Il contributo di Serra International Italia all’emergenza coronavirus. Lo annuncia il presidente Enrico Mori in una sua lettera ai Serrani, unitamente all’invito a contribuire personalmente

Serra International
Consiglio Nazionale Italiano

 

 

Il Presidente

Pontremoli, 5 aprile 2020 – Domenica delle Palme

Carissimi,

pochi giorni fa ho inviato una lettera al nostro Consulente Episcopale S.E. Mons. Patron Wong manifestando l’intenzione di devolvere un contributo a nome di Serra International Italia come già avvenuto in passato per i terremoti verificatisi a L’Aquila e nelle Marche. La scelta condivisa è stata verso le Case di Cura “Istituto Figlie di San Camillo” che hanno sede a Brescia e Cremona, due delle città della Lombardia, tra le più duramente colpite. Il contributo è stato di 15.000,00 euro, diviso fra le due strutture, per fare fronte all’emergenza sanitaria del COVID-19.

S.E. Mons. Patron Wong si è compiaciuto dell’iniziativa e, come potrete leggere nella lettera che mi ha inviato, ci sprona a proseguire nella nostra missione. Il Serra, prima ancora di essere un movimento a favore delle vocazioni è, come diciamo sempre, una grande famiglia e come ogni grande famiglia al momento del bisogno deve essere coesa e cercare di fare il bene suo e del prossimo.

Chi fosse intenzionato a fare una donazione per questa causa può fare un versamento sul c/c bancario intestato a Serra International Italia, acceso presso

Banca Popolare di Puglia Basilicata – codice IBAN: IT61 M053 8541 3300 0000 8720 133 – causale : COVID-19.

Abbraccio voi e le vostre famiglie con l’augurio che la Settimana Santa sia per tutti noi l’inizio di un percorso gioioso e fecondo nell’attesa della Risurrezione di Gesù Cristo.

Enrico Mori

Maria, Madre delle Vocazioni e San Junipero Serra, pregate per noi

Scarica qui la Lettera di Sua Eminenza Patron Wong al presidente Enrico Mori

Il Serrano è online. Buona lettura!

Cari amici, cari lettori,
per questo numero, “Il Serrano” vi raggiunge, per ora, in modalità telematica. Il drammatico periodo storico che stiamo vivendo sta rallentando un po’ le vite di tutti: così anche per la nostra rivista che, certamente, nella sua veste cartacea, busserà alle porte delle vostre abitazioni con notevole ritardo. Viviamoci questo appuntamento in maniera virtuale, quest’anno. Viviamocelo consapevoli di andare incontro alla Pasqua: un invito a sfidare la morte, le morti quotidiane – e quindi anche questo mostro cattivo e invisibile che attenta alle nostre vite -, certi che la resurrezione nelle nostre azioni giornaliere non tarderà ad arrivare. Sarà una rinascita per tutti!
Neanche a volerlo è proprio questo il tema del nostro numero 148: “La vita si fa storia”. Si faranno storia anche questi mesi: tempo di una Quaresima in quarantena, in cui abbiamo cominciato a sperimentare praticamente quel monito evangelico che, proprio in apertura del tempo forte, nel Mercoledì delle Ceneri, era risuonato in tutte le chiese del mondo: «Quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto» (Mt 6,6). Occasione per una fede più domestica, a portata familiare, da coltivare proprio in quella camera, cornice di una vita quotidianamente alla ricerca di una normalità fatta di nuove forme di sperimentazioni: i più grandi alle prese con lo smart working, i ragazzi ed i bambini impegnati con le diverse attività di didattica a distanza, i più anziani alla ricerca di un perché.
Da quel silenzio di quelle pareti casalinghe, nasce una preghiera per tutti: «Così, Maestro, non celebreremo più la Cena nelle nostre comunità, l’Eucarestia che nutre il nostro cammino, e non sappiamo fino a quando. Siamo smarriti e confusi, attoniti e perplessi. Ma, responsabilmente, ci atteniamo a quanto ci viene chiesto per fermare il contagio e salvare i deboli, come tu ci hai insegnato. Che questo digiuno più duro di ogni digiuno, ci converta nel profondo, ci aiuti a ritrovare la fede dei martiri, l’ardore degli innamorati, ci unisca alle comunità perseguitate, a quante non possono celebrare per mancanza di preti, ci apra la mente e il cuore per capire quale dono abbiamo fra le mani, quale sorgente inesauribile custodiamo troppo spesso con colpevole indifferenza. Sia, questo tempo di digiuno, desiderio, fiamma che si ravviva, attesa della Pasqua. Grazie, Signore, per questo inatteso ed esigente segno. Rendici capaci» (Paolo Curtaz, Digiuno).
Buona lettura a tutti Voi, cari amici serrani, e a chi vorrete inviare questa nostra bella realtà comunicativa. Ci ritroveremo presto, come una famiglia! A tutti, i nostri auguri più sinceri: sia Pasqua, oggi più che mai, fiamma viva che ravviva i nostri cuori!

La Redazione e il Direttore de “Il Serrano”

Sfoglia qui sotto la rivista.

 

Don Repole: “Non siamo alieni in questo mondo”

Una riflessione del Direttore della Facoltà teologica di Torino sul tempo di dolore e difficoltà causati dalla pandemia. «Ci è impossibile celebrare insieme l’Eucaristia, ma non ci è impossibile santificare quel tempo»

Coronavirus, don Repole: solo nella speranza di una vita che sconfigge la morte possiamo dire “andrà tutto bene”

TORINO. «Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo», dice il Sapiente in un antico libro della Bibbia. C’è «un tempo per piangere e un tempo per ridere… un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci». Ciò che ci è chiesto è di comprendere quale tempo si stia abitando. Qualcosa di vero sempre, che diventa indispensabile in alcuni frangenti della storia. Specie quelli in cui si tratta di vedere, senza dabbenaggine, che si è alle prese con un momento straordinario.

Potrà sembrare strano, ma quello che fatichiamo a interiorizzare in questi giorni amari, come cittadini e come credenti, è che siamo alle prese con un tempo non più normale. Non è normale vedersi portare via il padre ammalato su un’ambulanza senza poterlo abbracciare, confortare, accudire, nell’incertezza straziante di poterlo ancora rivedere. Non è normale che in una città moderna del 2020 sfilino i carri dell’esercito per trasportare decine di bare in attesa di sepoltura, in una solitudine agghiacciante. Non è normale non potersi più fidare dell’altro né di sé stessi, perché non si sa chi dei due possa essere letale. No: tutto questo non è normale! Dobbiamo vederlo e dircelo. E possiamo anche scrivere, colorare e convincerci che «andrà tutto bene». Facciamolo, per carità, se serve a farci forza e a trovare stimoli per poter resistere e non soccombere. Forse abbiamo addirittura il dovere di farlo, per preservare i più piccoli e indifesi dalla pesantezza che si è abbattuta sui nostri cuori.

Ma sarebbe bene non negarci la realtà. Non andrà tutto bene per le centinaia di vittime di cui ci viene dato l’annuncio ogni sera, come in un bollettino di guerra, né per le famiglie che quei morti li piangono. E non andrà tutto bene neppure per chi sopravvivrà. Perché ormai dovrebbe essere evidente a tutti: la normalità a cui ritorneremo non sarà semplicemente identica a quella che si è interrotta qualche settimana fa.

Ciò che è certo è che in un momento così anormale, non si può continuare a vivere come se tutto fosse semplicemente normale. Sarebbe insipiente e distruttivo. Nella vita sociale siamo stati chiamati a rinunciare a molte delle realtà che ci sono normalmente necessarie. Lo ha detto bene il premier Giuseppe Conte: dobbiamo astenerci dagli abbracci, in questo momento, se vogliamo tornare ad abbracciarci ancora, come è normale che sia.

Lo stesso sta accadendo nella comunità cristiana. Abbiamo dovuto interrompere i ritmi della nostra vita comunitaria. Siamo chiamati a vivere la mancanza straziante dell’Eucaristia domenicale. Siamo ormai consapevoli che non celebreremo in modo naturale la Domenica delle Palme e soprattutto la Pasqua, cuore e centro della fede in Cristo. Ciò che stupisce è che si possa ragionare di queste oggettive mancanze, come se non ci trovassimo in una situazione eccezionale. Fa pensare che si sia potuto dire che la Chiesa, specie nei suoi preti, stia mostrando paura e indebita sottomissione nell’accettare queste restrizioni.

È vero, nella normalità non possiamo vivere senza quel pane spezzato della Domenica. È quella Eucaristia la nostra sorgente. Abbiamo necessità di ascoltare insieme la Parola di Dio, di nutrirci insieme della carne di Cristo, di toccarci e sperimentare in quel tocco che siamo fratelli in cui scorre la medesima vita. E questo semplicemente perché tutto nel cristianesimo ha a che fare con la concretezza della carne. «La carne è il cardine della salvezza», diceva Tertulliano. Ma si può semplicemente continuare a fare tutto come prima, quando proprio quella carne è ammalata e portatrice di malattia? Si possono celebrare i gesti della fede, che portano la salvezza, con il dubbio atroce che possano invece essere portatori di morte? Sarebbe coraggio quello di preti che, pur in modo generoso, continuassero ad incontrare le persone come se niente fosse, con il pericolo di contagiare e far contagiare decine e centinaia di persone?

Forse solo se si conserva un’idea “soprannaturalistica” della salvezza, che non avrebbe nulla a che fare con la concretezza delle nostre vite. E forse solo se si professa una fede che non può tener conto dei dati che ci fornisce la scienza e, dunque, di un aspetto rilevante della modernità. Probabilmente non è di coraggio che abbiamo bisogno in questo momento. Forse abbiamo necessità di visione. Quella che ci serve per riconoscere che alcune oggettive mancanze possono rappresentare oggi una pienezza e alcuni oggettivi silenzi possono diventare parole. Ci serve visione come Chiesa per aiutarci a riscoprire che la festa non si riduce al precetto domenicale. Ci è impossibile celebrare insieme l’Eucaristia, ma non ci è impossibile santificare quel tempo, come segno che la nostra vita non viene da noi, che non siamo all’origine di noi stessi e del mondo. Ci serve visione per aiutarci a vedere finalmente che siamo impastati della stessa umanità di tutti, che in questi giorni prova paura, sconcerto, rabbia, dolore.

Non siamo degli alieni in questo mondo. Se una specificità abbiamo – e non ci è tolta neppure in queste ore – è di far diventare quei sentimenti invocazione, preghiera, persino grido. Serve visione per far crescere la fiducia che Cristo è Vivente anche oggi e può parlare, attraverso il silenzio di questi giorni, nella vita di ciascuno. La stessa che può aiutarci a non fuggire troppo frettolosamente il senso di precarietà e impotenza che ci ha assalito, perché forse è proprio da lì che potrà emergere per la società e per la Chiesa qualcosa di inedito. E soprattutto serve visione per riconoscere che mai come in questo momento abbiamo la possibilità di annunciare come cristiani quel che troppo spesso taciamo: Cristo è risorto e solo nella speranza di una vita che sconfigge la morte, possiamo davvero dire che «andrà tutto bene».

Si può essere certi che questa è la forza di molti tra quanti, medici e infermieri, mettono a repentaglio la loro vita per salvare quella altrui; di molti cristiani comuni che sprigionano tutta la loro creatività per non lasciare solo chi lo è già fin troppo in tempo di normalità; o di quel prete di Bergamo che avrebbe volentieri rinunciato ad essere curato purché potesse beneficiare delle cure un uomo più giovane di lui.

Se in tempi di anormalità dobbiamo cercare dove si trova la Chiesa e quale sia il senso dell’Eucaristia che ci manca è soprattutto lì che dobbiamo guardare.

* Direttore della Facoltà teologica di Torino

Fonte: lastampa.it

 

Fondazione Beato Junipero Serra: adempimenti del 5 per mille

ADEMPIMENTI DEGLI OBBLIGHI DI TRASPARENZA E DI PUBBLICITA’

LEGGE 4 AGOSTO 2017 – ARTICOLO 1, COMMI 125-129

Soggetto ricevente:

Fondazione Beato Junipero Serra – C.F. ….. 95018870105 

Denominazione e CF soggetto erogante: Agenzia delle Entrate – CF 06363391001

Data dell’incasso: 07.08.2019

Somma incassata: 12063,01

Causale del rapporto economico: Contributo 5 per mille anno 2017

 

ELARGIZIONI RAMO ONLUS

Seminario Vescovile di Acireale: euro 2.000,00 (duemila//00).

Pontificio Seminario Regionale Pugliese “Pio XI”: euro 2000,00 (duemila//00)

Seminario Maggiore Interdiocesano di Basilicata “Giovanni Paolo II”: euro 2.000,00 (duemila//00)

Seminario Arcivescovile di Palermo “San Mimiano”: euro 4.000,00 (quattromila//00)

Seminario Arcivescovile di Taranto: euro 3.000,00 (tremila//00).

 ELARGIZIONI RAMO NON ONLUS

Seminario Vescovile di Acireale: euro 2.000,00 (duemila//00)

BORSA DI STUDIO BRAUZZI (RAMO NON ONLUS)

Seminario Vescovile di Acireale: euro 1.500,00 (millecinquecento//00).

Suora-medico da navi migranti a’trincea’ Bergamo

 

Fonte: Ansa

Suor Angela è un medico e non è la prima volta a trovarsi in ‘trincea’. Lo aveva fatto già imbarcandosi sulle navi della Guardia Costiera per soccorrere i migranti in mare. Oggi è in prima linea contro il Covid-19: coperta dalla testa ai piedi visita i malati di Bergamo che possono essere curati a casa, visto che gli ospedali sono pieni.
Suor Angela Bipendu, 46 anni, è nata a Kananga, nella Repubblica Democratica del Congo, ed arriva dalla diocesi di Luiza. Da 24 anni è una religiosa della congregazione delle Discepole del Redentore, e da 16 è in Italia dove si è laureata in medicina all’Università di Palermo. Ora è a Bergamo: “quando ho sentito che cosa stava accadendo mi sono fatta avanti”, racconta in una intervista all’ANSA. Deve bardarsi completamente e, con i dispositivi di protezione che ha a disposizione, riesce a visitare 4-5 pazienti al giorno. “Magari avessi più mezzi per proteggermi, potrei visitarne anche più malati al giorno”. “Vedo tristezza, angoscia, paura. Sono tutti in quarantena, separati dai familiari. Io mi presento sempre: dico loro che, oltre ad essere un medico, sono una suora. Do loro una parola di conforto, un segno di speranza perché sono disperati”.
Suor Angela aveva già visto la disperazione negli occhi della gente sulle navi della Guardia Costiera di soccorso ai migranti dal 2016 al 2018. “Ho curato ipotermie, ustioni. Ma ho anche assistito donne partorire” dice ricordando quell’altra emergenza che l’ha vista in prima linea come medico volontario del Corpo italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta. Lei emblema di quella ‘Chiesa in uscita’ cara a Papa Francesco.
E la religiosa pensa anche al suo Paese che appena un mese fa ha visto guarire l’ultimo paziente di ebola. “Io ero in Italia e la mia famiglia vive in una regione che non era stata toccata da questa malattia – dice riferendosi ad ebola -. Oggi mi preoccupa molto il Covid. Sento la mia famiglia e mi dice che se non moriranno di coronavirus il rischio è che moriranno di fame. E’ difficile stare 2-3 settimane, un mese a casa, in un Paese in cui si vive giorno per giorno”.
“Qui in Italia parecchi malati hanno paura che non torneranno alla vita di prima. Ma io dico sempre: la vita riprenderà, questo male così come è arrivato se ne andrà. Resteranno le ferite ma si ricomincerà”.
Nel bergamasco è ospite delle madri Canossiane ma in questi giorni vive da sola in una stanza della loro foresteria. Sono quattro le suore e sono anziane. “Non posso farle rischiare, però le vado a trovare al convento di Almé, le chiamo, dico loro di affacciarsi alla finestra. Sono contente di vedermi anche da lontano. Loro pregano per me e in fondo in questo modo è tutta la comunità ad essere impegnata in questa lotta”.(ANSA).

Il virus, le brioches e ‘il dono di ogni respiro’

Amedeo Capetti, virologo al Sacco di Milano, racconta la sua giornata tra malati e ricercatori. Il dottor Capetti è cattolico e non lo nasconde, ma è di quel genere di cattolici dotati di una fede semplice, che si comunica con gesti e parole essenziali, chiari e decisi.

20040204 – MILANO – CRO: SARS: PASSEGGERO VOLO DA PECHINO PER ACCERTAMENTI AL ‘SACCO’. Una immagine d’archivio che mostra un medico dell’ospedale Sacco di Milano durante una visita ad un paziente in isolamento per sospetti sintomi della Sars. Un passeggero di un volo proveniente da Pechino, giunto alla Malpensa oggi pomeriggio, e’ stato ricoverato all’ospedale Sacco di Milano per accertamenti connessi a presunta Sars. Il passeggero accusava febbre e attraverso il cordone sanitario a suo tempo istituito per i voli provenienti dalla Cina, e’ stato portato in ospedale per le verifiche del caso. DAL ZENNARO / ARCHIVIO/ ANSA / LI

Il «Alla mattina mi sveglio e ringrazio il Signore, poi prego per gli amici». Amedeo Capetti è un infettivologo dell’ospedale Sacco di Milano e consulente presso l’Organizzazione mondiale della sanità. Fino a ieri si occupava prevalentemente di malati di Aids (è un esperto di terapia antiretrovirale e ha in cura 650 pazienti sieropositivi per Hiv), ma ora la sua vita, come quella dell’ospedale milanese, è stata stravolta dall’emergenza coronavirus.
Capetti, di cui nei giorni scorsi abbiamo pubblicato un video a cura dell’associazione Medicina&persona, è cattolico e non lo nasconde, ma è di quel genere di cattolici dotati di una fede semplice, che si comunica con gesti e parole essenziali, chiari, decisi.
«Quando arrivo in ospedale vado in cappella, che è sempre aperta, e faccio la comunione. Poi vado al bar e compro un po’ di brioches per i pazienti. Con un pennarello scrivo sopra le confezioni un messaggio, una frase del
Vangelo o di una canzone. Stamattina, ad esempio, ho riportato un verso di una canzone di Claudio Chieffo: “Quando uno ha il cuore buono non ha più paura di niente”.
Poi le consegno agli infermieri perché le portino ai malati. È un gesto che a volte faccio con una certa goffaggine e imbarazzo, ma con cui cerco di comunicare un po’ d’affetto e di vicinanza. In una situazione come l’attuale, è importante».... Continua a leggere

Il parroco celebra Messa con le foto dei parrocchiani

Il parroco celebra Messa con le foto dei parrocchiani

autore: A.M.B. da Avvenire.it

A Robbiano di Giussano (Monza e Brianza) il parroco ha chiesto ai fedeli di mandargli una foto. Le ha stampate e messe sulle panche. Così ha celebrato domenica la Messa
Il parroco Giuseppe Corbari ha messo sui banchi della parrocchia dei Santi Quirico e Giulitta a Robbiano di Giussano (Monza e Brianza) i selfie che gli hanno inviato i parrocchiani – Ansa


Le panche sono piene, questa domenica. Ci sono le famiglie, come sempre. Ci sono molti anziani. Da soli o in coppia. C’è un ragazzo che mostra il suo disegno dell’arcobaleno, a dire fiducioso che #andratuttobene. La chiesa è animata, ma silenziosa. Un silenzio irreale.

Sì, perché don Giuseppe vede i suoi fedeli, ma non li può sentire. Celebra in comunione con loro, i volti sorridenti e partecipi, ma i parrocchiani in quel momento sono ciascuno nella propria casa. Partecipano alla Messa davanti alla televisione o in streaming su Facebook. Gli hanno inviato una fotografia, un selfie. E lui, don Giuseppe Corbari parroco a Robbiano in Brianza, le ha stampate a colori, grandi, e le ha messe ciascuna su una sedia o nel posto abituale nella panca.

Sorride il parroco, lasciandosi fotografare. Perché quando ieri ha celebrato Messa non solo i fedeli hanno forse potuto vederlo, in streaming, ma lui vedeva loro. E soprattutto perché hanno risposto numerosi all’appello, hanno scattato le foto, gliele hanno inviate.

Forse le ha chieste per sentirsi meno solo, o per ricevere e per restituire (anche attraverso la pubblicazione) un segno tangibile di vicinanza, in tempi in cui l’isolamento per la pandemia ci porta a riscoprire i legami sociali, forzatamente a distanza.

Piccoli gesti che diventano un’azione comunitaria. Come quella di “restare a casa” che tutti stiamo mettendo in atto, ciascuno facendo la propria parte. Solo così, con gesti individuali che costruiscono l’impresa corale, possiamo pensare di superare le difficoltà del tempo che stiamo vivendo.

La pietra che fiorisce

La pietra che fiorisce

dal sito: https://www.adoratrici.it

Proponiamo una riflessione sulla pandemia di suor Maria Teodora Giacobbe che ci chiama a ricostruire sull’esempio di chi oggi sta dando la vita per gli italiani. coloro che, operando nella sanità, sono in trincea, sono come fiori tra le macerie. Suor Maria Teodora fa parte delle Monache dell’Adorazione Eucaristica, comunità monastica di Adorazione perpetua fondata da suor Maria Gloria Riva, grande amica del Serra.

È mezzogiorno, dal sentimento italiano parte un applauso di ringraziamento a quanti stanno lavorando per l’Italia. Un applauso che dice unità, Patria e speranza. È davvero commovente scoprire la capacità dell’uomo di ritornare alle origine della verità di sé. L’uomo è fatto per la comunione, per l’aiuto reciproco ed è bello vedere come la creatività sia la sola risposta all’angoscia, ed in questo gli italiani sono maestri.
Un poeta calabrese cantava dell’Italia l’essere una terra di poeti, artisti e scrittori per questo capace di rialzarsi sempre! Nella terra dove Cristo ha piantato il cuore della Chiesa non può che scorrere la speranza, fiumi di speranza. Siamo uniti ad ogni cuore che grida sofferenza in questi giorni, ad ogni pensiero di preoccupazione; stiamo in ginocchio davanti al Sacramento per quanti, con più ardore di prima, lo farebbero ma non possono.
Cerchiamo attraverso dei mezzi di comunicazione di essere un segno di speranza, una presenza che consola, di permettervi di pregare con noi e di dirvi così il nostro grazie perché ci state aiutando a costruire anche la nostra storia, fatta di volti e anche di mura. Quasi un grido di speranza il nostro volere continuare a costruire, a migliorare, a rendere bello il posto in cui viviamo! Non vogliamo fermarci perché solo l’uomo che non ha Cristo si ferma e si dispera. Noi con voi vogliamo gridare ancora con più voce: Bellezza, Bellezza, Bellezza, quell’unica parola che scalda il cuore, lascia la luce negli occhi e non fa morire la speranza.
In questi giorni dove impera il motto “io resto a casa”, che per noi è quasi ovvio, abbiamo ripreso a lavorare nel nostro giardino sentendo tutta la forza e l’energia di quanti vogliono ma non possono lavorare. La primavera non si risparmia di fiorire in questo tempo di calamità e noi figli di Dio non vogliamo forse gridare al mondo intero: Cristo ha vinto la morte?
Lo facciamo costruendo perché chi verrà dopo possa riconoscere il passaggio dei figli del Risorto!
Noi preghiamo e lavoriamo, non ci fermiamo e neanche voi!

Lettera di S.E. Mons. Patron Wong ai serrani

Cari Amici del Serra Club,

All’inizio della Santa Messa di sabato, 21 marzo 2020, Papa Francesco ha voluto “ricordare le famiglie che non possono uscire di casa”. E ha manifestato la sua comprensione per loro, dicendo: “Forse l’unico orizzonte che hanno è il balcone. E lì dentro, la famiglia, con i bambini, i ragazzi, i genitori…”.

Come membri del Club Serra, condividendo con i nostri cari questo momento difficile, siamo chiamati a pregare per le famiglie, culla delle vocazioni.

Il nostro sguardo credente va oltre la “casa” e il “balcone”, e sa – anche nella fatica e nel dolore – cogliere la vocazione di ciascuno alla vita, alla fede, a un compito specifico nel mondo.

“La famiglia, con i bambini, i ragazzi, i genitori”, seppur provata in questa “situazione inedita, in cui tutto sembra vacillare” (Papa Francesco, Videomessaggio, 19 marzo 2020), è comunità di chiamati, che per ora “non possono uscire di casa”, ma per i quali Dio ha, dall’eternità, scritto un progetto di amore.

Vorremmo quindi, avere il coraggio del futuro e continuare a pregare il Padrone della messe, perché mandi operai nella sua messe.

Ma non solo. Mentre viviamo in questo periodo forme diverse di disagio – dal dramma del lutto, alle problematiche economiche e lavorative, all’isolamento doveroso per evitare la diffusione del contagio – vorremmo unire la nostra sofferenza a quella di Gesù, che contempliamo Crocifisso e Risorto.

Lo stile di fraternità, che caratterizza il nostro Club, ci unisce spiritualmente nell’invocazione e nell’offerta.

Vi ricordo tutti con grande affetto,

Jorge Carlos Patrón Wong
Arcivescovo-Vescovo emerito di Papantla
Segretario per i Seminari

Santa Pasqua 2020. Lettera del Presidente.

“Resurrexit sicut dixit”. Cristo è veramente risorto, Alleluja!

Carissimi amici,

ci apprestiamo a vivere una Settimana Santa diversa da come avremmo voluto, non potremo partecipare alla Messa Crismale, alla Messa in Coena Domini, all’Adorazione della Croce, alla Messa delle Palme e infine alla Celebrazione della Resurrezione di Cristo, ma certamente saremo uniti tra noi e a Colui che risorgendo ci ha liberati dalla morte.

In allegato, condivido con voi le bellissime parole che il nostro Consulente Episcopale S.E. Mons. Patron Wong mi ha inviato perché ve ne facessi partecipi tutti.

Nel segno del Cristo Risorto auguro a tutti voi ed ai vostri cari di vivere in letizia ed amore la Santa Pasqua.

Enrico Mori