59a Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni: Messaggio del Papa

L’8 maggio 2022, IV Domenica di Pasqua, si celebra la 59a Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni sul tema “Chiamati a edificare la famiglia umana”.

Pubblichiamo di seguito il Messaggio di Papa Francesco  Continua a leggere

Le Beatitudini: tradizione ebraica e novità cristiana

Le Beatitudini: tradizione ebraica e novità cristiana

di don CArmelo Raspa

Il 4 marzo 2022, nella chiesa del SS. Salvatore di Palermo, d. Carmelo Raspa ha tenuto l’incontro di formazione del Serra Club di Palermo, sul tema dell’anno. La riflessione, ricca di spunti, ha suscitato un dialogo vivace. Riportiamo di seguito il testo fornito dal relatore (per citazioni e bibliografia, si rimanda all’articolo del relatore Le beatitudini a causa della giustizia (Mt 5,6.10) pubblicato su Horeb n. 90/3 (2021) 27-33).

L’identità di chi ascolta

Il termine “giustizia” sembra strutturare il discorso della montagna (Mt 5-7). Esso ricorre nei seguenti passi:

5,6: “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia perché saranno saziati”;

5,10: “Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli”;

5,20: “Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli”;

6,1: “Guardatevi dal praticare le vostre buone opere (in greco: la vostra giustizia) davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli”;

6,33: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”.

Nella serie delle Beatitudini, esso divide le proposizioni in due parti costituite da 4 membri ciascuna. Inoltre, la beatitudine di 5,10, concludendosi con l’espressione “regno dei cieli”, forma un’inclusione letteraria con la prima di 5,3, che si chiude con il medesimo sintagma. La forma grammaticale “ a causa della giustizia” è parallela al “a causa mia” di 5,11: in tal modo, la beatitudine di 5,10 apre quella di 5,11-12, alla quale si lega strettamente facendovi confluire tutte le precedenti beatitudini, che, in tal modo, si ritrovano riassunte nell’ultima.

In 5,20, la giustizia è richiesta in misura qualitativamente maggiore rispetto a quella praticata da scribi e farisei: l’esortazione apre una serie di sei antitesi, raggruppate in due gruppi di tre, nelle quali Gesù conferma l’affermazione di 5,17, secondo la quale egli è venuto non ad abrogare, ma a compiere la Torah e i profeti. Il verbo “compiere” lo si ritrova in 3,15, nell’incontro tra Giovanni Battista e Gesù, unitamente al termine “giustizia”, per cui le due espressioni sono semanticamente affini. Il compimento della giustizia attraverso il “fare” la Parola è, infatti, illustrato nelle sei interpretazioni di alcuni passi veterotestamentari, inerenti aspetti della vita relazionale e sociale, che Gesù fornisce e che rappresentano un novum nel solco della catena ermeneutica della tradizione. L’interpretazione dei passi, che Gesù fornisce, prevede un’applicazione più rigida dei precetti rispetto a quella con la quale si confronta nel testo matteano. Gesù stesso ha insegnato, infatti, in 5,19: “Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli”. In realtà, molti degli insegnamenti di Gesù si ritrovano nei trattati del Talmud, a testimoniare di come quella gesuana fosse un’ermeneutica condivisa da alcuni maestri del suo tempo: le interpretazioni delle Scritture e i precetti che ne derivano dovevano rappresentare un patrimonio comune che Gesù conosce, avendolo studiato, e che rilancia nel dibattito. Il vangelo di Matteo ed il Talmud hanno conservato questo ricco patrimonio.

Il detto di 6,1 costituisce un appello a non compiere la giustizia ipocritamente di fronte a tutti. Il termine “giustizia” può essere qui accostato all’espressione rabbinica “opere di misericordia” che si ritrova nel trattato m.A?ot 1,2 e che indica tutta quella gamma di azioni che “impegnano un uomo sia nella persona che nel denaro” (R. Jonà). In tal senso il passo di 6,1 si lega alle “opere belle” di 5,16, compiute perché gli uomini lodino Dio, non chi le compie, al quale, al contrario, è richiesto di abitare il nascondimento di sé, per rivelare meglio, in tal modo, come tutto il bene in lui sia opera di Dio stesso. L’esplicitazione dei versetti successivi comprende, infatti, il modo di elargire l’elemosina, di pregare e di digiunare come pure quello di rapportarsi alle ricchezze e di affidarsi fiduciosamente a Dio che provvede ad ogni esigenza, senza per questo indulgere all’ozio. La richiesta di 6,33 è, infatti, un ordine pressante a perseguire il regno di Dio e la sua giustizia, dove il verbo all’imperativo indica un’azione incessante: il precetto, in questo caso, non va compiuto in un dato luogo e in un tempo ben fissato, come potrebbe essere quello concernente il Sabato, ma sempre e dovunque. Il termine “giustizia” in 6,33 riassume, pertanto, il modo di essere e di vivere tratteggiato fin qui all’interno del discorso della montagna da Gesù. Essa si applica all’identità dei discepoli e delle folle accorse sul monte ad ascoltare Gesù (5,1). Il monte non è solo allusivo tipologicamente del Sinai, luogo della rivelazione di YHWH a Israele mediante Mosè, lì dove l’alleanza è ratificata attraverso il dono della Torah (cfr. Es 19): esso simboleggia pure Sion, ai piedi del quale le nazioni apprendono da Israele come camminare nella Torah di Dio.

Fame e sete di giustizia

Se il discorso della montagna è da intendersi come la definizione dell’identità di una comunità che segue gli insegnamenti di Gesù – un’identità che si struttura attraverso la realtà espressa dal lessema “giustizia” – le Beatitudini in esso non vanno intese “come l’espressione di un ideale religioso astratto, ma in riferimento alla persona di Gesù, in cui la volontà di Dio si manifesta pienamente”. Le Beatitudini non rappresentano uno sforzo volontaristico, un manifesto programmatico di stampo utopistico, un’esortazione a fare di più e meglio, una benedizione meritoria o la promessa di una felicità quale ricompensa: essendo al presente esse si rivelano come “affermazioni di una realtà che già esiste, ma che ha bisogno di una parola che la riveli. Attraverso le beatitudini Gesù manifesta in che senso il regno di Dio, da lui annunciato come fattosi vicino, è presente”.

In Mt 5,6 gli affamati e assetati di Lc 6,21a sono non più coloro che mancano del pane quotidiano in contrapposizione ai troppo sazi (cfr. Lc 6,25a), ma coloro che desiderano la giustizia. I verbi “aver fame” e “aver sete” al presente denotano un bisogno continuo; il verbo “saziare” nell’apodosi non sembra riferirsi alla giustizia, ma al regno di Dio. Sulla scia di diverse allusioni veterotestamentarie (cfr Is 49,9-10; Sir 24,19-22) come pure degli scritti di Qumran e di Filone Alessandrino, sembra che in questo caso il termine “giustizia” debba intendersi, ad un tempo, come il dono escatologico di Dio che è posto continuamente in essere dalla condotta di quanti si conformano alla sua volontà, seguendo gli insegnamenti di Gesù. In tal senso, per comprenderne il significato, è bene ricordarsi che la giustizia insieme al diritto, che regolano l’ordine sociale in Israele, promanano dalla santità di Dio che abita il Tempio. Il popolo di Israele è chiamato ad essere santo come il suo Signore, vivendo costantemente relazioni di giustizia che investono gli uomini ed il creato.

Perseguitati per la giustizia

L’ottava beatitudine è presente solo in Mt 5,10 e manca nel parallelo lucano. Il verbo “perseguitare” appare, oltre che in Mt 5,10, nell’ultima beatitudine di 5,11, strettamente legata alla precedente, e ancora in 5,44; 10,23a; 23,34, in contesti chiaramente ostili a quanti seguono gli insegnamenti di Gesù, ai quali, come nella prima beatitudine, è assicurato il possesso attuale del regno dei cieli (si crea un’inclusione tra la prima e l’ottava beatitudine proprio attraverso il sintagma “regno dei cieli”). Il motivo della persecuzione è la giustizia: l’espressione “per la giustizia” è parallela a “per causa mia” di 5,11, ma non equivalente.

Sembra che Mt 5,10 sia simile a 1Pt 3,14a: “E se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi!”, espressione che si illumina grazie al precedente v. 13 in cui i cristiani vengono rassicurati che nulla potrà far loro del male se rimangono zelanti nel bene. In 3,17 Pietro raccomanda ai cristiani: “È meglio, infatti, se così esige la volontà di Dio, soffrire facendo del bene che facendo il male”, riferendosi alle calunnie ingiuste dei persecutori. Il passo di 3,17 si lega così a 2,20b: “se facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio”.

In Mt 5,11 è detto che i cristiani sono vittime di false accuse. Mt allarga così il detto di Lc 6,22. Il participio “mentendo” specifica il “diranno ogni sorta male contro di voi per causa mia”. Dall’uso del verbo “mentire” nel vangelo di Mt (15,19; 19,18; 26,59) si comprende come il tema della falsa testimonianza preoccupi l’evangelista. In 1Pt 4,15 si invitano i cristiani ad allontanarsi da quelle sofferenze che non sono provocate dal vivere il vangelo, ma, al contrario, dall’essere “omicida o ladro o malfattore o delatore”; ancora, in 1Pt 2,12.15 l’esortazione loro rivolta è ad assumere una buona condotta e a praticare il bene per dimostrare false le accuse dei calunniatori. La pratica del bene in Mt 5,16 si esprime nelle “opere belle”. In questo caso l’accusa è falsa solo se la condotta dei cristiani è irreprensibile a motivo del loro legame con Gesù.

Essere perseguitati per la giustizia è una beatitudine per i seguaci di Gesù “solo se le accuse avanzate contro di loro sono false e solo se essi soffrono a motivo di Cristo”.

La pratica della giustizia

Legandosi strettamente alla persona e all’insegnamento di Gesù, i suoi discepoli e quanti ne accolgono l’insegnamento, che egli dona interpretando la Torah, praticano la giustizia esprimendola nelle opere belle. Si tratta di una continua tensione verso questo bene escatologico inaugurato nel presente della storia dal dono di amore di Gesù e che si traduce in una santità che diviene giusta relazione con Dio, con gli uomini, con il creato. La beatitudine che segue a chi ha fame e sete della giustizia e a chi per essa è perseguitato non è conferita solo in virtù di una fede professata o di un nome di appartenenza. La giustizia va vissuta (cfr 1Pt 2,24): questo significa abbracciare radicalmente la vita evangelica, che si traduce in un ascolto intelligente, attento e perseverante della Parola, in una preghiera umile e grata, composta di sobrietà, in una fiducia illimitata nell’agire del Padre nella storia, in un dono d’amore che, sul modello di Gesù, ama persino i nemici, che non sono più tali. Facendo la giustizia, il discepolo rivela di appartenere totalmente a Gesù, di non disporre più di se stesso in autonomia, di aver ricevuto in dono quella libertà del cuore che non si attarda sulle piccinerie. Soprattutto, egli è consapevole di non riuscire a vivere totalmente la via tracciata dall’insegnamento di Gesù, ma “non rifiuta di trovarsela scolpita addosso dalle parole dell’unico Maestro. Anche se non riesce sempre a viverla fino in fondo, essa è qualcosa per cui lui vuole vivere, è ciò di cui lui ha fame e sete e di cui vuole essere profeta”. Perseguire la giustizia ed essere perseguitati per essa è la misura dell’accoglienza del Regno di Dio manifestato in Gesù. E quest’ultima non è legata necessariamente ad un’appartenenza, che può rivelarsi formale. Il discepolo ne è avvertito dallo stesso Gesù: “In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli” (Mt 21,31b-32). I pubblicani sono disprezzati a motivo della loro avidità, essendo esattori delle imposte e agendo come usurai; le prostitute già dal loro nome sono etichettate come strumenti, non come persone. Con essi siede Gesù a mensa dopo la chiamata di Matteo (cfr. Mt 9,9-13). I farisei, vedendo Gesù banchettare con loro, chiedono ai suoi discepoli, non a lui, il perché egli sieda con uomini e donne ritualmente impuri, avendo egli stesso affermato di non voler abrogare le prescrizioni della Torah. Gesù risponde loro in modo diretto, non attraverso i discepoli, ricordando il detto del profeta Osea secondo il quale Dio vuole la misericordia e non il sacrificio (cfr. Os 6,6). E aggiunge di non essere venuto per chiamare dei giusti, ma dei peccatori. Questo accade perché la giustizia che non è secondo l’insegnamento di Gesù si tramuta in presunzione, in prestazione volontaristica e meritoria: essa – insegna lo stesso Gesù – ha già ricevuto la sua ricompensa (cfr Mt 6,2b.5b.16b). La giustizia di pubblicani e peccatori è quella di non avere più nulla da difendere e nulla da dimostrare. Raggiunti dalla giustizia di Dio in Gesù che li rende perfetti come il Padre (dove la perfezione, qui, è sinonimo di giustizia: cfr Mt 5,48) essi hanno ormai e solamente tutto da donare. Nel paradosso scandaloso di essere pubblicani e prostitute e, allo stesso, discepoli del Regno, testimoniano di quella giustizia che è dono dall’alto e che raggiunge coloro che sono spogli di sé, ricchi del loro peccato, della loro umile consapevolezza del loro essere, pienamente disponibili all’azione dell’amore di Dio in loro attraverso Gesù. Costoro, nel silenzio, a volte tra giudizi ed emarginazione, camminano sulla via della giustizia, attuando le opere belle che si esprimono in quella diaconia all’uomo sofferente, la quale sarà il metro di giudizio nel Regno (cfr. Mt 25,44).

Corso di Antropologia Vocazionale. Edizione 2022. Ultimo Incontro

DIOCESI DI AVERSA
Scuola Pastorale di Teologia per Laici 2021-2022

Corso di Antropologia Vocazionale

Giovedì 24 febbraio 2022, alle ore 12:00, sesto ed ultimo appuntamento del Corso di “Antropologia Vocazionale”. Don Vincenzo Garofalo dell’Ufficio Diocesano per la Pastorale delle Vocazioni termina il Corso con la riflessione “L’Essere Umano nella Storia”, affrontando il tema ” L’intervento di Dio nella Storia dei peccatori”.

24 febbraio 2022: Sesto ed ultimo incontro “L’Essere Umano nella Storia: L’intervento di Dio nella Storia dei peccatori”.

 

VEDI GLI INCONTRI PRECEDENTI

17 febbraio 2022: Quinto incontro “L’Essere Umano nella Storia: Obbedienza e Trasgressione

 

10 febbraio 2022: Quarto incontro “L’Essere Umano nella Storia: L’Uomo sotto la Legge”

 

3 febbraio 2022: Terzo incontro “La Famiglia Umana: L’amore tra genitori e figli”

 

 

27 gennaio 2022: Secondo incontro “La Famiglia Umana: L’amore tra l’uomo e la donna”

 

20 gennaio 2022: Primo incontro

 

 

Corso di Antropologia Vocazionale. Edizione 2022. 5° Incontro

DIOCESI DI AVERSA
Scuola Pastorale di Teologia per Laici 2021-2022

Corso di Antropologia Vocazionale

Giovedì 17 febbraio 2022, alle ore 12:00, quinto appuntamento con il Modulo di “Antropologia Vocazionale”.

Giovedì 17 Febbraio 2022, alle ore 12:00, don Vincenzo Garofalo dell’Ufficio Diocesano per la Pastorale delle Vocazioni prosegue nella riflessione “L’Essere Umano nella Storia”, affrontando il tema “Obbedienza e Trasgressione”.

Il Corso prevede sei incontri saranno pubblicati ogni giovedì alle ore 12:00 su Facebook (Gruppo “Scuola Pastorale di Teologia per Laici”) e su Youtube (Canale “Chiesa di Aversa”).

17 febbraio 2022: Quinto incontro “L’Essere Umano nella Storia: Obbedienza e Trasgressione

 

VEDI GLI INCONTRI PRECEDENTI

10 febbraio 2022: Quarto incontro “L’Essere Umano nella Storia: L’Uomo sotto la Legge”

 

3 febbraio 2022: Terzo incontro “La Famiglia Umana: L’amore tra genitori e figli”

 

 

27 gennaio 2022: Secondo incontro “La Famiglia Umana: L’amore tra l’uomo e la donna”

 

20 gennaio 2022: Primo incontro

 

 

Corso di Antropologia Vocazionale. Edizione 2022. 4° Incontro

DIOCESI DI AVERSA
Scuola Pastorale di Teologia per Laici 2021-2022

Corso di Antropologia Vocazionale

Giovedì 10 febbraio 2022, alle ore 12:00, quarto appuntamento con il Modulo di “Antropologia Vocazionale”.

“L’Essere Umano nella Storia: L’Uomo sotto la Legge” è l’argomento trattato questa settimana da Don Stefano Rega, Direttore dell’Ufficio per la Pastorale delle Vocazioni.

Il Corso prevede sei incontri saranno pubblicati ogni giovedì alle ore 12:00 su Facebook (Gruppo “Scuola Pastorale di Teologia per Laici”) e su Youtube (Canale “Chiesa di Aversa”).

10 febbraio 2022: Quarto incontro “L’Essere Umano nella Storia: L’Uomo sotto la Legge”

 

VEDI GLI INCONTRI PRECEDENTI

3 febbraio 2022: Terzo incontro “La Famiglia Umana: L’amore tra genitori e figli”

 

 

27 gennaio 2022: Secondo incontro “La Famiglia Umana: L’amore tra l’uomo e la donna”

 

20 gennaio 2022: Primo incontro

 

 

Corso di Antropologia Vocazionale. Edizione 2022. 3° Incontro

DIOCESI DI AVERSA
Scuola Pastorale di Teologia per Laici 2021-2022

Corso di Antropologia Vocazionale

Giovedì 3 febbraio 2022, alle ore 12:00, terzo appuntamento con il Modulo di “Antropologia Vocazionale”.

“La Famiglia Umana: L’Amore tra Genitori e Figli” è l’argomento trattato questa settimana da don Vincenzo Garofalo dell’Ufficio Diocesano per la Pastorale delle Vocazioni.

Il Corso prevede sei incontri saranno pubblicati ogni giovedì alle ore 12:00 su Facebook (Gruppo “Scuola Pastorale di Teologia per Laici”) e su Youtube (Canale “Chiesa di Aversa”).

 

3 febbraio 2022: Terzo incontro “La Famiglia Umana: L’amore tra genitori e figli”

 

VEDI GLI INCONTRI PRECEDENTI

27 gennaio 2022: Secondo incontro “La Famiglia Umana: L’amore tra l’uomo e la donna”

 

20 gennaio 2022: Primo incontro

 

 

Rinnovamento della vita consacrata. L’omelia del papa in occasione della XXVI Giornata Mondiale della Vita Consacrata

Condividiamo le parole di papa Francesco durante la S. Messa per la XXVI Giornata Mondiale della Vita Consacrata (2 febbraio 2022).

Due anziani, Simeone e Anna, attendono nel tempio il compimento della promessa che Dio ha fatto al suo popolo: la venuta del Messia. Ma la loro attesa non è passiva, è piena di movimento. Seguiamo dunque i movimenti di Simeone: egli dapprima è mosso dallo Spirito, poi vede nel Bambino la salvezza e finalmente lo accoglie tra le braccia (cfr Lc 2,26-28). Fermiamoci semplicemente su queste tre azioni e lasciamoci attraversare da alcune domande importanti per noi, in particolare per la vita consacrata.

La prima è: da che cosa siamo mossi? Simeone si reca al tempio «mosso dallo Spirito» (v. 27). Lo Spirito Santo è l’attore principale della scena: è Lui che fa ardere nel cuore di Simeone il desiderio di Dio, è Lui che ravviva nel suo animo l’attesa, è Lui che spinge i suoi passi verso il tempio e rende i suoi occhi capaci di riconoscere il Messia, anche se si presenta come un bambino piccolo e povero. Questo fa lo Spirito Santo: rende capaci di scorgere la presenza di Dio e la sua opera non nelle grandi cose, nell’esteriorità appariscente, nelle esibizioni di forza, ma nella piccolezza e nella fragilità. Pensiamo alla croce: anche lì è una piccolezza, una fragilità, anche una drammaticità. Ma lì c’è la forza di Dio. L’espressione “mosso dallo Spirito” ricorda quelle che nella spiritualità si chiamano “mozioni spirituali”: sono quei moti dell’animo che avvertiamo dentro di noi e che siamo chiamati ad ascoltare, per discernere se provengono dallo Spirito Santo o da altro. Stare attenti alle mozioni interiori dello Spirito.

Allora ci chiediamo: da chi ci lasciamo principalmente muovere: dallo Spirito Santo o dallo spirito del mondo? È una domanda su cui tutti dobbiamo misurarci, soprattutto noi consacrati. Mentre lo Spirito porta a riconoscere Dio nella piccolezza e nella fragilità di un bambino, noi a volte rischiamo di pensare alla nostra consacrazione in termini di risultati, di traguardi, di successo: ci muoviamo alla ricerca di spazi, di visibilità, di numeri: è una tentazione. Lo Spirito invece non chiede questo. Desidera che coltiviamo la fedeltà quotidiana, docili alle piccole cose che ci sono state affidate. Com’è bella la fedeltà di Simeone e Anna! Ogni giorno si recano al tempio, ogni giorno attendono e pregano, anche se il tempo passa e sembra non accadere nulla. Aspettano tutta la vita, senza scoraggiarsi e senza lamentarsi, restando fedeli ogni giorno e alimentando la fiamma della speranza che lo Spirito ha acceso nel loro cuore.

Possiamo chiederci, noi, fratelli e sorelle: che cosa muove i nostri giorni? Quale amore ci spinge ad andare avanti? Lo Spirito Santo o la passione del momento, ossia qualsiasi cosa? Come ci muoviamo nella Chiesa e nella società? A volte, anche dietro l’apparenza di opere buone, possono nascondersi il tarlo del narcisismo o la smania del protagonismo. In altri casi, pur portando avanti tante cose, le nostre comunità religiose sembrano essere mosse più dalla ripetizione meccanica – fare le cose per abitudine, tanto per farle – che dall’entusiasmo di aderire allo Spirito Santo. Farà bene, a tutti noi, verificare oggi le nostre motivazioni interiori, discerniamo le mozioni spirituali, perché il rinnovamento della vita consacrata passa anzitutto da qui.

Una seconda domanda: che cosa vedono i nostri occhi? Simeone, mosso dallo Spirito, vede e riconosce Cristo. E prega dicendo: «I miei occhi hanno visto la tua salvezza» (v. 30). Ecco il grande miracolo della fede: apre gli occhi, trasforma lo sguardo, cambia la visuale. Come sappiamo da tanti incontri di Gesù nei Vangeli, la fede nasce dallo sguardo compassionevole con cui Dio ci guarda, sciogliendo le durezze del nostro cuore, risanando le sue ferite, dandoci occhi nuovi per vedere noi stessi e il mondo. Occhi nuovi su noi stessi, sugli altri, su tutte le situazioni che viviamo, anche le più dolorose. Non si tratta di uno sguardo ingenuo, no, è sapienziale; lo sguardo ingenuo fugge la realtà o finge di non vedere i problemi; si tratta invece di occhi che sanno “vedere dentro” e “vedere oltre”; che non si fermano alle apparenze, ma sanno entrare anche nelle crepe della fragilità e dei fallimenti per scorgervi la presenza di Dio.

Gli occhi anziani di Simeone, pur affaticati dagli anni, vedono il Signore, vedono la salvezza. E noi? Ognuno può domandarsi: che cosa vedono i nostri occhi? Quale visione abbiamo della vita consacrata? Il mondo spesso la vede come uno “spreco”: “Ma guarda, quel ragazzo così bravo, farsi frate”, o “una ragazza così brava, farsi suora… È uno spreco. Se almeno fosse brutto o brutta… No, sono bravi, è uno spreco”. Così pensiamo noi. Il mondo la vede forse come una realtà del passato, qualcosa di inutile. Ma noi, comunità cristiana, religiose e religiosi, che cosa vediamo? Siamo rivolti con gli occhi all’indietro, nostalgici di ciò che non c’è più o siamo capaci di uno sguardo di fede lungimirante, proiettato dentro e oltre? Avere la saggezza del guardare – questa la dà lo Spirito –: guardare bene, misurare bene le distanze, capire le realtà. A me fa tanto bene vedere consacrati e consacrate anziani, che con occhi luminosi continuano a sorridere, dando speranza ai giovani. Pensiamo a quando abbiamo incontrato sguardi simili e benediciamo Dio per questo. Sono sguardi di speranza, aperti al futuro. E forse ci farà bene, in questi giorni, fare un incontro, fare una visita ai nostri fratelli religiosi e sorelle religiose anziani, per guardarli, per parlare, per domandare, per sentire cosa pensano. Credo che sarà una buona medicina.

Fratelli e sorelle, il Signore non manca di darci segnali per invitarci a coltivare una visione rinnovata della vita consacrata. Ci vuole, ma sotto la luce, sotto le mozioni dello Spirito Santo. Non possiamo fare finta di non vedere questi segnali e continuare come se niente fosse, ripetendo le cose di sempre, trascinandoci per inerzia nelle forme del passato, paralizzati dalla paura di cambiare. L’ho detto tante volte: oggi, la tentazione di andare indietro, per sicurezza, per paura, per conservare la fede, per conservare il carisma fondatore… È una tentazione. La tentazione di andare indietro e conservare le “tradizioni” con rigidità. Mettiamoci in testa: la rigidità è una perversione, e sotto ogni rigidità ci sono dei gravi problemi. Né Simeone né Anna erano rigidi, no, erano liberi e avevano la gioia di fare festa: lui, lodando il Signore e profetizzando con coraggio alla mamma; e lei, come buona vecchietta, andando da una parte all’altra dicendo: “Guardate questi, guardate questo!”. Hanno dato l’annuncio con gioia, gli occhi pieni di speranza. Niente inerzie del passato, niente rigidità. Apriamo gli occhi: attraverso le crisi – sì, è vero, ci sono le crisi –, i numeri che mancano – “Padre, non ci sono vocazioni, adesso andremo in quell’isola dell’Indonesia per vedere se ne troviamo qualcuna” –, le forze che vengono meno, lo Spirito invita a rinnovare la nostra vita e le nostre comunità. E come facciamo questo? Lui ci indicherà il cammino. Noi apriamo il cuore, con coraggio, senza paura. Apriamo il cuore. Guardiamo a Simeone e Anna: anche se sono avanti negli anni, non passano i giorni a rimpiangere un passato che non torna più, ma aprono le braccia al futuro che viene loro incontro. Fratelli e sorelle, non sprechiamo l’oggi guardando a ieri, o sognando di un domani che mai verrà, ma mettiamoci davanti al Signore, in adorazione, e domandiamo occhi che sappiano vedere il bene e scorgere le vie di Dio. Il Signore ce li darà, se noi lo chiediamo. Con gioia, con fortezza, senza paura.

Infine, una terza domanda: che cosa stringiamo tra le braccia? Simeone accoglie Gesù tra le braccia (cfr v. 28). È una scena tenera e densa di significato, unica nei Vangeli. Dio ha messo suo Figlio tra le nostre braccia perché accogliere Gesù è l’essenziale, il centro della fede. A volte rischiamo di perderci e disperderci in mille cose, di fissarci su aspetti secondari o di immergerci nelle cose da fare, ma il centro di tutto è Cristo, da accogliere come il Signore della nostra vita.

Quando Simeone prende fra le braccia Gesù, le sue labbra pronunciano parole di benedizione, di lode, di stupore. E noi, dopo tanti anni di vita consacrata, abbiamo perso la capacità di stupirci? O abbiamo ancora questa capacità? Facciamo un esame su questo, e se qualcuno non la trova, chieda la grazia dello stupore, lo stupore davanti alle meraviglie che Dio sta facendo in noi, nascoste come quella del tempio, quando Simeone e Anna incontrarono Gesù. Se ai consacrati mancano parole che benedicono Dio e gli altri, se manca la gioia, se viene meno lo slancio, se la vita fraterna è solo fatica, se manca lo stupore, non è perché siamo vittime di qualcuno o di qualcosa, il vero motivo è che le nostre braccia non stringono più Gesù. E quando le braccia di un consacrato, di una consacrata non stringono Gesù, stringono il vuoto, che cercano di riempire con altre cose, ma c’è il vuoto. Stringere Gesù con le nostre braccia: questo è il segno, questo è il cammino, questa è la “ricetta” del rinnovamento. Allora, quando non abbracciamo Gesù, il cuore si chiude nell’amarezza. È triste vedere consacrati, consacrate amari: si chiudono nella lamentela per le cose che puntualmente non vanno. Sempre si lamentano di qualcosa: del superiore, della superiora, dei fratelli, della comunità, della cucina… Se non hanno lamentele non vivono. Ma noi dobbiamo stringere Gesù in adorazione e domandare occhi che sappiano vedere il bene e scorgere le vie di Dio. Se accogliamo Cristo a braccia aperte, accoglieremo anche gli altri con fiducia e umiltà. Allora i conflitti non inaspriscono, le distanze non dividono e si spegne la tentazione di prevaricare e di ferire la dignità di qualche sorella o fratello. Apriamo le braccia, a Cristo e ai fratelli! Lì c’è Gesù.

Carissimi, carissime, rinnoviamo oggi con entusiasmo la nostra consacrazione! Chiediamoci quali motivazioni muovono il nostro cuore e il nostro agire, qual è la visione rinnovata che siamo chiamati a coltivare e, soprattutto, prendiamo fra le braccia Gesù. Anche se sperimentiamo fatiche e stanchezze – questo succede: anche delusioni, succede –, facciamo come Simeone e Anna, che attendono con pazienza la fedeltà del Signore e non si lasciano rubare la gioia dell’incontro. Andiamo verso la gioia dell’incontro: questo è molto bello! Rimettiamo Lui al centro e andiamo avanti con gioia. Così sia.

Corso di Antropologia Vocazionale. Edizione 2022. 2° Incontro

DIOCESI DI AVERSA
Scuola Pastorale di Teologia per Laici 2021-2022

Corso di Antropologia Vocazionale

Giovedì 27 gennaio 2022, alle ore 12:00, secondo appuntamento con il Modulo di “Antropologia Vocazionale”.
Il tema al centro della lezione illustrata da don Stefano Rega, Direttore dell’Ufficio per la Pastorale delle Vocazioni, è “La Famiglia Umana: L’amore tra l’uomo e la donna”.

Il Corso prevede sei incontri saranno pubblicati ogni giovedì alle ore 12:00 su Facebook (Gruppo “Scuola Pastorale di Teologia per Laici”) e su Youtube (Canale “Chiesa di Aversa”).

27 gennaio 2022: Secondo incontro

 

VEDI GLI INCONTRI PRECEDENTI

20 gennaio 2022: Primo incontro

 

 

Corso di Antropologia Vocazionale. Edizione 2022.

DIOCESI DI AVERSA
Scuola Pastorale di Teologia per Laici 2021-2022

Corso di Antropologia Vocazionale

Giovedì 20 gennaio 2022 ha preso il via il Modulo di “Antropologia Vocazionale”, curato dall’Ufficio per la Pastorale delle Vocazioni della Diocesi di Aversa ed inserito nel percorso annuale della Scuola Pastorale di Teologia per Laici 2021-2022, ideata dall’Ufficio Catechistico della diocesi di Aversa. Condividiamo con i serrani la prima lezione del corso, condotta da don Vincenzo Garofalo.

Il Corso prevede sei incontri saranno pubblicati ogni giovedì alle ore 12:00 su Facebook (Gruppo “Scuola Pastorale di Teologia per Laici”) e su Youtube (Canale “Chiesa di Aversa”).

20 gennaio 2022: Primo incontro

 

 

Il Centro di accoglienza migranti della Diocesi di Oppido Mamertina – Palmi

La Caritas Diocesana: Vie nuove di speranza per Accogliere, Proteggere e promuovere, Integrare. Verso un noi sempre più grande

 In quest’anno pastorale, la Caritas Diocesana ha preso come punti di riferimento per programmare le sue attività a favore dei poveri del nostro territorio diocesano, che corrisponde alla Piana del Tauro con 33 Comuni e con oltre 160.000 abitanti, alcuni eventi, a partire dal 50° Anniversario di Caritas Italiana e dall’incontro con Papa Francesco di tutti gli animatori e operatori Caritas Diocesane d’Italia a Roma, il 2 luglio scorso. Durante l’incontro, il Santo Padre ha chiesto di percorrere con gioia tre vie: “partire dagli ultimi, custodire lo stile del Vangelo e sviluppare la creatività”.

Inoltre, il 14 novembre scorso, a San Ferdinando la Caritas diocesana con le Caritas parrocchiali ha celebrato la quinta Giornata mondiale dei poveri, dal tema I poveri li avete sempre con voi. Il nostro Vescovo Mons. Francesco Milito, durante la celebrazione Eucaristica, ha chiamato San Ferdinando “Città della Carità”.

Ancora, la 107.ma Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato, con il suo tema Verso un Noi sempre più grande, è stata celebrata dalla Caritas Diocesana con la proposta e promozione del Progetto “APRI”, acronimo dei quattro verbi di Papa Francesco riferiti ai migranti: “Accogliere, PRoteggere e promuovere, Integrare”.

Infine, il Sinodo Diocesano che stiamo celebrando, per “camminare nella verità, che è Cristo, come impegno ineludibile se non si vuole brancolare nel buio e cadere in un vuoto esistenziale”, come ci ha invitati a fare il nostro vescovo Mons. Francesco Milito, per “studiare il nostro tempo, leggere il nostro territorio con occhi aperti e sguardo in avanti, ritrovare unità di azione”, perché camminando insieme, “si potrà imparare quali processi possono aiutarci a vivere la comunione, a realizzare la partecipazione e ad aprirsi alla missione”.

Tra i poveri della nostra diocesi ci sono, certamente, anche i migranti che provengono dall’Africa e sono sbarcati sulle nostre coste, la maggior parte di loro con i barconi a perdere, senza nulla addosso, se non i pochi vestiti pure logori.

Incoraggiati dal nostro Vescovo Mons. Francesco Milito e dal Santo Padre Papa Francesco che, continuamente, invitano ogni comunità a “creare, con i migranti, tanti momenti di incontro e di amicizia, di solidarietà e di aiuto concreto”, perché la povertà non è un’entità astratta, ma “ha il volto di donne, di uomini e di bambini sfruttati per vili interessi, calpestati dalle logiche perverse del potere e del denaro”. Davanti a questi scenari, come Caritas Diocesana di Oppido Mamertina – Palmi, abbiamo cercato di non restare inerti e rassegnati, ma abbiamo cercato di “rispondere con una nuova visione della vita e della società”.

Abbiamo cercato di tendere la mano e di aiutare, con tutte le nostre forze, le persone che soffrono, i poveri, i fragili, e tra questi i Migranti e i rifugiati, senza escludere nessuno.

Con la speranza che tutte le iniziative e le attenzioni verso i poveri e i migranti  “possano radicarsi sempre più  nella nostra Chiesa locale” e, anche attraverso il Sinodo Diocesano che stiamo celebrando, “possa aprirsi a un movimento di evangelizzazione che incontri in prima istanza i poveri là dove si trovano perché non possiamo attendere che bussino alla nostra porta, è urgente che li raggiungiamo nelle loro case, negli ospedali e nelle residenze di assistenza, per le  strade e negli  angoli  bui  dove  a  volte si  nascondono, nei  centri  di  rifugio  e  di accoglienza, nella Tendopoli di San Ferdinando, nel Campo Container di Rosarno, nel campo immigrati di Russo di Taurianova e in tutti gli altri sperduti e diroccati casolari delle campagne della Piana, perché è importante capire come si sentono, cosa provano e quali desideri hanno  nel  cuore”.  “Essi hanno molto da insegnarci, poiché, oltre a partecipare del sensus fidei, con le proprie sofferenze conoscono il Cristo sofferente”.

Il Centro di accoglienza

Il Centro di accoglienza migranti della nostra Diocesi più conosciuto è certamente la tendopoli/baraccopoli di San Ferdinando, sita nella stessa 2^ Zona Industriale del Porto di Gioia Tauro che, nel mese di marzo 2019, ha sostituito l’altra vecchia tendopoli/baraccopoli, ghetto di San Ferdinando, dove per anni hanno trovato riparo i braccianti africani immigrati.

Frutto di un’azione sinergica tra Regione Calabria, Prefettura e Provincia di Reggio Calabria, Protezione civile regionale, Croce rossa, Caritas Diocesana di Oppido-Palmi e le amministrazioni comunali di San Ferdinando e Rosarno, la nuova tendopoli doveva essere una soluzione temporanea, in attesa di soluzioni più stabili, per assicurare ai migranti dignità e condizioni di accoglienza ed ospitalità decorose in un contesto di massima trasparenza e legalità, nel quadro di un più vasto progetto di integrazione condiviso dalle comunità locali e gestito in sinergia con l’associazionismo locale. Tutto questo purtroppo è stato realizzato solo in parte e da soluzione temporanea, la tendopoli è diventata soluzione stabile.

Attualmente nella tendopoli ci sono 76 tende, ormai logore e oltre cento baracche costruite negli ultimi mesi, quando la tendopoli è rimasta incustodita.

I braccianti africani che vi risiedono vengono dal Mali, dal Ghana, dal Gambia, dal Senegal, dalla Costa d’Avorio, dalla Nigeria, dal Niger, dal Burkina Faso e dalla Liberia.

Nella tendopoli ci sono 3 container con 4 bagni ciascuno e 5 container con 2 bagni e 2 docce ciascuno.

Ci sono due container donati, temporaneamente, alla Caritas Diocesana dal Comune di San Ferdinando, che sono adibiti a Centro di Ascolto Caritas e a deposito derrate alimentari della Caritas, ed anche vestiario e coperte.

C’è anche una tenda che funge da moschea con tre Imam che si alternano durante i momenti di preghiera.

Intorno alla tendopoli operano giorno e notte, h 24, le Forze dell’Ordine, con a turno i Carabinieri, la Polizia e la Guardia di Finanza.

La tendopoli, che è stata installata per 400 persone, fin dal primo momento ha mostrato molte criticità che non sono state mai risolte definitivamente a causa dei mancati finanziamenti da parte delle autorità competenti.

La prima criticità è la corrente elettrica che, soprattutto in inverno funziona malissimo per il sovraccarico inevitabile per riscaldarsi, cucinare e illuminare le tende. Per poter cucinare e per riscaldarsi, inoltre, i migranti collegano abusivamente molti fili elettrici volanti che, per il cattivo funzionamento, diventano un pericolo reale per ognuno. Nei giorni scorsi, un incendio dovuto al sovraccarico dei collegamenti abusivi ha distrutto completamente il quadro elettrico generale e adesso la tendopoli è completamente al buio.

La seconda sono i servizi igienici che sono insufficienti, comprese le docce, dove l’acqua calda, a causa delle continue interruzioni della corrente elettrica, non c’è quasi mai.

Inoltre i servizi igienici, a causa della scarsissima manutenzione e pulizia, sono continuamente sporchi e mal funzionanti con perdite di acque reflue e di liquami di fognatura maleodoranti che si sono sparse sotto i container dove hanno formato pozzanghere e poi tutto intorno ai container.

La terza criticità sono le tende che dopo un anno e mezzo già mostrano tutto il loro deterioramento, con strappi e squarci evidenti, dovuti al loro consumo, che provocano infiltrazione di acqua piovana e freddo.

La quarta criticità è l’acqua corrente che spesso viene meno, per vari motivi, soprattutto per manutenzione della condotta, anche per più di una giornata.

La quinta criticità è la spazzatura e lo smaltimento di rifiuti speciali, come la tela delle tende, che rimangono in mezzo al campo per settimane prima che la Ditta che ha l’appalto provveda per il ritiro.

Ogni intervento di manutenzione sia alla corrente elettrica, sia ai servizi igienici e alla fognatura, diventa spesso un problema insormontabile e passano tanti giorni prima che venga risolto, ma mai definitivamente.

Con l’inverno tutte queste criticità si sono moltiplicate, come è già successo l’inverno scorso.

Oltre alla tendopoli di San Ferdinando, in moltissimi altri luoghi del circondario, da moltissimi anni, ci sono altri insediamenti nei casolari, anche diroccati, delle campagne della località Marotta di Drosi dei Rizziconi, della località Olmolongo di Rizziconi, nella località collina tra Rizziconi e Rosarno, nella località Russo nel Comune di Taurianova dove c’è la comunità più numerosa con oltre 150 arrivi ogni anno e almeno 30 residenti stabili.

In questi luoghi i migranti si sono sistemati in condizioni di grande precarietà senza luce elettrica, senza acqua corrente e senza servizi igienici e vivono quasi da invisibili. A loro ci pensa ad aiutarli solo la Caritas e il Sindacato CGIL con la Segretaria Generale della Piana di Gioia Tauro che sta spendendo gran parte della sua vita per aiutare i migranti della Piana. Purtroppo per tutti loro non c’è lavoro sufficiente e quindi si trovano a passare tantissimo tempo senza lavorare, quindi senza guadagnare niente, e si trovano nella povertà più grande.

Le condizioni dei migranti, purtroppo, in questi anni non sono molto migliorate e, anche se c’è stato un aumento dei contratti agrari registrati per i bracciati africani, che è sicuramente una cosa buona, dovuta soprattutto al lavoro fatto dalle forze dell’Ordine specialmente dopo la legge regionale del 2016 contro il lavoro nero, lo sfruttamento e il caporalato in agricoltura, abbiamo ancora casi di assunzioni per un mese ma con versamento di contributi per una settimana o addirittura per tre o quattro giorni. La retribuzione agli immigrati è di 30/35 euro al giorno per 8 ore di lavoro, oppure a cottimo le aziende pagano i braccianti un euro e cinquanta a cassetta per i mandarini e un euro a cassetta per le arance. A queste cifre, spesso, bisogna sottrarre il “pizzo” dovuto ai caporali che va da 3 a 5 euro per il trasporto con i furgoni fino al posto di lavoro, andata e ritorno.

Tutto questo comporta che nemmeno un terzo dei braccianti immigrati africani che lavorano nella Piana di Gioia Tauro ha un contratto, e tutti vivono nell’incertezza del futuro e, soprattutto, con il problema che senza contratto di lavoro non potranno rinnovare il permesso di soggiorno, non potranno trovare una casa in affitto, non potranno avere una residenza.

E tutto questo porta pure il deteriorarsi delle condizioni psico-fisiche dei migranti che, ultimamente più spesso, hanno mostrato problemi psicologici e di salute, legati certamente alle condizioni di vita, alla stagione fredda, alla mancanza di riscaldamento.

In questi anni la Caritas è sempre stata presente in queste periferie geografiche ed esistenziali come segno di presenza della Chiesa, sia nell’emergenza che purtroppo spesso è diventata sistema, che nella normalità, cercando di instaurare un buon dialogo con i migranti con i quali ha costruito un ottimo rapporto di fiducia e di amicizia, facendo cadere i muri della paura, della diffidenza e dell’incomprensione. La Caritas, inoltre, in questi anni ha cercato di dialogare con le istituzioni pubbliche e private coinvolte, a diverso titolo, nella situazione immigrati e, in particolare, con la Prefettura, la Questura e il Comune di San Ferdinando e le altre amministrazioni dei comuni della Piana interessati al fenomeno dei migranti. La Caritas, per ognuno di loro, è stata interlocutrice principale in ogni occasione. È stata una interlocutrice soprattutto nei scorsi mesi tra luglio e settembre quando, dopo che il Vescovo sollecitava le istituzioni a vaccinare i migranti con due lettere datate 19 maggio e 10 luglio 2021,  nelle quali sollevava il problema di “estendere le vaccinazioni anche ai molti senza fissa dimora, stranieri irregolari e quanti non censiti dal S.S.N., stabilmente o saltuariamente presenti tra di noi, come atto di giustizia nei confronti di questi ultimi, ma anche nell’interesse di salvaguardia dell’intera popolazione normalmente e regolarmente residente, con il rischio sempre presente di nuovi focolai di infezione”, insieme a Celeste Logiacco, Segretaria Generale della CGIL della Piana, passando tenda per tenda e baracca per baracca, sono riusciti a convincere tutti i migranti della tendopoli/baraccopoli a vaccinarsi contro il Covid19. I migranti che avevano avuto la tendopoli zona rossa, hanno subito capito l’importanza della vaccinazione per uscire fuori dalla pandemia.

Più volte, come Caritas, abbiamo chiesto, durante gli incontri istituzionali in Prefettura, in Questura e con ogni politico con il quale ci siamo confrontati, ad ogni livello, di uscire dalla logica emergenziale, in favore di un’accoglienza diffusa da conseguire con il supporto della Regione Calabria, dei Comuni interessati e delle aziende che hanno bisogno della loro mano d’opera.

Su questo, inoltre, più volte in Prefettura sono stati fatti incontri durante i quali è stata fatta una ricognizione dei beni confiscati alla criminalità organizzata da poter destinare alla sistemazione alloggiativa dei migranti e, al riguardo, è emersa la disponibilità di immobili nei Comuni di Cittanova, Gioia Tauro, Rosarno, San Ferdinando e Taurianova, ma poi non si è dato seguito.

Sono state fatte anche promesse che riguardano degli incentivi per il fitto di immobili, con la creazione di un apposito fondo di garanzia regionale per i proprietari che concedono un immobile in locazione e l’intensificazione dei mezzi di trasporto per agevolare gli spostamenti dei migranti sul luogo di lavoro, ma anche tutto questo non ha avuto seguito.

Questo è un territorio ad alto tasso di spopolamento con centri abitati semideserti e moltissime abitazioni sfitte, con un patrimonio immobiliare vuoto assai vasto. L’auspicio è che gli enti locali collaborino per permettere il ripopolamento di questi luoghi, e queste abitazioni verrebbero messe a disposizione dei lavoratori stagionali con affitti calmierati.

Adesso, mentre molti migranti sono ritornati nella Piana per la raccolta degli agrumi e altri lavori agricoli, stiamo assistendo da parte delle autorità, ad un pericoloso silenzio. Oggi il dato più preoccupante è quello del silenzio e dell’immobilismo delle Istituzioni. Intanto stanno crescendo le baraccopoli di San Ferdinando, quella nella località Russo di Taurianova, quella di Marotta. Intanto il campo container di Rosarno si sta degradando sempre più. Centinaia e centinaia di migranti stanno vivendo in condizioni disumane e terribili, al freddo e al gelo.

La richiesta forte che, ancora una volta, vuole partire dalla Caritas Diocesana di Oppido Mamertina – Palmi e da tutte le organizzazioni umanitarie e dalla popolazione della Piana di Gioia Tauro, è quella dell’impegno delle Istituzioni Pubbliche interessate affinché venga eliminata l’attuale nuova tendopoli che intanto è diventata baraccopoli e tutti i ghetti piccoli e grandi nascosti nelle campagne della Piana e ai migranti venga assicurata una normale e civile abitazione con l’accoglienza diffusa tanto auspicata da tutti e che  mai più sorgano ghetti nei nostri territori.

Noi crediamo che a San Ferdinando bisogna creare un nuovo modo di vivere che va al di là della tendopoli e proponiamo l’accoglienza diffusa nei Comuni, come l’esperienza di Drosi dove, con la garanzia della Caritas, negli anni scorsi, siamo arrivati ad affittare ben 30 abitazioni private per l’accoglienza di 140 immigrati. Adesso, a Drosi, i migranti riescono ad affittare le case direttamente loro, perché hanno acquisito la fiducia dei proprietari.

Una richiesta forte che la Caritas pone, ancora una volta, alle Istituzioni è quella di saper veramente promuovere iniziative per politiche di integrazione piena, per l’inserimento dignitoso degli immigranti nelle realtà locali e comprensoriali, specialmente nel lavoro, nell’istruzione scolastica, nella sanità, nella socialità, nella tutela dell’identità culturale e religiosa, con un impegno nuovo e giusto, pacifico, solidale e strutturato.

La richiesta è quella di realizzare progetti e servizi non improvvisati per l’emergenza, ma programmati per l’ordinario, il quotidiano e il lungo termine. Chiediamo anche una giusta politica dei prezzi agricoli per far sì che i produttori abbiano più garanzia per i loro prodotti, anche con la tenuta dei prezzi, e possano assumere legalmente e serenamente la mano d’opera specialmente immigrata anche con la riaffermazione del ruolo dei centri per l’impiego e l’istituzione delle liste di prenotazione per il lavoro agricolo, per consentire l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro.

Si chiede, di conseguenza, una giusta retribuzione ai braccianti immigrati e un contratto di lavoro con l’assicurazione e i contributi previdenziali ed assistenziali; una dignitosa abitazione con luce elettrica, acqua corrente, e servizi igienici.

Prima di terminare, ricordiamo i tantissimi interventi del Vescovo S. E. Mons. Francesco Milito sulla questione immigrati, fin dal suo arrivo in Diocesi. Ricordiamo in modo particolare quattro suoi messaggi riguardo gli immigrati nella Diocesi di Oppido Palmi, le iniziative della Diocesi e i suggerimenti per la risoluzione dei problemi:

Ancora al “freddo e al gelo” – Avvento di Fraternità – 2012

Non ci costò l’aver amato – Natale 2012.

Da Natale a Pasqua: non ha colori la pelle di Dio – Quaresima 2013

“Settembre, andiamo. È tempo di migrare” Dove? Come? – Agosto 2013

Messaggi scritti dal nostro Vescovo Mons. Francesco Milito otto, nove anni fa, ma tutti attuali più che mai. Sembrano scritti oggi.

Ricordiamo, in particolare, il suo primo messaggio per l’avvento 2013, dal significativo titolo Ancora al “freddo e al gelo”, con l’invito rivolto ad ogni famiglia della diocesi, che poteva farlo, di dare una coperta ai fratelli immigrati bisognosi: ciò ha assunto un significato che è andato al di là del gesto stesso, perché ha mobilitato i fedeli tutti e ha fatto prendere coscienza, ancor di più, della situazione di emergenza che stavano vivendo gli immigrati. “Al freddo e al gelo” nelle tendopoli e nelle baracche oggi è “ancora lui che soffre nei fratelli immigrati”, ha affermato , con grande sensibilità, Mons. Milito, chiedendosi sé è “ammissibile” e “concepibile, ancora la riproposizione di una scena così grave? Ve lo confido come un padre, che avverte acute le emergenze dei suoi figli e chiede ai fratelli di non dimenticarsi di farsi prossimo degli altri che soffrono: mi aspetto che scatti un moto immediato di solidarietà efficace”.

L’appello di Mons. Milito allora è caduto in un periodo in cui le previsioni meteorologiche, recanti notizie di peggioramento delle condizioni atmosferiche, “aggiungono un motivo in più all’urgenza di non perdere tempo. Se la risposta sarà tale da fronteggiare la pesante indigenza dei nostri fratelli immigrati, a Natale, quando riecheggeranno nelle nostre Chiese e per il mondo le parole rivelatrici del suo mistero ‘E il Verbo si fece Carne e venne ad abitare in mezzo a noi’, saranno pienamente concrete”. “Le precarie condizioni, in cui continuano a versare gli immigrati, che servono al lavoro, ma che il lavoro, per complessi ma evidenti motivi, non riesce ad elevare – afferma il vescovo – non può lasciarci assolutamente indifferenti”.

Il nostro Vescovo si è rivolto, quindi, agli organismi civili competenti: “senza latitanze, senza assenze e silenzi inspiegabili, senza rinvii tocca prendere in mano la situazione, rafforzare e completare gli interventi urgenti di prima necessità, a salvaguardia dei diritti primari della dignità e della salute”.

All’importante messaggio è seguita la visita di Mons. Francesco Milito alla tendopoli di San Ferdinando, dove si è voluto rendere conto di persona dello stato di degrado spaventoso in cui vivevano oltre millecinquecento immigrati africani.

Nella tendopoli, costruita l’anno prima per far fronte a quella emergenza abitativa, gli immigrati avevano costruito baracche e ripari di ogni genere con lamiere, cartoni, plastiche e rami di alberi. Mons. Francesco Milito, visibilmente turbato, ha definito quelle abitazioni: “disumane ed inaccettabili”; “c’è da inorridire nel veder come vivono questi fratelli, ammassati in ambienti che di umano non hanno niente”.  “Sono scene – ha aggiunto il Vescovo – di straordinaria inciviltà di fronte alle quali occorre uno scatto di carità ma anche di civiltà”. Poi ha lanciato, ancora una volta, un altro appello alle istituzioni perché decidano di intervenire, “per alleviare il più possibile le condizioni di vita di questi nostri fratelli che arrivano nella Piana con la speranza di poter lavorare”. “Spero tanto – ha concluso il Vescovo – che le istituzioni non si girino dall’altra parte e facciano subito anch’esse qualcosa per permettere ai migranti di soggiornare in maniera dignitosa”.

Diac. Vincenzo Alampi