglia di preghiera

 

giovedì 5 gennaio 2023

ore 9.00 Lectio biblica

ore 9.30 «Le Chiese d’Italia in cammino sinodale»
S.E.R. Mons. Giuseppe Baturi, Arcivescovo di Cagliari, Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana

ore 11.00 Tavola rotonda

ore 12.00 Celebrazione eucaristica

 

 

LA VOCAZIONE RELIGIOSA NEL PENSIERO DI DON BEATO DON FRANCESCO MOTTOLA

INTERVENTO DI DON FRANCESCO SICARI, FRATELLO MAGGIORE OBLATI SACRO CUORE, AL CONVEGNO ORGANIZZATO DAL SERRA CLUB OPPIDO MAMERTINA-PALMI IL 27 NOVEMBRE 2022, IN OCCASIONE DELLA GIORNATA DELLA FONDAZIONE BEATO JUNIPERO SERRA, SUL TEMA VOCAZIONE, DONO DI DIO

LA VOCAZIONE RELIGIOSA NEL PENSIERO DI DON BEATO DON FRANCESCO MOTTOLA

Carissimi, buonasera e grazie per avermi invitato a questo convegno per commemorare don Vincenzo Tripodi, a 10 anni dalla sua scomparsa. Non potevo non accettare il vostro invito, anche perché mi avete chiesto di parlare a voi del Beato Francesco Mottola e della sua vocazione sacerdotale vissuta in modo autentico.  

Grazie al Serra Club per il prezioso servizio che svolge per promuovere la cultura vocazionale e per la preghiera per le vocazioni di speciale consacrazione.

Porto i saluti del Vescovo Attilio Nostro e di Mons. Luigi Renzo vescovo emerito di Mileto- Nicotera – Tropea.

Vorrei iniziare questa mia riflessione, sul tema che mi è stato assegnato, con una domanda: Cos’è vocazione?

Vocazione è secondo papa Francesco ‘realizzare il sogno di Dio’. Così il Pontefice afferma nel messaggio per la 59^ Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni.

E parlando ad Assisi ai giovani riuniti, nel mese di novembre 2020, papa Francesco così afferma: “Non rinunciamo ai grandi sogni. Non accontentiamoci del dovuto perché il Signore non vuole che restringiamo gli orizzonti. Non siamo fatti per sognare le vacanze o il fine settimana, ma per realizzare i sogni di Dio in questo mondo. Egli ci ha reso capaci di sognare per abbracciare la bellezza della vita”. 

Realizzare i sogni che hanno il profumo di Dio è la strada che tutti siamo chiamati a percorrere, questa è la strada della santità. 

Con grande trepidazione, sono qui questa sera a parlare a voi dell’ultimo beato di questa nostra Chiesa Calabrese, Don Francesco Mottola, alla cui scuola di vita e di ideale ha attinto anche don Vincenzo Tripodi, che stasera voi ricordate nel decimo anniversario della sua morte.

Don Francesco Mottola è stato un giovane dai grandi orizzonti che ha saputo realizzare il grande sogno profumato dell’amore di Dio per questa porzione di terra che è stata la sua Calabria e in particolare la sua città di Tropea, dove è nato nel 1901 e dove ha concluso la sua esistenza pienamente donata a Dio e ai fratelli il 29 giugno 1969.

Il Beato Mottola ha realizzato questo sogno, perché ha saputo rispondere con entusiasmo e prontezza alla chiamata di Dio, nella scelta vocazionale del sacerdozio.

In una bellissima meditazione, tenuta alle Oblate del Sacro Cuore, riflette sulla dinamica della vocazione divina e si pone tre domande: chi chiama, come chiama e perché chiama.

Sottolinea che vocazione significa chiamata. E a chiamare è Gesù Maestro, Redentore e Santificatore. 

Maestro perché “Egli chiama con una parola di luce, con una illuminazione di anima, perché è voce del Verbo…”.

Redentore in quanto “chiama con una parola di sangue, perché Egli stesso tutto il suo sangue versò per coloro che chiama”.

Santificatore perché “ci chiama con una parola di fuoco: la parola del suo cuore divino. Egli solo sa, e ci redense e ci ama fino alla follia”.

E poi don Mottola si sofferma su questa voce di Dio che raggiunge il cuore dell’uomo per rivelare il suo progetto di amore. Scrive: “È a voce di 20 secoli or sono, la voce di ieri, di oggi e sempre. Sulle rive del lago una voce dolcissima e tremenda chiama. È dolcissima ed è tremenda, perché esige tutto da coloro che chiama alla verginità apostolica, “è una voce che dà scampo”.

È una voce che impone l’imposizione più impossibile: l’amore esclusivo è totalitario.

Don Mottola questo lo aveva ben compreso e su questo amore totalizzante per Gesù e per i fratelli ha saputo costruire e declinare la sua esistenza. Le ultime sue parole, sintesi di questa vita vissuta nella piena oblazione, sono state: Eccomi, eccomi tutto.

Al termine di questa bella meditazione che sottolinea altre e importanti dimensioni sulla realtà della vocazione, il Beato Mottola annota questo: “Sogno per la mia terra di Calabria e la sogno come la terra sperimentale del cristianesimo perfetto, e l’avremo quando qui in Calabria, ci sarà una vampa sacerdotale coronata da un alone bianco e ardente di vergini”.

Nel suo cuore si fa strada quella che poi diventerà concretamente la famiglia del Beato, gli oblati e le oblate del Sacro Cuore chiamate a realizzare la particolare vocazione di certosini e carmelitane della strada.

Questa intuizione vocazionale del Beato tropeano voleva affermare e sottolineare con forza che nella Chiesa non ci può essere azione senza contemplazione, essendo la contemplazione la sorgente autentica di ogni azione sacerdotale e di ogni anima consacrata: “Mi pare assurdo l’apostolato senza la vita interiore. Un corso d’acqua, quando si stacca dalla sorgente non feconda più, diviene palude”.

Questa amara ma vera constatazione penso che sia alla base di tante crisi, fallimenti, solitudini e angosce del prete e della vita consacrata in genere. Ma la mancanza di vita interiore credo che sia all’origine anche della crisi delle vocazioni di speciale consacrazione che oggi più che mai registriamo nelle nostre comunità e di una vita cristiana che sembra aver perso il suo smalto e la sua forza coinvolgente.

Ma dove questo sogno ha cominciato a prendere forma nel cuore e nella vita del giovane Francesco Mottola? 

Nel nostro Seminario Regionale San Pio X di Catanzaro, dove egli ha compiuto la sua formazione verso il Sacerdozio. Egli è diventato così il primo Beato di quel Seminario.

Del periodo della sua formazione, egli ne ha un ricordo grato e sereno.

Ed è meraviglioso quello che scrive sul Seminario e sui suoi compagni di quegli anni: “Dei  seminaristi si ha spesso l’idea più strana: si pensa a dei poveri giovani più o meno melensi, con il collo torto e la corona in mano”. 

“Ma bisognava vedere cosa fosse il Pio X in quei tempi. Un rogo di vampe! Giovani che rinunciavano fieramente alle sollecitazioni del mondo, perché nella morte dei sensi, si alimentasse un’idea divina, perché quest’idea divina splendesse, per il loro sacrificio nella loro terra. C’era tanta gioia in quel sacrificio e c’era tanta vita in quella gioia”.

Questa sottolineatura pone il delicato tema del discernimento vocazionale che nel seminario oggi è importante fare con estrema attenzione. 

“Stiamo formando dei ragazzi nei seminari per un mondo che non c’è e che sta cambiando. Questo non dipende dai formatori, ma dalla struttura”. Così don Fabio Rosini, direttore del Servizio per le vocazioni della diocesi di Roma alcuni mesi fa. Per fare fronte a questo cambiamento d’epoca, forse sarà necessario osare e alzare la temperatura culturale e spirituale della formazione umana e sacerdotale

Don Mottola fin da giovane seminarista era pervaso da idealità e ansie grandi: “Il passato e il futuro! Ecco il nostro motto, il nostro programma e la nostra idea. Noi non indaghiamo il passato per piagnucolarvi sopra, né per gonfiarci con inutili necrologie, a base di bolsa retorica. Non siamo gnomi né pigmei raspatori di tombe mefitiche, in cerca di supposti tesori; ma siamo uomini, nel senso più nobile della parola, siamo cristiani, siamo giovani, soprattutto giovani”. 

È un giovane carico di sentimenti esplosivi e pieno di entusiasmo: “L’entusiasmo è la poesia di ogni passione eroica. Noi come giovani, illumineremo di entusiasmo la nostra passione bruzia e sventoleremo la nostra bandiera”.

Quale bandiera? “La bandiera la chiederemo al passato, ai nostri santi, ai nostri eroi, ai pensatori nostri”. Quale santità? “Quella di Domenica, di Nilo, di Francesco. Ha l’azzurra serenità del nostro Tirreno, l’ondeggiante leggiadria dei colli nostri, il rosso acceso, non so se del sangue o dell’ardore dei martiri e dei santi nostri”.

Ed è in questo contesto che don Mottola vive il suo cammino verso il sacerdozio. Un sacerdozio vissuto in maniera radiosa di luce e di fiamma. 

Scriverà il vescovo Mons. Cribellati nel 1949: “Sono passati 25 anni ed io sono rimasto tranquillo e resto contento per averti imposto le mani”.

Nei suoi scritti, soprattutto i pensieri contenuti nel Diario dell’anima, trapela il desiderio di vivere il sacerdozio in modo pieno e autentico. “Il mio sacerdozio. Gesù, percuotimi, ma dammi un sacerdozio santo. Quell’ora sarà la più bella della mia vita: verrò a te con la corona di spine, ma col cuore ardente dal desiderio di amarti”.

Essere sacerdote di Cristo ed essere sacerdote Santo: questa è in sintesi la storia di don Mottola.

Sacerdozio e santità hanno per lui un legame inscindibile. E non una qualsiasi santità, ma una santità totale: fino alla pazzia, tutto, tutto, tutto, con l’accettazione di tutte le sofferenze che il Signore avrebbe voluto mandargli.

Ebbe sempre sotto gli occhi l’ideale di perfezione sacerdotale tracciato da p. Chevrier: “Il sacerdote è un uomo spogliato; è un uomo crocifisso; è un uomo mangiato”. E in un piccolo quadro, posto sul letto accanto al crocifisso e all’Immagine della Madonna questo programma sacerdotale viene esplicitato nei vari dettagli:

  1. la povertà del presepio: povero nell’abitazione, nel vestiario, nel cibo, nei beni, nel lavoro, nel servizio; umile di spirito, di cuore, riguardo a Dio, agli uomini e a se stesso; più si è povero e più ci si abbassa; più si glorifica Dio. 
  2. la crocifissione del Calvario: morire nel corpo, nello spirito, nella propria volontà, nella propria fama; morire alla famiglia, al mondo; immolarsi col silenzio, la preghiera, il lavoro, la penitenza, il patimento, la morte; più si è morto, più si ha la vita, più si dà la vita. 
  3. la carità del tabernacolo: dare il corpo, lo spirito, il tempo, i beni, la salute, la vita; offrire la vita per mezzo della fede, della dottrina, delle parole, delle preghiere, dei beni sacerdotali, degli esempi; bisogna diventare del buon pane per essere mangiati dagli altri.

A questi propositi, il Beato Mottola, corroborato dalla grazia attinta dall’amore all’eucarestia, al Sacro Cuore e alla Madonna, si mantenne fedele e la sua vita sacerdotale diventerà così autentica da diventare attrattiva. 

Questo a conferma che la vocazione diventa anche un’attrazione. Se il carisma e la vita di quelli che oggi ne sono i portatori e rappresentanti non è, per così dire, affascinante, vengono meno le condizioni per suscitare seguaci. Ciò era capitato già con Gesù. Gli apostoli sono rimasti legati a Lui da un’ammirazione non comune; avevano percepito la bontà che si sprigionava da Lui e perciò gli hanno domandato: «Dove abiti?» (Gv 1,38). Andando poi a stare con lui.

Tra quelli che seguirono don Mottola ci furono i giovani. Scriverà Mons. Girolamo Grillo: “Don Mottola era sempre circondato da un gruppo di giovani studenti, che aveva costituito in circolo di Azione Cattolica. Li veniva plasmando con la parola e lo spirito. Ci fu allora qualcuno che, vendendolo camminare la sera con quei giovani, disse che gli sembrava di vedere nostro Signore tra i suoi primi discepoli”. 

E don Carmine Cortese annota che “fu tra questo fiorire di anime giovanili che venne gettato il seme della San Vincenzo, che più tardi doveva sbocciare nelle case della carità”.

E gli incontri che egli aveva con i giovani studenti tropeani non erano sul piano dei soliti dibattiti culturali, ma riflettevano il suo cuore sacerdotale, la fiamma sempre splendente della carità di Cristo.

Ma certamente il momento più alto del suo servizio vocazionale furono gli anni di Rettore del Seminario Vescovile di Tropea dal 1929 al 1942.

Così lo ricorderà quel periodo Mons. Francesco Pugliese: “Rettore del Seminario, sapeva educare anche con la sola presenza. Il seminario era diventato centro di attrazione, d’irradiazione e di vita per molte anime”.

Nella rivista Parva Favila del 1934, don Mottola invita tutti a pregare, offrire e soffrire per il dono delle vocazioni. “Lo so, la vocazione è opera di Dio, ma noi non abbiamo il dovere di cooperare alle chiamate divine? Perciò preghiamo, offriamo il nostro piccolo obolo per le vocazioni povere, soffriamo perché il Signore mandi operai nella sua messe. Pregare, offrire, patire, è la trilogia che offro nella Pentecoste fiammeggiante alle anime migliori. Pregare, perché lo disse il Maestro, quando dall’angolo di Palestina, guardava con occhio triste, il mondo intero, mareggiante di messe matura, ma senza operai. Offrire perché non c’è carità migliore di quella, che va verso Cristo stesso, vivente nei suoi sacerdoti. Patire perché le grazie divine bisogna pagarle con il sangue. Quando tra qualche decennio la nostra regione sarà un giardino fiorito di anime e il sole brucerà più forte e il Cristo regnerà nei cuori, il merito sarà anche vostro. Noi intanto preghiamo incessantemente: Signore mandaci dei Santi, è tanto tempo che non ce ne mandi Signore!”. 

Questa preghiera sgorgata dal suo cuore è stata esaudita in maniera sorprendente: nel 2021 la Chiesa lo ha elevato agli onori degli altari e tra i Beati invocati ora c’è anche lui.

Mi piace concludere, con le parole del Cardinale Semeraro nell’omelia della Beatificazione:

    La beatificazione di don Mottola conforta il clero, perché si tratta di un sacerdote ed oggi tutti noi sentiamo vivo il bisogno di preti che diffondono non il loro (che alla fine potrebbe risultare nauseante), ma «il buon profumo di Cristo» (2Cor 2,15). Egli è pure il primo ex-alunno del Pontificio Seminario Regionale di Catanzaro «Pio X» ad essere elevato agli onori dell’altare. Sia modello per tutti i nostri seminaristi.

    La beatificazione di don Mottola conforta la vita consacrata: egli fu fondatore degli Oblati, che chiamava i certosini della strada, e delle Oblate, che amava indicare come le carmelitane della strada. Tutti egli li mise alla ricerca e alla accoglienza di chi è emarginato; di quelli che, per usare il linguaggio di Papa Francesco, sono gli «scarti dell’umanità». Essere «scartati» è ben più doloroso dell’essere povero!

    Questa beatificazione conforta la stessa Chiesa, che è capace di portare la gioia del vangelo soltanto se è «madre di santi». 

 

Delianuova, 27/11/2022

don Francesco Sicari OSC

fratello maggiore dei sacerdoti oblati del Sacro Cuore

Ministeri istituiti: un servizio aperto ai laici in forza del Battesimo.

Con la lettera in forma di motu proprioSpiritus Domini” Papa Francesco ha disposto l’estensione del Ministero del Lettorato e dell’Accolitato alle donne: Sua Santità ha evidenziato che questi ministeri laicali sono basati sul Sacramento del Battesimo e che, pertanto, possono essere affidati con pari dignità a tutti i battezzati che risultino idonei, senza distinzione di sesso.
La Diocesi di Palermo ha dato attuazione a questa decisione di Papa Francesco e sabato 4 giugno 2022 sono stata una delle prime donne a ricevere dall’Arcivescovo Metropolita di Palermo Mons. Corrado Lorefice il ministero dell’Accolitato.
L’Accolito, dalla parola greca akoluthos, è colui che segue, che aiuta il Diacono ed il Sacerdote nel servizio all’Altare durante le Celebrazioni Liturgiche.
Nel corso del rito di istituzione ero emozionatissima e, ascoltando l’omelia dell’Arcivescovo che sottolineava che i ministeri istituiti non sono una onorificenza, ma sono servizio e disponibilità, ho ripercorso mentalmente il cammino che mi ha portato a ricevere l’accolitato.
La mia è una famiglia “normale”: io, mio marito e mia figlia siamo tutti avvocati. Abbiamo studiato presso istituti religiosi (Ancelle del Sacro Cuore di Gesù io, Gesuiti dell’Istituto Gonzaga mio marito e mia figlia) e siamo sempre stati osservanti e praticanti, ma sino ad una quindicina di anni fa il nostro impegno si limitava al sostegno delle attività caritative della nostra Parrocchia di S. Espedito a Palermo.
La svolta è avvenuta quando il nuovo Parroco, Don Piero Magro, mi chiese di aiutarlo nella preparazione dei bambini per la Prima Comunione e, quasi contemporaneamente, alcuni amici proposero a mio marito, Roberto Tristano, di diventare Socio del Serra Club di Palermo.
Da allora il nostro impegno è aumentato costantemente perché è proprio vero che il Signore ci parla e ci viene incontro, sempre, e che basta mettersi in ascolto per capire qual’è la strada che ci chiama a percorrere.
Negli anni successivi ho frequentato il corso triennale organizzato dalla “Scuola Teologica di Base San Luca Evangelista dell’Arcidiocesi di Palermo” e diversi corsi di approfondimento teologico e poi, dopo uno specifico corso, ho ricevuto dall’Arcivescovo il mandato di Ministro Straordinario della Comunione che mi ha dato la grande opportunità di avvicinarmi ai malati ed agli anziani per portare l’Eucarestia.
Intanto cercavo pure di seguire mio marito che, innamorandosi sempre di più del servizio serrano, si impegnava progressivamente, da Presidente del Serra Club di Palermo e da Consigliere della Fondazione Serra, nel promuovere e sostenere le vocazioni religiose e nel venire incontro concretamente e con spirito di amicizia alle esigenze dei Seminaristi e dei Sacerdoti.
Nel frattempo mio marito è andato in pensione ed io ho progressivamente trasferito a mia figlia l’attività legale e così abbiamo trovato ancora più tempo per dedicarci con maggiore impegno anche alle attività caritative ed assistenziali dell’Ordine di Malta aiutando i bisognosi ed accompagnando i malati nei pellegrinaggi a Lourdes ed a Loreto.
Sono stati anni molto intensi: ho seguito un percorso progressivo di studio e di servizio che, con il sostegno della mia famiglia, ho affrontato ispirandomi alle parole di Santa Teresa di Calcutta che diceva di essere una matita nelle mani di Gesù: nel mio piccolo e con tutti i miei limiti ho cercato di mettermi in ascolto della parola di Dio e di capire e fare quello che voleva da me.
E finalmente, dopo l’anno di preparazione a cura della Scuola per i Ministeri Istituiti dell’Arcidiocesi di Palermo, il culmine di questo percorso è stato il Ministero dell’Accolitato. Un ministero che, attraverso il servizio all’altare dove il Sacerdote fa memoriale del supremo atto di amore di Gesù, non può che accrescere e rafforzare la consapevolezza che bisogna essere testimoni e strumenti di Cristo a servizio della Chiesa e della comunità.

Rosellina Criscuoli Tristano

59a Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni: Messaggio del Papa

L’8 maggio 2022, IV Domenica di Pasqua, si celebra la 59a Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni sul tema “Chiamati a edificare la famiglia umana”.

Pubblichiamo di seguito il Messaggio di Papa Francesco  Continua a leggere

La Comunità dei Figli di Dio

La Comunità dei figli di Dio ha come carisma specifico quello di vivere una vita cristiana all’insegna di un monachesimo interiorizzato aperto a tutti, teso al riconoscimento del primato di Dio, volto all’accoglienza di chiunque si senta chiamato a tendere alla pienezza della carità.

La Comunità dei figli di Dio (CFD), fondata dal sacerdote servo di Dio Divo Barsotti, [Palaia (PI), 25 aprile 1914 – Settignano, (FI) 15 febbraio 2006] è un’Associazione pubblica di fedeli che desiderano vivere nel mondo il mistero dell’adozione filiale, avendo come strumenti quelli che nella Chiesa sono da sempre i mezzi propri della spiritualità monastica: ascolto della Parola di Dio, vita liturgica e sacramentale, preghiera del cuore, esercizio della carità fraterna. Nel mondo: i membri della Comunità non si ritirano negli eremi, non vivono ordinariamente in piena solitudine, ma vivono da monaci nel mondo, tra gli uomini e nelle strutture sociali. Lavorano negli uffici, nelle scuole, nei posti pubblici, nelle case; sono uomini e donne, giovani e anziani, sposati e non sposati: uniti in un’unica famiglia mediante una consacrazione, grazie alla quale si donano e si consegnano al Verbo di Dio, alla Vergine Madre e alla Chiesa.

 

Cenni storici – La Comunità è nata negli anni 1947-48 per opera di don Divo Barsotti. Arrivato a Firenze dalla diocesi di San Miniato nel 1945 e accolto dal Cardinal Elia Dalla Costa su sollecitazione di Giorgio La Pira, viveva presso un convento di suore vicino a Porta Romana. Fu un piccolo gruppetto di donne, già legate tra loro da un forte legame religioso, che chiese a don Divo di essere guidato nel cammino spirituale. Egli accettò la proposta. Il Padre – da allora fu sempre chiamato così – dette presto a loro un programma di vita ben preciso: celebrazione quotidiana della liturgia delle Ore, impegno a custodire il sentimento della Divina Presenza pur nel consueto scorrere della vita di ogni giorno, studio e meditazione della Sacra Scrittura e dei testi della grande Tradizione cristiana orientale e occidentale, incontro di gruppo tutte le settimane e una giornata al mese di Ritiro. Barsotti sentiva fortemente la necessità che nella Chiesa si risvegliasse la sensibilità al primato dei valori contemplativi come parte integrante della vocazione del battezzato, in qualunque stato di vita si trovasse a vivere. Di qui anche il nome scelto da don Divo per la famiglia religiosa che gli si andava formando intorno: Comunità dei figli di Dio, il nome stesso della Chiesa. Pian piano la Comunità andò crescendo e negli anni dal 1950 al 1960 si formarono gruppi in varie parti d’Italia: a Viareggio, Venezia, Palermo, Modena, Napoli… Anche la struttura della Comunità si andò pian piano delineando, fino alla sua ultima definizione, che si ebbe quando all’interno della Comunità si realizzò la ‘vita comune’, e si aprirono alcune case, maschili e femminili, con una impostazione di vita molto vicina alla disciplina religiosa in senso classico. La Comunità dei figli di Dio si costituì allora come “famiglia religiosa” pur comprendendo al suo interno tutti i diversi stati di vita; è la sua struttura attuale, oggi che la CFD si è diffusa anche all’estero (Gran Bretagna) fino in Africa (Benin), in America latina (Colombia), in Asia (Sri Lanka) e in Oceania (Australia).

Il nome – La Chiesa è già la Comunità dei figli di Dio! Il nostro nome non indica quindi nulla di specifico… «Non vogliamo nulla di specifico perché nella nostra vocazione è compresa e realizzata ogni vocazione cristiana». Il nostro nome indica solo il nostro desiderio di essere più consapevoli di quello che il battesimo ha operato nella nostra vita. «Chiunque è battezzato è figlio di Dio e fa parte della Chiesa… ma vive anche come figlio di Dio?». (D.Barsotti)

Vivere da figli – Noi ci richiamiamo al battesimo: vogliamo impegnarci seriamente e con costanza nel realizzare quanto il battesimo è in potenza, vogliamo vivere radicalmente la nostra vocazione cristiana: «vivere nel mondo il mistero dell’adozione filiale nella perfezione della carità”».

Altra è la natura, altro è il vivere secondo la natura che un essere riceve con la sua nascita… Quanto più è perfetta una natura, tanto più lungo è il tempo che è necessario perché la natura realizzi ogni sua potenzialità”. (D.Barsotti)

 

Struttura – Questa la struttura in quattro Rami:

– Laici che vivono nel mondo, sposati o non sposati, i quali, dopo un congruo periodo di preparazione, si consacrano a Dio nella Comunità. È questo il I Ramo della Comunità.

– Sposi o coppie di sposi che desiderano impegnarsi a vivere in famiglia seguendo i dettami dei consigli evangelici e quindi professando i voti di povertà, castità coniugale e obbedienza. È il II Ramo.

– Chi, pur restando a vivere nel mondo, vuole vivere la sua donazione a Dio nello stato verginale può professare i voti religiosi di povertà, castità piena e obbedienza (III Ramo).

– Infine il IV Ramo comporta la vita religiosa nelle case di vita comune, con fratelli e sorelle che lasciano tutto per vivere in piccole fraternità la cui impostazione di vita è tipicamente monastica: preghiera, silenzio, lavoro, studio.

Anche i sacerdoti diocesani possono far parte della Comunità, mantenendo la propria identità secolare e collocandosi o nel primo o nel terzo ramo.

Spiritualità La spiritualità della CFD vuole essere una spiritualità monastica. Soprattutto nell’Oriente cristiano lo stato di vita monastico è inteso come la realizzazione piena della condizione di grazia del battezzato. Essere monaci vuol dire vivere come specifica vocazione la tensione alla piena realizzazione della vocazione battesimale, comune a tutti. Su questa base don Divo Barsotti, ispirandosi alla spiritualità orientale e specificatamente russa, ha ritenuto possibile proporre al semplice battezzato, pur immerso nelle realtà del mondo, l’ideale monastico, nella dimensione di un ‘monachesimo del cuore’, un ‘monachesimo interiorizzato’. Per questo i mezzi che la Comunità offre per rispondere a questa specifica vocazione sono quelli propri della grande tradizione monastica: la vita liturgica e sacramentale, la preghiera e l’ascolto della Parola di Dio, la vita fraterna. Secondo dei programmi stabiliti, i membri della Comunità meditano ogni mese un libro della Sacra Scrittura in modo da leggere la Bibbia in un ciclo sessennale; frequentano per quanto possibile la vita sacramentale e liturgica della Chiesa; pregano ogni giorno con la liturgia delle Ore, almeno in alcune sue parti. Nel corso della settimana i consacrati si incontrano in piccoli gruppi; incontri in cui si prega, si fa formazione biblica, si assimila la spiritualità del Fondatore, ci si confronta e ci si aiuta nell’entrare sempre più nel cuore della vita spirituale. Ogni mese poi c’è un incontro allargato tra i vari gruppi esistenti nella stessa zona (Adunanza) e una mezza giornata di Ritiro, privilegiando la dimensione religiosa del silenzio. Durante l’anno infine si organizzano diversi corsi di Esercizi spirituali di cinque giorni in varie regioni d’Italia, e un pellegrinaggio per la conoscenza di luoghi significativi per la nostra spiritualità.

Siamo monaci – In che senso?

Siamo monaci, cioè uomini e donne «ordinati tutti all’ascolto della Parola di Dio e alla lode di Dio», impegnati a trasformarci in preghiera, a divenire una preghiera vivente e incessante (cf. 1Ts 5,17; Lc 18,1). «Il nostro primo impegno è l’ascolto della Parola di Dio… e nella lode divina, nella preghiera del giorno, noi offriamo alla Chiesa il nostro cuore e le nostre labbra perché la Chiesa intera preghi attraverso di noi» e facciamo nostri i bisogni di tutta l’umanità in un’intercessione universale e costante. Siamo chiamati «a divenire sacramento vivente della presenza viva di Dio. Per questo come Gesù dobbiamo vivere nel seno del Padre e rimanere nel mondo in mezzo ai fratelli. Il nostro monastero è il mondo, la nostra vita deve essere la vita stessa di Gesù». (D.Barsotti)

Siamo monaci perché ci ispiriamo al monachesimo primitivo, non per la fuga dal mondo e per le austerità della vita, «ma per una certa libertà e per un più diretto ordinarsi dell’anima a Dio. La nostra vocazione altro non è che l’impegno di vivere il nostro battesimo… Siamo monaci perché non vogliamo dimenticarci che Dio deve essere il primo amato, che Dio deve essere la meta ultima del nostro cammino. Il nostro deve essere un monachesimo interiorizzato» che si realizzerà «se vivremo una unione sempre più perfetta con Dio». «Saremo veramente monaci se tutta la nostra vita sarà una sola preghiera».

In fondo il nostro essere monaci si riassume molto bene nel “Cerco Dio solo” che pronunciamo nel rito della consacrazione (cf. Regola di San Benedetto 58).

Una condivisione con il Serra

Ringraziamo don Carlo Rampone, Parroco a Villanova d’Asti, già rettore del Seminario interdiocesano Santa Maria del Cenacolo a Betania di Valmadonna (Alessandria), che ci ha offerto una sua testimonianza ed un messaggio di saluto al Serra e ai Serrani, cui si sente profondamente legato.

Di seguito il link al video.

 

Maria Lo Presti

Costruire la città

Nella giornata conclusiva del Convegno Nazionale Vocazioni 2022, il Card. Gualtiero Bassetti, Arcivescovo di Perugia – Città della Pieve e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ha sottolineato quanto siano rilevanti testimonianze significative, esemplari, per un orientamento vocazionale. Ha così ricordato gli incontri fin da giovane, nella sua Firenze, con alcune personalità segnate da una spiritualità forte, vissuta nella concretezza della loro storia. Nel frattempo, ha delineato i tratti del suo percorso personale.

Di seguito il link alla relazione.

 

Maria Lo Presti

La storia possibile

La relazione di apertura del Convegno Nazionale Vocazioni 2022 è stata tenuta da S. E. mons. Paolo Bizzeti, Vicario apostolico dell’Anatolia. Già il titolo della relazione, La storia possibile, ha fatto entrare nell’esposizione del relatore che ha guardato alla sua storia vocazionale, fino all’attuale chiamata a svolgere il servizio episcopale per un territorio da cinque anni in attesa di un vescovo; un territorio in cui il cristianesimo è presente fin dalle sue origini. Mons. Paolo Bizzeti ha fatto riflettere sulla concretezza della storia personale, nella quale ciascuno può leggere la sua storia vocazionale.

Di seguito il link alla relazione.

 

Maria Lo Presti