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Il discorso della montagna di Carl Heinrich Bloch (1877)

“VIVERE LE BEATITUDINI E’ RENDERE ETERNO QUELLO CHE PASSA. E’ PORTARE IL CIELO IN TERRA”

Nella storia dell’umanità, è necessario che gli eventi si sedimentino, se ne prendano le distanze per poterne avere la giusta chiave di lettura, talvolta invece accade che la grandezza di un gesto racchiuda tutto il senso di un momento storico per restituircene l’immediata comprensione.

E’ quanto avvenuto con la coraggiosa scelta di Papa Francesco di recarsi in Iraq, una terra segnata da guerre, da conflitti fratricidi, da violenze talmente efferate che diventano atti sacrileghi nei confronti di Dio.

Francesco, portando parole d’amore, non ha esitato ad affermare che Dio è misericordioso, e dunque se per la religiosità adorare Dio significa amare il prossimo, «l’offesa più blasfema è profanare il suo nome odiando il fratello» (Incontro interreligioso, Discorso del Santo Padre, 6 marzo, Piana di Ur 2021).

Nell’omelia tenuta lo scorso 6 marzo nella Cattedrale Caldea di ‘S. Giuseppe’ a Bagdad, il Pontefice ha parlato dell’Amore di Gesù, un amore che vince su tutto, sulle ingiustizie, sulle persecuzioni, perché rafforza chi persevera nella fede.

Cristo ha cambiato la storia perché ha sconfitto il peccato sulla croce, la morte nel sepolcro e con la sua presenza, con le sue parole, il Santo Padre ha richiamato alla speranza nella luce della Risurrezione, alla promessa che il bene vince sul male, perché in Cristo si rinasce alla vita eterna.

Gesù, che è Sapienza, rivolge il suo sguardo misericordioso sugli ultimi, sui più deboli, su coloro che definisce Beati, perché sono proprio loro, le vittime di pregiudizi o di ingiustizie, i perseguitati, i tanti martiri che la forza dell’amore rende vittoriosi;  tutto il resto, la vanità, la smania di potere, la sopraffazione passano, ciò che resta è l’amore  testimoniato e «Vivere le Beatitudini è rendere eterno quello che passa. È portare il Cielo in terra».

L’invito di papa Francesco, in realtà, non può restare circoscritto entro i confini di una terra e di una popolazione flagellate, perché abbraccia tutta l’umanità sofferente, apre uno squarcio sulle macerie che ciascuno di noi porta dentro di sé, entra nelle nostre vite, nelle nostre fragilità, nelle paure del tempo che stiamo vivendo, nei confronti di un nemico invisibile che a tanti ha portato via gli affetti più cari, ne ha paralizzato l’azione, li ha resi diffidenti gli uni verso gli altri.

Tutti siamo stati messi a dura prova, eppure, anche se la sfida non si è ancora conclusa, quanto amore è stato riversato da chi ha rivolto un gesto di cura verso un malato, una parola di conforto a un familiare, a un amico, o a uno sconosciuto rimasto solo, raccogliendone lo sconforto o la consegna di un’ultima carezza!

Abbiamo visto tanti sacerdoti, consacrati e consacrate che hanno rischiato la vita e tanti che l’hanno persa per non aver fatto mai mancare l’amore di Dio nella mano tesa in un gesto consolatorio, nelle opere di carità!

Certo, a Bagdad sembra ancora tanto difficile poter rimuovere le macerie del male, costruire nuove case, immaginare la vita rigenerata nella pace, ma il messaggio di papa Francesco è che la forza dell’amore può vincere su tutto, anche sull’odio, e il Signore mantiene le sue promesse! Chi vive le beatitudini vedrà Dio!

Queste parole di speranza ci scuotono,  ci inducono a porci delle domande sulle nostre reazioni dinanzi alle avversità, alle situazioni che non abbiamo contemplato, dinanzi a noi stessi e agli altri, spingendoci a non voltarci mai dall’altra parte, e nel fallimento, a non scoraggiarci, ad avere pazienza perché «la pazienza di ricominciare ogni volta è la prima qualità dell’amore, perché l’amore non si sdegna, ma riparte sempre…Chi ama non si chiude in sé stesso quando le cose vanno male, ma risponde al male con il bene, ricordando la sapienza vittoriosa della croce».

Il Catechismo della Chiesa offre questa definizione delle Beatitudini: «Le beatitudini dipingono il volto di Gesù Cristo e ne descrivono la carità; esse esprimono la vocazione dei fedeli associati alla gloria della sua passione e della sua resurrezione; illuminano le azioni e le disposizioni caratteristiche della vita cristiana; sono le promesse paradossali che, nelle tribolazioni, sorreggono la speranza; annunziano le benedizioni e le ricompense già oscuramente anticipate ai discepoli; sono inaugurate nella Vergine Maria e di tutti i santi», (1717).

La nostra sfida oggi, non solo dinanzi alla pandemia, è quella di vivere le beatitudini nella nostra quotidianità, nel nostro impegno di singole persone, nella nostra Chiesa domestica e, come Serrani, nel sostenere i nostri seminaristi, sacerdoti e consacrati/consacrate senza limitarci a balbettare dinanzi alla bellezza dell’amore di Dio, ma testimoniandolo con loro e per loro, secondo le nostre possibilità. Sono i gesti di prossimità e di cura che possono rendere eterno ciò che passa, perché  «l’Amore è l’ala che Dio ha dato all’anima per salire fino a Lui» (Michelangelo), per cercare di raggiungere il cielo e portarlo in terra.

Paola Poli

Maria, Madre delle vocazioni, e s. Junipero Serra pregate per noi.

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