Comunità, presbiteri, sinodalità nel ministero. Relazione di Don Carmelo Raspa al 20° del Club di Acireale

Riportiamo il testo completo della relazione svolta il 25 giugno ad Acireale – in occasione della celebrazione del ventennale del club – da don Carmelo Raspa, biblista, docente presso l’Istituto Teologico “San Paolo” di Catania. L’intervento, partendo dalle caratteristiche del Serra club, pone in evidenza la radice biblica del sostegno ai sacerdoti, impegno del Serra.

Comunità, presbiteri, sinodalità nel ministero

Il Serra Club

L’articolo 2 dello Statuto del Serra International afferma:

“Gli scopi e le finalità di Serra International sono:

  • favorire e promuovere le vocazioni al sacerdozio ministeriale nella Chiesa Cattolica come una particolare vocazione al servizio e sostenere i sacerdoti nel loro sacro ministero;
  • incoraggiare e valorizzare le vocazioni alla vita consacrata nella Chiesa Cattolica;
  • e aiutare i propri membri a riconoscere e rispondere, ciascuno nella propria vita, alla chiamata di Dio alla santità in Gesù Cristo per mezzo dello Spirito Santo”.

I membri del Serra sono chiamati, pertanto, avendo come modello san Junipero Serra, ad accompagnare il cammino di quanti sono chiamati alla consacrazione presbiterale o religiosa. Questa vocazione degli appartenenti al Serra si esplica, in seno alla Chiesa, anzitutto attraverso la cura della propria vita spirituale e la formazione continua all’intelligenza della fede, perché l’annuncio del vangelo sia autentico ed efficace ed il discernimento sulle persone, delle quali si segue il cammino, sia sostenuto dallo Spirito di sapienza.

Ancora, i membri serrani sono chiamati a coadiuvare i presbiteri in ordine allo svolgimento del loro ministero. Quest’appello si caratterizza come presenza attiva nei contesti dove il presbitero opera: non a caso, il Regolamento annesso allo Statuto, all’art.8 sez. 2 chiede ai membri serrani un impegno totale nelle attività del Club e in quelle del contesto ecclesiale in cui ciascuno di loro vive e svolge il proprio lavoro, ragion per cui lo Statuto stesso tende a non accettare come socio del Club chi non può assicurare una partecipazione piena, almeno non nella qualità di socio vincolato (cfr. Regolamento art.8 sez. 4.6).

Insieme alla partecipazione attiva alle opere pastorali, i membri serrani offrono un sostegno economico ai seminaristi e ai presbiteri in difficoltà. L’art. 13 del Regolamento proibisce la raccolta fondi come scopo del singolo Club, ma permette ad esso lo svolgimento di “attività per raccogliere fondi per la promozione degli obiettivi e delle finalità di Serra International”. Inoltre, l’11 novembre 1994 è stata eretta la Fondazione di Religione e Culto, la quale, oltre a prevedere, tra i suoi scopi l’aiuto ai presbiteri e ai religiosi che “per ragioni di età, salute o altro incontrino difficoltà nello svolgere il proprio ministero”, presenta un “ramo ONLUS, la cui peculiare attività di beneficenza ha esclusive finalità di solidarietà sociale, essendo rivolta a giovani seminaristi bisognosi delle Diocesi italiane e consiste in contributi e borse di studio”.

Il sostegno economico a seminaristi e presbiteri, promosso dal Serra, si inserisce in una tradizione che, a partire dalla Scrittura, individua l’aiuto concreto alla persona “consacrata” come un dono di grazia (cfr 2Cor 8,1) da parte di Dio ed una forma di partecipazione all’annuncio del Vangelo e alle attività pastorali e missionarie.

Il dato veterotestamentario

Il libro del Lv prescrive che parte dell’olocausto e dei sacrifici di comunione sia data al sacerdote:

“Aronne e i suoi figli mangeranno quel che rimarrà dell’oblazione; lo si mangerà senza lievito, in luogo santo, nel recinto della tenda del convegno. Non si cuocerà con lievito; è la parte che ho loro assegnata delle offerte a me bruciate con il fuoco. È cosa santissima come il sacrificio espiatorio. Ogni maschio tra i figli di Aronne potrà mangiarne. È un diritto perenne delle vostre generazioni sui sacrifici consumati dal fuoco in onore del Signore. Tutto ciò che verrà a contatto con queste cose sarà sacro” (Lv 6,9-11).

E ancora:

“Darete anche in tributo al sacerdote la coscia destra dei vostri sacrifici di comunione. Essa spetterà, come sua parte, al figlio di Aronne che avrà offerto il sangue e il grasso dei sacrifici di comunione. Poiché, dai sacrifici di comunione offerti dagli Israeliti, io mi riservo il petto della vittima offerta con l’agitazione di rito e la coscia della vittima offerta con l’elevazione di rito e li do al sacerdote Aronne e ai suoi figli per legge perenne, che gli Israeliti osserveranno. Questa è la parte dovuta ad Aronne e ai suoi figli, dei sacrifici bruciati in onore del Signore, dal giorno in cui eserciteranno il sacerdozio del Signore. Agli Israeliti il Signore ha ordinato di dar loro questo, dal giorno della loro unzione. È una parte che è loro dovuta per sempre, di generazione in generazione” (Lv 7,32-36).

La norma s’inquadra in una legislazione più ampia, secondo la quale sacerdoti e leviti non debbano possedere nessuna terra, essendo il Signore la loro eredità (ebr. na?al?h: cfr Nm 18,20-24; 26,62): da tutta la comunità degli Israeliti bisogna assicurare loro il sostentamento attraverso l’offerta dei sacrifici, da cui prelevare la parte loro spettante, e la presentazione delle decime (cfr Nm 18,8-9.25-28). In Nm 35 ai leviti saranno, tuttavia, riservate delle città, quarantotto in tutto, delle quali sei saranno costituite come città di rifugio per l’omicida.

Essendo “un regno di sacerdoti e una nazione santa” (Es 19,6), costituito tale da Dio, Israele esplica il servizio liturgico attraverso sacerdoti e leviti, entrambi discendenti di Aronne. Ogni membro del popolo è tenuto a presentare dei sacrifici e delle offerte o in occasione delle feste o per particolari situazioni: il rito sacrificale è compiuto dal sacerdote, aiutato in questo dal levita, mentre l’azione liturgica rimane propria di tutta la comunità di Israele. In tal modo, il sostegno a sacerdoti e leviti, che non hanno parte nella terra promessa, è inteso nell’ottica di una partecipazione al loro ministero da parte di tutto Israele, il quale rimane esso popolo sacerdotale da cui il Signore designa poi dei consacrati per il servizio rituale. La partecipazione, in questo caso, non è da interpretare nell’ottica di un’esclusività ministeriale di sacerdoti e leviti: il sostegno a questi ultimi da parte di Israele è esercizio della sua identità sacerdotale.

Il dato neotestamentario

La comunità cristiana vede perpetuarsi il sostegno economico all’apostolo come espressione dell’opera di evangelizzazione che essa è chiamata a compiere. Allo stesso modo di Israele, anche per la chiesa primitiva l’annuncio del Vangelo, che essa è chiamata a compiere, passa attraverso l’aiuto concreto fornito a quanti si occupano pienamente di diffondere la buona notizia del Regno. In realtà, due sono le visioni che si scontrano in tal senso, una facente capo a dei missionari della cerchia pietrina, come sembra, l’altra avente il suo esponente in Paolo. La controversia è delineata da quest’ultimo nell’epistolario ai Corinti: purtroppo è assente il punto di vista degli avversari di Paolo, cioè dei missionari petrini di cui sopra, dei quali possiamo avere notizie ricavandole indirettamente proprio dagli stessi scritti paolini.

Per la comunità di Corinto Paolo prova “una specie di gelosia divina” (2Cor 11,2) e la sua amarezza è grande nel constatare quanto poco affetto i corinti gli dimostrino e quanta poca fiducia ripongano in lui, lasciandosi attirare facilmente nelle maglie degli oppositori, i nuovi arrivati. 

Motivo della divisione è il rifiuto da parte di Paolo di essere sostentato dalla comunità, il che era ritenuto un grave affronto, in quanto, sostenendo l’apostolo, si partecipava, come rilevato, alla sua attività missionaria. Ad aggravare la situazione i continui cambiamenti di viaggio di Paolo, che lo costringono ad una distanza prolungata da Corinto, e la richiesta della colletta per Gerusalemme, sulla quale cade il sospetto di furto, anche perché Paolo si presenta senza lettere di raccomandazione da altre comunità. In tale contingenza è facile per gli oppositori trascinare i corinti dalla loro parte, mettendo in discussione la legittimità stessa del ministero paolino proprio a partire dal sostentamento: da qui il contrasto si allarga sino ad inglobare la conoscenza delle Scritture e della Legge (cap. 3), la dimostrazione di segni e prodigi (cap. 12), l’abilità retorica (cap. 10,10).

Paolo aveva comunque già spiegato il motivo del rifiuto del sostentamento in 1Cor 9: la predicazione del Vangelo è per lui un destino impostogli da Dio (v. 17). D’altronde, il sostentamento dell’apostolo da parte della comunità risponde ad un comando di Gesù stesso, che Paolo cita e reinterpreta (v. 14). Come ogni lavoratore ha diritto al suo compenso, così anche l’apostolo: e in ciò sono concordi anche le Scritture (al v. 9 si cita Dt 25,4 applicato al lavoro apostolico). Si tratta di una povertà che fa affidamento su Dio e sulla carità altrui, cosa che Paolo sembra smentire sostenendosi con il suo lavoro. Paolo, però, comprende bene che la povertà dell’apostolo non è più tale, bensì è divenuta un privilegio alla maniera di quello veterotestamentario per i sacerdoti del tempio (vv. 13-14), il che nuoce alla veracità dell’apostolo. Paolo, rinunciando a questo privilegio in Corinto, tradisce la lettera del comando di Gesù, ma non lo spirito: in tal senso è “nella legge di Cristo” (v. 21). La verità e la legittimazione del suo apostolato (v. 1) sono dati non dall’accettare o meno il sostentamento dalla comunità di Corinto, ma dalle tribolazioni in cui versa a causa del Vangelo, tra le quali in 1Cor 4,12 compare anche lo stesso lavoro, reso molto precario dai rischi della missione. La sua ricompensa sta in tutti coloro che vengono salvati (vv. 22-23), come la sua lettera di raccomandazione è la stessa comunità di Corinto. Come giustamente nota G. Theissen, “il problema teologico della legittimità dell’apostolo è indissolubilmente connesso con il problema materiale del sostentamento. È fuor di dubbio che in origine dietro la decisione di diventare carismatici itineranti stava un motivo religioso, ma, una volta presa questa decisione, si erano scelte con ciò delle condizioni di vita rispetto alle quali ci si veniva poi a trovare in uno stato di dipendenza – dipendenza che incideva anche sull’argomentazione teologica. In virtù della propria autonomia materiale, Paolo aveva invece indubbiamente una maggiore libertà di ragionamento teologico” (G. Theissen, Sociologia del cristianesimo primitivo, Marietti 1987, 203).

Paolo ricorda, tuttavia, di essere stato sostenuto dalla comunità di Filippi (Fil 4,15-18) e dai Macedoni (2Cor 11,9).

Attualizzazioni problematiche in ordine al cammino sinodale

Il Codice di Diritto Canonico al can. 517 paragrafo 2 del libro II stabilisce: “Nel caso che il Vescovo diocesano, a motivo della scarsità di sacerdoti, abbia giudicato di dover affidare ad un diacono o ad una persona non insignita del carattere sacerdotale o ad una comunità di persone una partecipazione nell’esercizio della cura pastorale di una parrocchia, costituisca un sacerdote il quale, con la potestà e le facoltà di parroco, sia il moderatore della cura pastorale”.

Il testo necessità di una precisazione terminologica che è anche teologica: è la comunità cristiana a possedere il carattere sacerdotale. In seno ad essa sono poi ordinati dei presbiteri, ai quali impropriamente viene assegnato l’appellativo di sacerdote; appellativo che individua, tuttavia, l’azione rituale, espressione di quella liturgica compiuta da tutta la comunità. Il sacerdozio di Cristo è partecipato a tutta l’assemblea dei cristiani, i quali celebrano l’Eucaristia, all’interno della quale la dimensione più propriamente rituale è affidata al presbitero.

Il presbitero è, infatti, ordinato per la presidenza dell’Eucaristia e l’amministrazione dei sacramenti. In questo, il ministero del presbitero va distinto dall’ufficio di parroco, che può essere assunto, come recita il testo del Codice di Diritto Canonico, anche da una comunità di persone, cioè dai battezzati. L’ufficio di parroco include una rappresentatività legale che comporta responsabilità amministrative e penali: esso non va identificato con il ministero del presbiterato, com’è purtroppo prassi fare. L’ufficio di parroco può essere svolto da una sorta di consiglio di comunità che risponde di tutti gli aspetti amministrativi nei termini della legislazione civile ed ecclesiastica. Il cammino sinodale dovrebbe, forse, condurre a questa forma di espressione della comunità cristiana per ciò che concerne gli aspetti più propriamente amministrativi.

In tale contesto, la remunerazione derivante in Italia dall’otto per mille è indirizzata all’ufficio di parroco. Il sostegno economico al presbitero si configura, diversamente, come espressione dell’essere sacerdotale della comunità che in tal modo collabora con chi è consacrato a tempo pieno all’annuncio del Regno e all’opera di salvezza e guarigione, rappresentata dai sacramenti. In realtà, il problema è molto più ampio e investe l’ecclesiologia, il modo cioè in cui la Chiesa si pensa alla luce della Parola di Dio e della Tradizione. Rimane costante, tuttavia, il dato secondo il quale è la comunità per intero ad essere corpo sacerdotale, di cui Cristo è il membro. In questo corpo vi sono carismi, ministeri, uffici, derivanti dallo stesso Spirito, per l’utilità comune (cfr Ef 4). La comunità è chiamata tutta intera a vivere l’opera di evangelizzazione e a sentirsene responsabile, anche attraverso il sostegno economico che si indirizza a diversi aspetti e a diverse figure, tra le quali compare anche quella dei presbiteri. In tal senso, occorre probabilmente sviluppare in ogni battezzato il senso di appartenenza alla compagine ecclesiale, oggi affievolito per diverse cause: isolamento sociale, privatizzazione del sacramento stesso, mancanza di formazione e di catechesi continua. Il cammino sinodale potrà giungere ad una diversa configurazione della comunità cristiana, oggi individuata dalla parrocchia per lo più, soltanto se i battezzati si sentiranno parte viva di essa e contribuiranno alla sua edificazione in maniera entusiasta e partecipe, non da spettatori, ma da protagonisti. Il presbitero, in tal modo, ricondotto alla sua identità potrà svolgere quanto ad essa è inerente in un clima gioioso e appassionato, senza preoccupazioni eccessive, aprendo il cuore alla carità della condivisione. In tale contesto, l’aspetto economico sarà vissuto come grazia, riconoscendo che quanto ciascuna dona è in realtà quanto gratuitamente ha ricevuto, poiché, se l’uomo fatica, è Dio che porta a compimento l’opera (cfr Sal 138,8). Ciò significa che la parola di Gesù appassiona, inquieta e cerca nuove forme per giungere agli uomini. Al tal proposito – e ci sembra una buona conclusione – scrive Theissen riguardo i missionari cristiani della chiesa primitiva in opposizione tra di loro di cui sopra: “Studiandoli, si può imparare questo, che quando una religione cessa di essere il cor inquietum di una società, quando le viene a mancare il desiderio di una nuova forma di vita, quando diviene sostanza senza spirito di una situazione sclerotizzata e clericalizzata, allora dovrebbe sapere di essere finita” (G. Theissen, op. cit., 206).

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