“Formare un prete, fibra di forza e di misericordia “. Il Card. Stella presenta la Congregazione per il Clero

Congregazione per il Clero – Il cardinale Stella accanto alla foto di San Giovanni Maria Vianney

Condividiamo il video con il quale S.E. il Card. Beniamino Stella presenta la Congregazione per il Clero, nonché l’intervista rilasciata ad Alessandro De Carolis, giornalista di Vatican News.

fonte: Vatican News

Il “laboratorio” è il seminario, dove non si costruisce solo un intelletto ma specialmente il cuore, la fibra stessa, umana prima ancora che cristiana, dell’uomo chiamato a diventare pastore di anime. Un percorso, quello della formazione sacerdotale, che la Congregazione per il Clero cura con speciale attenzione nel quadro di una attività che abbraccia e amministra tutti gli aspetti della vita di un ministro di Dio nelle sue varie articolazioni, con un bilancio di missione annuo intorno ai 2 milioni di euro (dato 2021). Il cardinale Beniamino Stella, prefetto del dicastero, spiega il lavoro dei suoi collaboratori lungo la strada indicata da Papa Francesco, quella di una Chiesa servita e animata da intelligenze e braccia che fanno rivivere, ovunque nel mondo, la figura del buon samaritano.

La lettera scritta il 4 agosto 2019, in occasione del 160.mo anniversario della morte del Curato d’Ars, rappresenta una piccola “summa” pastorale e spirituale del magistero di Papa Francesco sul sacerdozio; qual è l’identikit del prete che se ne ricava?

Papa Francesco è sempre molto attento ai sacerdoti e al loro ministero. Ad essi infatti ha parlato in diverse occasioni, mettendo in evidenza alcuni aspetti della vita presbiterale. La Lettera per il 160° anniversario della morte di San Giovanni Maria Vianney rappresenta un dono particolare del Santo Padre, il Quale si rivolge ai sacerdoti partendo, in primo luogo, dalla loro stessa esperienza di vita. Leggendo il testo del Papa, sembra che egli “veda” i suoi “fratelli presbiteri”, i quali “senza far rumore” lasciano tutto per impegnarsi al servizio delle comunità e lavorano “in trincea”, esposti alle più varie situazioni, mettendoci “la faccia”, ma senza darsi “troppa importanza, affinché il popolo di Dio sia curato e accompagnato”.

Papa Francesco offre quindi un identikit “esistenziale” del prete. Non parla, infatti, di un sacerdote ideale, che non esiste, ma nella realtà si rivolge alla moltitudine di presbiteri che “in tante occasioni, in maniera silenziosa e sacrificata”, impegnandosi nel “servizio a Dio e al suo popolo”, nell’annuncio del Vangelo, nella celebrazione dei Sacramenti e nella testimonianza della carità, scrivono “le più belle pagine della vita sacerdotale”.  Nonostante i peccati e persino talvolta i delitti di alcuni membri del clero, sui quali il Santo Padre non tace, egli evidenzia che vi sono “tanti sacerdoti che, in maniera costante e integra (…), fanno della loro vita un’opera di misericordia”.

Ecco, proprio la misericordia, dice il Santo Padre, dopo il dono della propria vita, è un’altra “qualità squisita” del prete, che lo configura a Cristo Buon Pastore. Si tratta di un atteggiamento gioioso, che attinge dalla preghiera e dai sacramenti la sua forza, che prende forma nella comunione con il Vescovo e con i confratelli, che si realizza nell’entusiasmo per l’evangelizzazione e che, nella perseveranza e nella “sopportazione”, diventa prossimità e vicinanza “alla carne del fratello sofferente”.

Una ulteriore caratteristica indicata dal Santo Padre è il “coraggio sacerdotale”, che la Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis pone all’interno della necessaria maturità umana richiesta ai candidati agli ordini sacri. Spiega Papa Francesco che il ministero presbiterale non è immune “dalla sofferenza, da dolore e persino dall’incomprensione”, che sono mezzi di configurazione a Cristo, quando sono assunti e integrati nel cammino di fede e di preghiera, mediante il quale il sacerdote, rifuggendo l’accidia – che il Papa chiama “tristezza dolciastra” – resta “davanti al Signore”, il quale ne guarisce il cuore ferito e ne lava i piedi che si sono sporcati con la “mondanità”.

Infine, l’identikit offerto dalla Lettera, descrivendo, senza citarla, l’esperienza di santità del Curato d’Ars, esplicita “due legami costitutivi” dell’identità sacerdotale: quello personale, intimo e profondo con Gesù, e quello con il Popolo di Dio. L’atteggiamento che il Santo Padre propone in conclusione, sull’esempio della Madre di Dio, è la lode. Potremmo dire, riassumendo i tratti di vita sacerdotale presentati nella lettera, che Papa Francesco chiede ai presbiteri di oggi di essere preti del Magnificat.

Per il Pontefice “il rinnovamento della fede e il futuro delle vocazioni è possibile solo se abbiamo preti ben formati”. Che spazio occupano i temi della pastorale vocazionale e della formazione permanente del clero nel lavoro della Congregazione?

La Congregazione per il Clero ha dedicato tempo ed energie alla redazione della Nuova Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis, pubblicata l’8 dicembre del 2016, che, quindi, alla fine del 2021 sarà vigente da un quinquennio. È proprio lo stesso “dono della vocazione al presbiterato, posto da Dio nel cuore di alcuni uomini, che impegna la Chiesa a proporre loro un serio cammino di formazione”. Papa Francesco, incontrando la Congregazione, in occasione della Plenaria del 2014, definiva la formazione come “custodire e far crescere le vocazioni perché portino frutti maturi. Esse infatti sono un diamante grezzo, da lavorare con cura, rispetto della coscienza delle persone, e con pazienza, perché brillino in mezzo al popolo di Dio”. Nella prospettiva della Ratio, la formazione sacerdotale è unica, inizia in Seminario (la Formazione Iniziale), e continua per tutta la vita del sacerdote (la Formazione Permanente).

La Congregazione, quindi, accompagna le Conferenze Episcopali, e talora anche le singole diocesi, nella promozione della formazione, iniziale e permanente del clero. Un’occasione propizia per un dialogo in proposito con i Vescovi dei vari Paesi del mondo è costituita delle periodiche Visite ad limina, un momento nel quale, oltre a trattare diversi altri argomenti relativi alle competenze del Dicastero, viene dato ampio spazio al tema dei Seminari e dei percorsi di formazione permanente del clero. La Congregazione esorta a mettere in atto progetti di formazione e accompagna i cammini iniziati offrendo indicazioni sia di metodo che di contenuto.

La Congregazione, infine, riserva una particolare attenzione alle vocazioni sacerdotali, sollecitando l’istituzione e la promozione nelle singole diocesi, o a livello regionale o nazionale, di appositi Centri, incoraggiando iniziative di preghiera e, infine, sostenendo i Vescovi, quali primi responsabili delle vocazioni al sacerdozio. È convinzione condivisa, infatti, che la presenza nelle comunità di un clero formato umanamente, spiritualmente, intellettualmente e pastoralmente, secondo le note quattro dimensioni presentate da Pastores dabo vobis, contribuirà in modo significativo a suscitare un clima spirituale adatto al germogliare di nuove vocazioni.

Come si articola l’attività del Dicastero e quali sono i costi di gestione che vi consentono di sostenere gli obiettivi della “missione” che vi è affidata?

Come suggerisce la parola Congregazione, il Dicastero è composto da una pluralità di persone che collaborano per il servizio al clero. Sono chiamati a farne parte, come Membri alcuni Cardinali, Arcivescovi e Vescovi, designati dal Santo Padre sia all’interno della Curia Romana che dalle diverse parti del mondo, garantendo così il respiro universale. Alla Congregazione presiede un Cardinale Prefetto, coadiuvato da due Arcivescovi Segretari, uno dei quali incaricato per i Seminari, e da un Sotto-Segretario. All’interno del Dicastero sono operativi 27 sacerdoti e 4 laici. Inoltre, quando è necessario, collaborano con il Dicastero alcuni Consultori (teologi, canonisti, psicologi, giuristi) sia chierici che laici.

L’attività della Congregazione per il Clero è articolata in quattro Uffici. L’Ufficio Clero, oltre alle numerose pratiche “disciplinari” e ai casi di sostegno alle Chiese particolari, esamina esposti e risponde a richieste da parte di Vescovi e chierici. Un ambito significativo è quello dei “Ricorsi gerarchici”, ad esempio contro la soppressione delle parrocchie, come espressione della libertà dei fedeli di “dialogare” con l’autorità quando si sentono gravati da un qualche atto di governo e non è possibile, nonostante i tentativi, giungere altrimenti a una soluzione pacifica. Attraverso le “Facoltà Speciali” concesse al Dicastero, la Congregazione può dimettere, per cause molto gravi, presbiteri e diaconi dallo stato clericale.  Dal lavoro e dall’esperienza dell’Ufficio Clero è nata la recente Istruzione La conversione pastorale della comunità parrocchiale al servizio della missione evangelizzatrice della Chiesa (20 luglio 2020).

L’Ufficio Seminari si occupa della promozione delle vocazioni e sostiene i Vescovi diocesani e le Conferenze Episcopali nel campo della formazione sacerdotale, iniziale e permanente, in particolare dei Seminari. Promuove la conoscenza e l’applicazione della Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis e accompagna gli episcopati locali nella redazione della Ratio Nationalis, che poi deve essere approvata dalla Congregazione per il Clero. È inoltre competente per i Collegi e i Convitti Sacerdotali di Roma. L’Ufficio Amministrativo, considerando che la proprietà di tutti i beni ecclesiastici è in ogni caso «sotto la Suprema Autorità del Romano Pontefice» è uno degli strumenti di cui il Santo Padre si serve per vigilare sulla retta amministrazione del patrimonio della Chiesa. Il Dicastero esercita questa funzione anche quando si tratta di concedere la Licenza necessaria ad validitatem per alcuni atti di alienazione di beni. L’Ufficio Dispense si occupa di quei chierici che hanno abbandonato l’esercizio del ministero e intendono riconciliarsi con Dio, con la comunità ecclesiale e anche con la propria “storia”. La concessione della dispensa – riservata al Santo Padre – non è un diritto, ma una grazia, concessa caso per caso, come segno di misericordia, quando la situazione di abbandono del ministero e di perdita di identità da parte del chierico appare ormai irreversibile.

Per quanto riguarda i costi di gestione, essi sono da attribuire agli stipendi del Personale e alle spese operative, e sono coperti dalle entrate derivanti dalle Attività Istituzionali (concessione dei Rescritti in riferimento all’ordinamento dei beni ecclesiastici, delle dispense dagli obblighi sacerdotali e diaconali e dall’applicazione delle Facoltà Speciali). I Corsi di formazione proposti dal Dicastero, infine, sono finanziati parzialmente da un contributo simbolico da parte degli alunni, e per il resto attraverso la generosità di altri Enti, fra i quali, in gran parte, la Pia Fondazione Pontificia “Aiuto alla Chiesa che Soffre”.

La questione del celibato sacerdotale ritorna ciclicamente al centro del dibattito della Chiesa. Papa Francesco ne ha ribadito più volte il valore di “dono” e – facendo propria una netta presa di posizione di San Paolo VI – ha sempre escluso una modifica dell’attuale disciplina ecclesiastica. In che modo la Congregazione rilancia il Magistero del Papa e promuove tra i sacerdoti la riflessione sul valore della scelta celibataria?

Il tema della vita celibe del sacerdote si ripresenta ciclicamente all’attenzione anche per il fatto che essa è un “segno di contraddizione” rispetto alla mentalità mondana, come del resto lo è il matrimonio fedele, indissolubile e aperto alla vita. Inoltre, le incoerenze e talora anche i delitti dei sacerdoti potrebbero far pensare che la problematica risieda proprio nel fatto che il sacerdote sia celibe. Tuttavia, i Pontefici dell’ultimo secolo hanno ribadito e motivato, anche in tempi non facili, il valore del celibato come donazione totale a Dio e, di conseguenza, come spazio di libertà per il ministero.

La Congregazione per il Clero contribuisce alla riaffermazione di questo valore anzitutto con un costante lavoro di studio per così dire interno: gli officiali – teologi, canonisti, psicologi, formatori – si applicano a una continua disamina del tema, con il contributo dei Membri e dei Consultori, affinché la scelta celibataria sia compresa nella sua autenticità ma anche nella sua attualità. Il frutto di tale lavoro è presentato nei Corsi promossi dal Dicastero e condiviso con le Conferenze Episcopali, con i Formatori dei Seminari e con le Università. Un aspetto fondamentale è quello della formazione al celibato sacerdotale. Essa, infatti, non può limitarsi al tempo del Seminario (formazione iniziale), ma deve continuare per tutta la vita del sacerdote (formazione permanente), affinché i presbiteri assumano e rinnovino costantemente la consapevolezza di essere “radicati in Cristo Sposo e totalmente consacrati al servizio del Popolo di Dio”, proprio intendendo il “celibato, come uno speciale dono di Dio”, secondo l’insegnamento della Ratio, al n. 110.

Non si tratta, tuttavia, di osservare esteriormente una pura disciplina, ma di cogliere e assimilare sempre e di nuovo, come esortava già San Giovanni Paolo II in Pastores dabo vobis, al n. 29, “la motivazione teologica della legge ecclesiastica sul celibato”. Si tratta, per così dire, di vivere un mistero, che forse “non è dato a tutti di capire” (Mt 19 11-12), ma che proprio per questo esige una profonda maturità umana e spirituale, che la Congregazione si impegna a promuovere attraverso i diversi canali formativi e di sostegno alle Chiese locali. C’è una bella immagine usata da Papa Francesco nell’Esortazione Apostolica Postsinodale Querida Amazonia, al n. 101: “Gesù si presenta come Sposo della comunità che celebra l’Eucaristia, attraverso la figura di un uomo che la presiede come segno dell’unico Sacerdote”. Per questo il presbitero celibe non solo rappresenta, ma vive, potremmo dire, la rappresentazione vivente di “questo dialogo tra lo Sposo e la sposa”.

Il tema degli abusi sui minori da parte dei sacerdoti rimane una ferita ancora aperta nel cuore della Chiesa. Qual è il contributo specifico che il suo Dicastero può offrire all’opera di prevenzione e di sradicamento di questo doloroso fenomeno?

La prevenzione di questi delitti da parte dei chierici si trova in un’accurata formazione sacerdotale. Va però specificato che per formazione non si intende semplicemente la comunicazione di concetti, nell’ottica dell’informazione o dell’aggiornamento, quanto piuttosto – sia in Seminario che dopo l’ordinazione – di una formazione integrale, ossia riguardante tutti gli aspetti della persona, compresa anche la dimensione umana negli aspetti dell’affettività, della sessualità e della volontà. Il seminarista prima, e il sacerdote poi, sono chiamati a crescere armoniosamente come uomini dotati di sano equilibrio psicologico, di maturità affettiva e di capacità relazionale.

La Congregazione per il Clero propone tale tipo di educazione della personalità nei Seminari e nei percorsi di formazione permanente del Clero. La Ratio, infatti, richiede in questo campo la “massima attenzione”, esclude dagli ordini sacri coloro che “siano incorsi in alcun modo in delitti o situazioni problematiche in questo ambito”, e prevede “nel programma sia della formazione iniziale che di quella permanente” opportune “lezioni specifiche, seminari o corsi sulla protezione dei minori”, interessandosi anche  “alle aree di possibile sfruttamento o di violenza” quali “ad esempio, la tratta dei minori” o “il lavoro minorile” (Ratio, 202). La figura del sacerdote proposta dalla Ratio Fundamentalis, in proposito, è quella di un Padre e di un Pastore che si prende cura dei fedeli, un difensore dei più poveri e dei più deboli.

Nel 2013 alla Congregazione è stata affidata la competenza per i Seminari. In quali settori e con quali modalità si svolge questo lavoro?

Il Santo Padre Benedetto XVI, con il motu proprio Ministrorum Institutio, del 16 gennaio 2013, volle che la Congregazione per il Clero si prendesse cura di tutto ciò che riguarda la formazione, la vita e il ministero dei presbiteri e dei diaconi, nell’ottica dell’unità della materia. Sin dal 1992, infatti, l’esortazione apostolica Pastores dabo vobis aveva permesso di sorpassare una concezione di formazione identificata quasi esclusivamente con l’aspetto intellettuale, e tesa al superamento di esami e al conseguimento di titoli. La novità del documento, invece, consisteva nel presentare in primo luogo una formazione integrale, ossia comprendente, in armonia, quattro dimensioni: intellettuale spirituale, pastorale e umana. In secondo luogo, poi, una formazione unica e continua, articolata in due fasi. La prima in Seminario, come formazione iniziale che prosegue, poi, per tutta la vita del sacerdote nella seconda fase, ossia la formazione permanente.

In tale prospettiva è sorto il trasferimento di competenza nel 2013, seguito, nel 2016, dalla nuova Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis. Di conseguenza, i quattro Uffici della Congregazione, distinti per esigenze di lavoro, operano insieme a favore del clero. In modo particolare, le istanze che emergono dalla vita concreta dei presbiteri contribuiscono a strutturare cammini di formazione più aderenti alla realtà e rispondenti alle esperienze del tempo presente. Nella pratica, il Dicastero accompagna le Conferenze Episcopali nella redazione di una Ratio Nationalis, ossia degli orientamenti per la formazione sacerdotale che, sulla base delle indicazioni per la Chiesa Universale, contenute nella Ratio Fundamentalis, rispecchino più adeguatamente la storia, la cultura e le sfide di ogni singolo Paese. Inoltre, la Congregazione è competente per i Seminari interdiocesani, per quanto riguarda la loro erezione, soppressione e accorpamento, nonché per l’approvazione degli statuti e la nomina del rettore, su proposta dell’episcopato locale.

Un ambito di particolare importanza in questo senso è quello delle Visite Apostoliche ordinarie ai Seminari, necessarie a mantenere costante il dialogo e lo scambio tra le Chiese particolari e la Chiesa Universale. Per garantire tale spirito, l’Ufficio Seminari promuove il dialogo con le apposite Commissioni Episcopali, nonché con le Associazioni Nazionali di Seminari. Oltre a questo stretto contatto con le Chiese locali, il Dicastero promuove regolarmente corsi di formazione per i formatori nei Seminari, solitamente per aree linguistiche, organizza un Corso di Prassi Amministrativa Canonica per quei sacerdoti studenti a Roma che saranno chiamati a essere operatori del diritto nelle diocesi di origine, nonché un Corso di Prassi Formativa, per quelli che si dedicheranno invece ad attività educative, specialmente nei Seminari. L’idea di fondo è quella di “pensare” e realizzare Seminari che preparino Sacerdoti secondo il Cuore di Cristo, adatti alle esigenze del mondo contemporaneo.

L’ambito di attività della Congregazione comprende anche il diaconato permanente. Qual è oggi la realtà di questo ministero nella Chiesa? E quale spazio specifico va riconosciuto ai diaconi per evitare il rischio che il loro ruolo resti sospeso a metà tra quello del prete e quello del laico?

Papa Francesco l’ha detto apertamente: “Dobbiamo stare attenti a non vedere i diaconi come mezzi preti e mezzi laici”. E ha individuato la loro caratteristica principale: essi sono “i custodi del servizio nella Chiesa”. L’ordinazione diaconale è, per alcuni, detti diaconi transeunti, una tappa verso il sacerdozio ministeriale, nella quale si assume, per tutta la vita, l’atteggiamento di Cristo Servo, imitando il Signore Gesù anche nel celibato. Il Concilio Vaticano II, poi, nel solco della Tradizione della Chiesa, ha ristabilito la possibilità del diaconato permanente, ossia di uomini, anche sposati, ordinati non per il sacerdozio, ma proprio per il servizio nella Chiesa. Essi, infatti, esercitano il loro ministero nelle celebrazioni e nella predicazione, nelle opere di carità, nell’attenzione ai poveri e nella collaborazione competente all’amministrazione dei beni della Chiesa.

La Congregazione per il Clero, nella recente Istruzione sul rinnovamento della comunità parrocchia (nn. 79-82), presentando una visione ministeriale della Chiesa, e nel solco dell’insegnamento conciliare e dei Pontefici, ha sottolineato il compito dei diaconi permanenti quali profeti del servizio. Il loro ministero, inoltre, deve sorpassare i confini della comunità ecclesiale, essi, infatti, sono inviati nelle “periferie” e sono connotati da un carisma missionario, specialmente per il “primo annuncio” del Vangelo nei luoghi di frontiera e negli ambienti della vita ordinaria delle persone. Penso ai diaconi permanenti impegnati negli ospedali, nelle carceri, nell’accoglienza dei migranti, nel mondo dell’educazione e nei centri di ascolto delle Caritas: essi continuano oggi, a nome di tutta la Chiesa, l’opera del buon samaritano.

Per realizzare questa specifica vocazione, è necessaria una formazione che non riguardi soltanto la dimensione intellettuale, ma anche la maturazione umana e spirituale, in vista dell’evangelizzazione. Per questo, il Dicastero accompagna le Conferenze Episcopali nella redazione di una Ratio per la formazione dei diaconi permanenti, al fine di realizzare pienamente le potenzialità insite nella loro vocazione. Inoltre, la Congregazione è in dialogo con gli episcopati locali perché in tutto il mondo si istituisca l’ordine dei diaconi permanenti, che in alcune Chiese locali non sono ancora stati ripristinati. È, infatti, responsabilità delle Conferenze Episcopali provvedere alla promozione del diaconato permanente nei singoli Paesi.

Un aspetto singolare del diaconato permanente, inoltre, è costituto da fatto che a tale ministero possono essere ammessi anche uomini sposati. Questa opzione li distingue chiaramente dai presbiteri, sempre celibi nella Chiesa latina. Inoltre, il diacono permanente che ha famiglia ed esercita una professione è un testimone privilegiato della chiamata universale alla santità nella vita ordinaria. Tuttavia, esistono, anche se in minor numero, diaconi permanenti celibi, che testimoniano il valore della verginità per il Regno dei Cieli, assumendo l’impegno del celibato al momento dell’ordinazione, per dedicarsi con maggiore libertà alle esigenze del ministero.

La Congregazione per il Clero è impegnata a promuovere il diaconato permanente in tutta la sua ricchezza e attualità: questi uomini, infatti, non sono “chierichetti con la stola”, ma sono cristiani che si impegnano a manifestare – in comunione con il Vescovo e il presbiterio diocesano – il volto di Gesù, che non è venuto per essere servito ma per servire e donare la sua vita, sull’esempio di San Francesco d’Assisi, il quale era un diacono permanente e che, motivando il servizio con la fraternità, ci insegna a rivolgerci agli altri chiamandoli “Fratelli tutti”.

Giornata della vita consacrata: “siate capaci di passare dall’ «io» al «noi»”.

 

Ansa

Riportiamo la lettera del cardinale João Braz de Aviz e dell’arcivescovo José Rodríguez Carballo (prefetto e segretario della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica) pubblicata in preparazione della recente XXV giornata mondiale delle vocazioni consacrate.

 

 

Messaggio del Santo Padre Francesco per la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA 57ª GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA PER LE VOCAZIONI (3 maggio 2020)

Le parole della vocazione

 

Cari fratelli e sorelle!

Il 4 agosto dello scorso anno, nel 160° anniversario della morte del santo Curato d’Ars, ho voluto offrire una Lettera ai sacerdoti, che ogni giorno spendono la vita per la chiamata che il Signore ha rivolto loro, al servizio del Popolo di Dio.

In quell’occasione, ho scelto quattro parole-chiave – dolore, gratitudine, coraggio e lode – per ringraziare i sacerdoti e sostenere il loro ministero. Ritengo che oggi, in questa 57ª Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, quelle parole si possano riprendere e rivolgere a tutto il Popolo di Dio, sullo sfondo di un brano evangelico che ci racconta la singolare esperienza capitata a Gesù e Pietro durante una notte di tempesta sul lago di Tiberiade (cfr Mt 14,22-33).... Continua a leggere

Spegnere la televisione e aprire la Bibbia

 

Messaggio di Papa Francesco per la Quaresima
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Oggi, Mercoledì delle Ceneri, iniziamo il cammino quaresimale, cammino di quaranta giorni verso la Pasqua, verso il cuore dell’anno liturgico e della fede. È un cammino che segue quello di Gesù, che agli inizi del suo ministero si ritirò per quaranta giorni a pregare e digiunare, tentato dal  diavolo, nel deserto. Proprio del significato spirituale del deserto vorrei parlarvi oggi. Cosa significa spiritualmente il deserto per tutti noi, anche noi che viviamo in città, cosa significa il deserto. Immaginiamo di stare in un deserto. La prima sensazione sarebbe quella di trovarci avvolti da un grande silenzio: niente rumori, a parte il vento e il nostro respiro. Ecco, il deserto è il luogo del distacco dal frastuono che ci circonda. È assenza di parole per fare spazio a un’altra Parola, la Parola di Dio, che come brezza leggera ci accarezza il cuore (cfr 1 Re 19,12). Il deserto è il luogo della Parola, con la maiuscola. Nella Bibbia, infatti, il Signore ama parlarci nel deserto. Nel deserto consegna a Mosè le “dieci parole”, i dieci comandamenti. E quando il popolo si allontana da Lui, diventando come una sposa infedele, Dio dice: «Ecco, io la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore. Là mi risponderà, come nei giorni della sua giovinezza» (Os 2,16-17). Nel deserto si ascolta la Parola di Dio, che è come un suono leggero. Il Libro dei Re dice che la Parola di Dio è come un filo di silenzio sonoro. Nel deserto si ritrova l’intimità con Dio, l’amore del Signore. Gesù amava ritirarsi ogni giorno in luoghi deserti a pregare (cfr Lc 5,16). Ci ha insegnato come cercare il Padre, che ci parla nel silenzio. E non è facile fare silenzio nel cuore, perché noi cerchiamo sempre di parlare un po’, di stare con gli altri. La Quaresima è il tempo propizio per fare spazio alla Parola di Dio. È il tempo per spegnere la televisione e aprire la Bibbia. È il tempo per staccarci dal cellulare e connetterci al Vangelo.
Quando ero bambino non c’era la televisione, ma c’era l’abitudine di non ascoltare la radio. La Quaresima è deserto, è il tempo per rinunciare, per staccarci dal cellulare e connetterci al Vangelo. È il tempo per rinunciare a parole inutili, chiacchiere, dicerie, pettegolezzi, e parlare e dare del “tu” al Signore. È il tempo per dedicarsi a una sana ecologia del cuore, fare pulizia lì. Viviamo in un ambiente inquinato da troppa violenza verbale, da tante parole offensive e nocive, che la rete amplifica. Oggi si insulta come se si dicesse “Buona Giornata”. Siamo sommersi di parole vuote, di pubblicità, di messaggi subdoli. Ci siamo abituati a sentire di tutto su tutti e rischiamo di scivolare in una mondanità che ci atrofizza il cuore e non c’è bypass per guarire questo, ma soltanto il silenzio. Fatichiamo a distinguere la voce del Signore che ci parla, la voce della coscienza, la voce del bene. Gesù, chiamandoci nel deserto, ci invita a prestare ascolto a quel che conta, all’importante, all’essenziale. Al diavolo che lo tentava rispose: «Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4). Come il pane, più del pane ci occorre la Parola di Dio, ci serve parlare con Dio: ci serve pregare. Perché solo davanti a Dio vengono alla luce le inclinazioni del cuore e cadono le doppiezze dell’anima. Ecco il deserto, luogo
di vita, non di morte, perché dialogare nel silenzio col Signore ci ridona vita. Proviamo di nuovo a pensare a un deserto. Il deserto è il luogo dell’essenziale. Guardiamo le nostre vite: quante cose inutili ci circondano! Inseguiamo mille cose che paiono necessarie e in realtà non lo sono. Quanto ci farebbe bene liberarci di tante realtà superflue, per riscoprire quel che conta, per ritrovare i volti di chi ci sta accanto! Anche su questo Gesù ci dà l’esempio, digiunando. Digiunare è saper rinunciare alle cose vane, al superfluo, per andare all’essenziale. Digiunare non è soltanto per dimagrire, digiunare è andare proprio all’essenziale, è cercare la bellezza di una vita più semplice.
Il deserto, infine, è il luogo della solitudine. Anche oggi, vicino a noi, ci sono tanti deserti. Sono le persone sole e abbandonate. Quanti poveri e anziani ci stanno accanto e vivono nel silenzio, senza far clamore, marginalizzati e scartati! Parlare di loro non fa audience. Ma il deserto ci conduce a loro, a quanti, messi a tacere, chiedono in silenzio il nostro aiuto. Tanti sguardi silenziosi che chiedono il nostro aiuto. Il cammino nel deserto quaresimale è un cammino di carità verso chi è più debole.
Preghiera, digiuno, opere di misericordia: ecco la strada nel deserto quaresimale.
Cari fratelli e sorelle, con la voce del profeta Isaia, Dio ha fatto questa promessa: «Ecco, io faccio una cosa nuova, aprirò nel deserto una strada» (Is 43,19). Nel deserto si apre la strada che ci porta dalla morte alla vita. Entriamo nel deserto con Gesù, ne usciremo assaporando la Pasqua,
la potenza dell’amore di Dio che rinnova la vita. Accadrà a noi come a quei deserti che in primavera fioriscono, facendo germogliare d’improvviso, “dal nulla”, gemme e piante. Coraggio, entriamo in questo deserto della Quaresima, seguiamo Gesù nel deserto: con Lui i nostri deserti fioriranno.

Immagine da Avvenire.it

 

Crisi vocazioni: in 30 anni 6000 preti in meno

Nel corso della trasmissione Bel tempo si spera, don Michele Gianola, direttore Ufficio Vocazioni CEI, padre Carmine Marrone, Missionario Oblati dell’Immacolata, Domenico Agasso, vaticanista de La Stampa ed ex direttore de Il serrano, commentano insieme i dati statistici dell’Ufficio Nazionale per il Sostentamento del Clero, dai quali emerge una diminuzione del numero di vocazioni e l’aumento dell’età media del clero.

Convegno nazionale vocazioni 2020

Nelle date 3-5 Gennaio 2020 a Roma,  presso l’Ergife Palace Hotel, si svolgerà il Convegno nazionale vocazioni dal tema: “Datevi  al meglio della vita!” (Christus vivit, 143). 
Come di consueto, il Serra International Italia ha voluto promuovere la più ampia partecipazione dei seminaristi, facendosi carico delle quote di iscrizione.
Riportiamo qui di seguito la lettera con cui don Michele Gianola, Direttore dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale delle Vocazioni, rivolge a noi serrani l’invito a partecipare ai lavori del Convegno.
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Carissimi amici Serrani,... Continua a leggere
Vi invito, inoltre, a visitare il nostro servizio di ecommerce www.vocazioni.store aperto al fine di rendere più accessibili i sussidi e il materiale prodotto dall’Ufficio a servizio degli operatori di pastorale vocazionale.
Colgo l’occasione per invitarvi anche al Seminario 35° Seminario sulla Direzione Spirituale che si svolgerà ad Assisi dal 14 al 17 aprile 2020 sul tema: «“È questo il tempo”. Accompagnare la vocazione tra esperienze puntuali e cammini ordinari».
Ringraziandovi del prezioso sostegno, vi invito a promuovere l’abbonamento alla Rivista Vocazioni che abbiamo rinnovato non soltanto nella grafica ma anche in una significativa apertura al web così da diventare ancora di più strumento utile per la diffusione della cultura vocazionale. Sul sito www.rivistavocazioni.chiesacattolica.it sul quale, oltre ai nuovi contributi, stiamo caricando tutto l’archivio storico della Rivista.
A tutti un buon cammino d’Avvento e un santo Natale,
don Michele Gianola
Direttore UNPV-CEI
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E’ possibile effettuare la prenotazione on line collegandosi direttamente al sito delle iscrizioni del Convegno Nazionale  o inviando via mail la scheda d’iscrizione.
E’ possibile scaricare qui di seguito il depliant e la scheda d’iscrizione del prossimo Convegno Nazionale Vocazionale.
Scheda iscrizione convegno Depliant e programma Tematica 2020

 

Mese straordinario missionario. Battezzati e inviati

Approssimandosi la Giornata Mondiale Missionaria, che si celebra il 20 ottobre, il Papa ha pubblicato un suo messaggio con il quale esorta tutti noi credenti a riscoprire la missionarietà della nostra fede che abbiamo ricevuto in dono con il battesimo. ” Battezzati e inviati”  è quindi un invito a fare memoria della nostra vocazione e insieme un’esortazione ad andare ancora e sempre per le strade del mondo ad annunciare e testimoniare.

Il documento è di seguito disponibile  per tutti quelli che volessero  usarlo come sussidio di preparazione spirituale o trarne spunti di riflessione per la crescita personale.

“ANDATE ORA NEL MONDO”

BATTEZZATI E INVIATI – INCORAGGIATI E ACCOMPAGNATI

Ora andate nel mondo.
Abbiate coraggio e fiducia!
Siete stati battezzati con l’acqua della Vita
e fortificati con il Crisma del Salvatore.

Agite nel vostro quotidiano,
perché là è la vostra vita e la vostra missione.
Forse è poco appariscente e piccola,
ma preziosa davanti a Dio e per gli uomini.

Osate andare verso l’incognito,
quando vi chiama, allora partite!
Fino alla fine della creazione e oltre.
Là dove sarete utili, fermatevi.

Gesù stesso vi ha inviati.
Siate in cammino nel suo Nome.
Orsù, andate, non abbiate paura.
Abbiate fiducia in Lui poiché Lui si fida di voi.

La sua benedizione vi preceda e sia con voi!
Ricevetela nel Nome del Padre e del Figlio
e dello Spirito Santo.

Amen.

Andate e portate la pace.

 

 

CHIESA E VOCAZIONI NELL’ANNUARIO PONTIFICIO

Presso il Palazzo Apostolico Vaticano è ubicato l’Ufficio Centrale di Statistica della Chiesa cattolica. Istituito il 15 agosto 1967 da Papa Paolo VI, l’Ufficio Centrale di Statistica è l’organismo ufficiale della Santa Sede, al quale è affidato il compito di raccogliere, coordinare e pubblicare tutti i dati elaborati che riguardano la vita della Chiesa. A tale importante Ufficio, che è annesso alla prima sezione della Segreteria di Stato, è affidata, inoltre, la redazione, in lingua italiana, dell’Annuario Pontificio, strumento informativo per essere aggiornati sulla situazione e condizione della Chiesa nel mondo, che è presentato al Papa, prima della sua pubblicazione. Al Direttore di questo importante organismo del Vaticano, funzione attualmente ricoperta dal croato Mons. Tomislav Dukez, è affidato, infatti, l’incarico di illustrare a S. Santità l’andamento e i dati più significativi che riguardano il cattolicesimo mondiale. Gli argomenti trattati nell’Annuario Pontificio sono i più vari: dai membri della Chiesa, alle strutture pastorali, alle circoscrizioni ecclesiastiche, ai vescovi sacerdoti e diaconi, ai religiosi e religiose, alle stazioni missionarie, ai missionari laici e catechisti, ai seminari maggiori e minori e, ovviamente, alle vocazioni. Alla direzione di questo Ufficio è stato preposto anche il nostro Cappellano del Serra Club di Roma, Mons. Vittorio Formenti, ininterrottamente per ben venti anni dal 1996 al 2016.
Dalla lettura dell’Annuario Pontificio 2019, in correlazione con l’Annuarium Statisticum Ecclesiae 2017, essendo i dati statistici riferiti all’anno 2017, si rileva che l’andamento delle vocazioni sacerdotali, dopo la parentesi di un pur lieve incremento nel 2016, è tornato a registrare una flessione anche se non molto significativa. Per quanto riguarda i sacerdoti, infatti, a fronte dei 414.969 presenti nel mondo nel 2016 si è passati a 414.582 nel 2017, con un calo di 387 unità. Anche i candidati al sacerdozio nell’universo cattolico registrano un decremento, che passa da 116.160 nel 2016 a 115.328 nel 2017, con un calo questa volta più significativo di 832 unità. Questa diminuzione di vocazioni colpisce, in particolare, l’Europa e l’America, dove la crisi appare più evidente, a fronte della Chiesa africana e asiatica che risulta, invece, più soddisfacente. Risultano, invece, in crescita i vescovi, i diaconi permanenti, i missionari laici e i catechisti. La distribuzione dei seminaristi maggiori per continente rimane sostanzialmente stabile. Con riferimento all’anno 2017, l’Europa contribuisce con il 14,9% al totale mondiale, l’America per il 27,3%, l’Asia per il 29,8% e l’Africa per il 27,1%.
Per quanto riguarda la popolazione cattolica, la situazione resta, invece, immutata in quanto non si registrano riduzioni. I cattolici battezzati continuano, infatti, a rappresentare il 17,7% della popolazione mondiale con un miliardo e 313 milioni su 7 miliardi e 408 milioni di esseri umani, come per l’anno precedente, ma anche in questo caso con una crescita sostanziale in Africa e in Asia, una riduzione in Europa e in America.
Come riportato da Famiglia Cristiana, in un approfondimento sulla crisi sacerdotale e vocazionale, sono 42.220 i sacerdoti attivi in Italia: uno ogni 1.487 abitanti. Il loro numero è in calo: nel decennio 2006-2016, i seminaristi sono scesi del 18,6% e i 372 presbiteri ordinati l’anno scorso non bastano a prendere il posto di quelli deceduti.
Da questa reale situazione una breve riflessione. Da anni ormai l’Europa vive un calo sensibile di vocazioni al sacerdozio e in Italia siamo testimoni della crisi che investe la nostra Chiesa e i nostri Seminari, cui si aggiungono la diminuzione del numero dei cattolici praticanti e la presenza di presbiteri in età sempre più avanzata. Con la conseguenza che oggi ci sono più preti nati in Africa e in Asia che prestano il loro ministero presso le nostre parrocchie. Questo non ci deve fare perdere d’animo: ci vuole coraggio e speranza. La pastorale vocazionale nella Chiesa e per la Chiesa deve essere accolta come una sfida a tutto campo. Occorre amore e impegno per viverla al meglio e soprattutto preghiera, tanta preghiera per le vocazioni perché la messe è ancora molta anche se gli operai sono pochi.
Don Michele Gianola, Direttore dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale delle Vocazioni della Cei, riporta sempre Famiglia Cristiana, invita ad andare oltre i numeri, pur importanti, e sprona tutti a cambiare prospettiva: “Chi tra noi adulti intende la vita come vocazione? Chi pensa davvero che le nostre scelte quotidiane sono da vivere nella relazione con Dio? Quanti invece ritengono che la “vocazione” riguardi soltanto i preti e le suore e che non abbia a che fare con la vita?”. C’è da preoccuparsi per il calo delle vocazioni? “Non bisogna fare un dramma”, conclude don Gianola: “Gli ordinati sono ben consapevoli delle sfide quotidiane”.

Cosimo Lasorsa

La lettera del Papa ai Sacerdoti

 

Ai miei fratelli presbiteri.

Cari fratelli,

ricordiamo il 160° anniversario della morte del santo Curato d’Ars, proposto da Pio XI come patrono di tutti i parroci del mondo. Nella sua festa voglio scrivervi questa lettera, non solo ai parroci ma anche a tutti voi, fratelli presbiteri, che senza fare rumore “lasciate tutto” per impegnarvi nella vita quotidiana delle vostre comunità. A voi che, come il Curato d’Ars, lavorate in “trincea”, portate sulle vostre spalle il peso del giorno e del caldo (cfr Mt 20,12) e, esposti a innumerevoli situazioni, “ci mettete la faccia” quotidianamente e senza darvi troppa importanza, affinché il Popolo di Dio sia curato e accompagnato. Mi rivolgo a ciascuno di voi che, in tante occasioni, in maniera inosservata e sacrificata, nella stanchezza o nella fatica, nella malattia o nella desolazione, assumete la missione come un servizio a Dio e al suo popolo e, pur con tutte le difficoltà del cammino, scrivete le pagine più belle della vita sacerdotale.

Qualche tempo fa ho manifestato ai Vescovi italiani la preoccupazione che, in non poche regioni, i nostri sacerdoti si sentono ridicolizzati e “colpevolizzati” a causa di crimini che non hanno commesso e dicevo loro che essi hanno bisogno di trovare nel loro vescovo la figura del fratello maggiore e il padre che li incoraggi in questi tempi difficili, li stimoli e li sostenga nel cammino.

Come fratello maggiore e padre anch’io voglio essere vicino, prima di tutto per ringraziarvi a nome del santo Popolo fedele di Dio per tutto ciò che riceve da voi e, a mia volta, incoraggiarvi a rinnovare quelle parole che il Signore ha pronunciato così teneramente nel giorno della nostra ordinazione e costituiscono la sorgente della nostra gioia: «Non vi chiamo più servi … vi ho chiamato amici» (Gv 15,15).

DOLORE

«Ho osservato la miseria del mio popolo» (Es 3,7).

Negli ultimi tempi abbiamo potuto sentire più chiaramente il grido, spesso silenzioso e costretto al silenzio, dei nostri fratelli, vittime di abusi di potere, di coscienza e sessuali da parte di ministri ordinati. Indubbiamente, è un tempo di sofferenza nella vita delle vittime che hanno subito diverse forme di abuso; anche per le loro famiglie e per tutto il Popolo di Dio.

Come sapete siamo fortemente impegnati nell’attuazione delle riforme necessarie per dare impulso, dalla radice, ad una cultura basata sulla cura pastorale in modo che la cultura dell’abuso non riesca a trovare lo spazio per svilupparsi e, ancor meno, perpetuarsi. Non è un compito facile e, a breve termine, richiede l’impegno di tutti. Se in passato l’omissione ha potuto trasformarsi in una forma di risposta, oggi vogliamo che la conversione, la trasparenza, la sincerità e la solidarietà con le vittime diventino il nostro modo di fare la storia e ci aiutino ad essere più attenti davanti a tutte le sofferenze umane.

Neanche questo dolore è indifferente ai presbiteri. Questo l’ho potuto constatare nelle diverse visite pastorali sia nella mia diocesi che in altre, dove ho avuto l’opportunità di tenere incontri e colloqui personali con i sacerdoti. Molti di essi mi hanno manifestato la loro indignazione per quello che è successo, e anche una specie di impotenza, poiché oltre «alla fatica della dedizione hanno vissuto il danno provocato dal sospetto e dalla messa in discussione che in alcuni o molti può aver introdotto il dubbio, la paura e la sfiducia». Numerose sono le lettere di sacerdoti che condividono questo sentimento. D’altra parte, è consolante trovare dei pastori che, quando vedono e conoscono la sofferenza delle vittime e del Popolo di Dio, si mobilitano, cercano parole e percorsi di speranza.

Senza negare e misconoscere il danno causato da alcuni dei nostri fratelli, sarebbe ingiusto non riconoscere tanti sacerdoti che, in maniera costante e integra, offrono tutto ciò che sono e hanno per il bene degli altri (cfr 2 Cor 12,15) e portano avanti una paternità spirituale che sa piangere con coloro che piangono; sono innumerevoli i sacerdoti che fanno della loro vita un’opera di misericordia in regioni o situazioni spesso inospitali, lontane o abbandonate anche a rischio della propria vita. Riconosco e vi ringrazio per il vostro coraggioso e costante esempio che, nei momenti di turbolenza, vergogna e dolore, ci mostra come voi continuate a mettervi in gioco con gioia per il Vangelo.

Sono convinto che, nella misura in cui siamo fedeli alla volontà di Dio, i tempi della purificazione ecclesiale che stiamo vivendo ci renderanno più gioiosi e semplici e, in un futuro non troppo lontano, saranno molto fruttuosi. «Non scoraggiamoci! II Signore sta purificando la sua Sposa e ci sta convertendo tutti a sé. Ci sta facendo sperimentare la prova perché comprendiamo che senza di Lui siamo polvere. Ci sta salvando dall’ipocrisia, dalla spiritualità delle apparenze. Egli sta soffiando il suo Spirito per ridare bellezza alla sua Sposa, sorpresa in flagrante adulterio. Ci farà bene prendere oggi il capitolo 16 di Ezechiele. Questa è la storia della Chiesa. Questa è la mia storia, può dire ognuno di noi. E alla fine, ma attraverso la tua vergogna, tu continuerai a essere il pastore. Il nostro umile pentimento, che rimane silenzioso tra le lacrime di fronte alla mostruosità del peccato e all’insondabile grandezza del perdono di Dio, questo, questo umile pentimento è l’inizio della nostra santità».

GRATITUDINE «Continuamente rendo grazie per voi» (Ef 1,16).

La vocazione, più che una nostra scelta, è risposta a una chiamata gratuita del Signore. È bello tornare in continuazione a quei passaggi evangelici che ci mostrano Gesù che prega, sceglie e chiama «perché stessero con lui e per mandarli a predicare» (Mc 3,14).

Vorrei ricordare qui un grande maestro di vita sacerdotale del mio paese natale, padre Lucio Gera, il quale, parlando a un gruppo di sacerdoti in tempi di molte prove in America Latina, diceva loro: “sempre, ma soprattutto nelle prove, dobbiamo ritornare a quei momenti luminosi in cui abbiamo sperimentato la chiamata del Signore a consacrare tutta la nostra vita al suo servizio”. È quello che mi piace chiamare “la memoria deuteronomica della vocazione” che ci permette di ritornare «a quel punto incandescente in cui la Grazia di Dio mi ha toccato all’inizio del cammino. È da quella scintilla che posso accendere il fuoco per l’oggi, per ogni giorno, e portare calore e luce ai miei fratelli e alle mie sorelle. Da quella scintilla si accende una gioia umile, una gioia che non offende il dolore e la disperazione, una gioia buona e mite».

Un giorno abbiamo pronunciato un “sì” che è nato e cresciuto nel seno di una comunità cristiana grazie a quei santi «della porta accanto» che ci hanno mostrato con fede semplice quanto valeva la pena dare tutto per il Signore e il suo Regno. Un “sì” la cui portata ha avuto e avrà una trascendenza insospettata, e che molte volte non saremo in grado di immaginare tutto il bene che è stato ed è capace di generare. È bello quando un anziano sacerdote è circondato e visitato da quei piccoli – ormai adulti – che agli inizi ha battezzato e, con gratitudine, vengono a presentargli la loro famiglia! Lì abbiamo scoperto che siamo stati unti per ungere e l’unzione di Dio non delude mai e mi fa dire con l’Apostolo: «Continuamente rendo grazie per voi» (Ef 1,16) e per tutto il bene che avete fatto.

Nei momenti di difficoltà, di fragilità, così come in quelli di debolezza e in cui emergono i nostri limiti, quando la peggiore di tutte le tentazioni è quella di restare a rimuginare la desolazione spezzando lo sguardo, il giudizio e il cuore, in quei momenti è importante – persino oserei dire cruciale – non solo non perdere la memoria piena di gratitudine per il passaggio del Signore nella nostra vita, la memoria del suo sguardo misericordioso che ci ha invitato a metterci in gioco per Lui e per il suo Popolo, ma avere anche il coraggio di metterla in pratica e con il salmista riuscire a costruire il nostro proprio canto di lode perché «eterna è la sua misericordia» (cfr Sal 135).

La gratitudine è sempre un’“arma potente”. Solo se siamo in grado di contemplare e ringraziare concretamente per tutti i gesti di amore, generosità, solidarietà e fiducia, così come di perdono, pazienza, sopportazione e compassione con cui siamo stati trattati, lasceremo che lo Spirito ci doni quell’aria fresca in grado di rinnovare (e non rattoppare) la nostra vita e missione. Lasciamo che, come Pietro la mattina della “pesca miracolosa”, il nostro constatare tutto il bene ricevuto ci faccia risvegliare la nostra capacità di stupirci e di ringraziare così da portarci a dire: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore» (Lc 5,8) e, ancora una volta, ascoltiamo dalle labbra del Signore la sua chiamata: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini” (Lc 5,10); perché «eterna è la sua misericordia» (cfr Sal 135).

Fratelli, grazie per la vostra fedeltà agli impegni assunti. È veramente significativo che, in una società e in una cultura che ha trasformato “il gassoso” in valore ci siano delle persone che scommettano e cerchino di assumere impegni che esigono tutta la vita. Sostanzialmente stiamo dicendo che continuiamo a credere in Dio che non ha mai rotto la sua alleanza, anche quando noi l’abbiamo infranta innumerevoli volte. Questo ci invita a celebrare la fedeltà di Dio che non smette di fidarsi, credere e scommettere nonostante i nostri limiti e peccati, e ci invita a fare lo stesso. Consapevoli di portare un tesoro in vasi di creta (cfr 2 Cor 4,7), sappiamo che il Signore si manifesta vincitore nella debolezza (cfr 2 Cor 12,9), non smette di sostenerci e chiamarci, dandoci il centuplo (cfr Mc 10,29-30) perché «eterna è la sua misericordia».

Grazie per la gioia con cui avete saputo donare la vostra vita, mostrando un cuore che nel corso degli anni ha combattuto e lottato per non diventare angusto ed amaro ed essere, al contrario, quotidianamente allargato dall’amore di Dio e del suo popolo; un cuore che, come il buon vino, il tempo non ha inacidito, ma gli ha dato una qualità sempre più squisita; perché «eterna è la sua misericordia».

Grazie perché cercate di rafforzare i legami di fraternità e di amicizia nel presbiterio e con il vostro vescovo, sostenendovi a vicenda, curando colui che è malato, cercando chi si è isolato, incoraggiando e imparando la saggezza dall’anziano, condividendo i beni, sapendo ridere e piangere insieme…: come sono necessari questi spazi! E persino rimanendo costanti e perseveranti quando avete dovuto farvi carico di qualche ardua missione o spingere un fratello a prendersi le proprie responsabilità; perché «eterna è la sua misericordia».

Grazie per la testimonianza di perseveranza e “sopportazione” (hypomoné) nell’impegno pastorale, il quale tante volte, mossi dalla parresia del pastore, ci porta a lottare con il Signore nella preghiera, come Mosè in quella coraggiosa e anche rischiosa intercessione per il popolo (cfr Nm 14,13-19; Es 32,30-32; Dt 9,18-21); perché «eterna è la sua misericordia».

Grazie perché celebrate quotidianamente l’Eucaristia e pascete con misericordia nel sacramento della riconciliazione, senza rigorismi né lassismi, facendovi carico delle persone e accompagnandole nel cammino della conversione verso la nuova vita che il Signore dona a tutti noi. Sappiamo che attraverso gli scalini della misericordia possiamo scendere fino al punto più basso della condizione umana – fragilità e peccato inclusi – e ascendere fino al punto più alto della perfezione divina: «Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro». E così essere «capaci di riscaldare il cuore delle persone, di camminare nella notte con loro, di saper dialogare e anche di scendere nella loro notte, nel loro buio senza perdersi»; perché «eterna è la sua misericordia».

Grazie perché ungete e annunciate a tutti, con ardore, “nel momento opportuno e non opportuno” il Vangelo di Gesù Cristo (cfr 2 Tm 4,2), sondando il cuore della propria comunità «per cercare dov’è vivo e ardente il desiderio di Dio, e anche dove tale dialogo, che era amoroso, sia stato soffocato o non abbia potuto dare frutto»; perché «eterna è la sua misericordia».

Grazie per tutte le volte in cui, lasciandovi commuovere nelle viscere, avete accolto quanti erano caduti, curato le loro ferite, offrendo calore ai loro cuori, mostrando tenerezza e compassione come il Samaritano della parabola (cfr Lc 10,25-37). Niente è così urgente come queste cose: prossimità, vicinanza, essere vicini alla carne del fratello sofferente. Quanto bene fa l’esempio di un sacerdote che si avvicina e non si allontana dalle ferite dei suoi fratelli!. Riflesso del cuore del pastore che ha imparato il gusto spirituale di sentirsi uno con il suo popolo; che non dimentica di essere uscito da esso e che solo servendolo troverà e potrà spiegare la sua più pura e piena identità, che gli consente de sviluppare uno stile di vita austero e semplice, senza accettare privilegi che non hanno il sapore del Vangelo; perché «eterna è la sua misericordia».

Ringraziamo anche per la santità del Popolo fedele di Dio che siamo invitati a pascere e attraverso il quale il Signore pasce e cura anche noi con il dono di poter contemplare questo popolo «nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante». Rendiamo grazie per ognuno di loro e lasciamoci soccorrere e incoraggiare dalla loro testimonianza; perché «eterna è la sua misericordia».

CORAGGIO «Il mio desiderio è che vi sentiate incoraggiati» (cfr Col 2,2).

Il mio secondo grande desiderio, facendomi eco delle parole di san Paolo, è di accompagnarvi a rinnovare il nostro coraggio sacerdotale, frutto soprattutto dell’azione dello Spirito Santo nelle nostre vite. Di fronte a esperienze dolorose, tutti abbiamo bisogno di conforto e incoraggiamento. La missione a cui siamo stati chiamati non implica di essere immuni dalla sofferenza, dal dolore e persino dall’incomprensione; al contrario, ci chiede di affrontarli e assumerli per lasciare che il Signore li trasformi e ci configuri di più a Lui. «In ultima analisi, la mancanza di un riconoscimento sincero, sofferto e orante dei nostri limiti è ciò che impedisce alla grazia di agire meglio in noi, poiché non le lascia spazio per provocare quel bene possibile che si integra in un cammino sincero e reale di crescita».

Un buon “test” per sapere come si trova il nostro cuore di pastore è chiedersi come stiamo affrontando il dolore. Molte volte può capitare di comportarsi come il levita o il sacerdote della parabola che si voltano dall’altra parte e ignorano l’uomo che giace a terra (cfr Lc 10,31-32). Altri si avvicinano male, intellettualizzano rifugiandosi in luoghi comuni: “la vita è così”, “non si può fare nulla”, dando spazio al fatalismo e allo scoraggiamento; oppure si avvicinano con uno sguardo di preferenze selettive generando così solo isolamento ed esclusione. «Come il profeta Giona, sempre portiamo latente in noi la tentazione di fuggire in un luogo sicuro che può avere molti nomi: individualismo, spiritualismo, chiusura in piccoli mondi…», i quali lungi dal far commuovere le nostre viscere finiscono per allontanarci dalle ferite proprie, da quelle degli altri e, quindi, dalle ferite di Gesù.

In questa stessa linea, vorrei sottolineare un altro atteggiamento sottile e pericoloso che, come amava dire Bernanos, è «il più prezioso degli elisir del demonio» e il più dannoso per noi che vogliamo servire il Signore perché semina scoraggiamento, orfanezza e porta alla disperazione. Delusi dalla realtà, dalla Chiesa o da noi stessi, possiamo vivere la tentazione di aggrapparci ad una tristezza dolciastra, che i padri dell’Oriente chiamavano accidia. Il card. Tomáš Špidlík diceva: «Se ci assale la tristezza per la vita come tale, per la compagnia degli altri, per il fatto che siamo soli, allora c’è sempre qualche mancanza di fede nella Provvidenza di Dio e nella sua opera. La tristezza paralizza il coraggio di proseguire nel lavoro, nella preghiera, ci rende antipatici i nostri vicini. Gli autori monastici, che dedicano una lunga descrizione a questo vizio, lo chiamano il nemico peggiore della vita spirituale».

Conosciamo quella tristezza che porta all’assuefazione e conduce gradualmente alla naturalizzazione del male e dell’ingiustizia con il debole sussurro di quel “si è sempre fatto così”. Tristezza che rende sterili tutti i tentativi di trasformazione e conversione, propagando risentimento e animosità. «Questa non è la scelta di una vita degna e piena, questo non è il desiderio di Dio per noi, questa non è la vita nello Spirito che sgorga dal cuore di Cristo risorto» e per la quale siamo stati chiamati. Fratelli, quando quella tristezza dolciastra minaccia di impadronirsi della nostra vita o della nostra comunità, senza spaventarci né preoccuparci, ma con determinazione, chiediamo e facciamo chiedere allo Spirito che «venga a risvegliarci!, a dare uno scossone al nostro torpore, a liberarci dall’inerzia! Sfidiamo l’abitudinarietà, apriamo bene gli occhi e gli orecchi, e soprattutto il cuore, per lasciarci smuovere da ciò che succede intorno a noi e dal grido della Parola viva ed efficace del Risorto».

Consentitemi di ripeterlo, tutti abbiamo bisogno del conforto e della forza di Dio e dei fratelli in tempi difficili. A tutti noi servono quelle accorate parole di san Paolo alle sue comunità: «Vi prego quindi di non perdervi d’animo a causa delle mie tribolazioni per voi» (Ef 3,13); «Il mio desiderio è che vi sentiate incoraggiati» (cfr Col 2,2), e così poter compiere la missione che ogni mattina il Signore ci dona: trasmettere «una grande gioia, che sarà di tutto il popolo» (Lc 2,10). Ma, appunto, non come teoria o conoscenza intellettuale o morale di ciò che dovrebbe essere, bensì come uomini che immersi nel dolore sono stati trasformati e trasfigurati dal Signore, e come Giobbe arrivano ad esclamare: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (42,5). Senza questa esperienza fondante, tutti i nostri sforzi ci porteranno sulla via della frustrazione e del disincanto.

Durante la nostra vita, abbiamo potuto contemplare come «con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia». Anche se ci sono diverse fasi in questa esperienza, sappiamo che al di là delle nostre fragilità e dei nostri peccati, Dio «ci permette di alzare la testa e ricominciare, con una tenerezza che mai ci delude e che sempre può restituirci la gioia». Quella gioia non nasce dai nostri sforzi volontaristici o intellettualistici ma dalla fiducia di sapere che le parole di Gesù a Pietro continuano ad agire: nel momento in cui sarai “passato al vaglio”, non dimenticare che Io stesso «ho pregato per te, che non venga meno la tua fede» (Lc 22,32). Il Signore è il primo a pregare e combattere per te e per me. E ci invita ad entrare pienamente nella sua preghiera. Possono addirittura esserci dei momenti in cui dovremmo immergerci «nella preghiera del Getsemani, la più umana e drammatica delle preghiere di Gesù (…). C’è supplica, tristezza, angoscia, quasi un disorientamento (Mc 14,33)».

Sappiamo che non è facile restare davanti al Signore lasciando che il suo sguardo percorra la nostra vita, guarisca il nostro cuore ferito e lavi i nostri piedi impregnati dalla mondanità che ci si è attaccata lungo la strada e ci impedisce di camminare. È nella preghiera che sperimentiamo la nostra benedetta precarietà che ci ricorda il nostro essere dei discepoli bisognosi dell’aiuto del Signore, e ci libera dalla tendenza prometeica «di coloro che in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie forze e si sentono superiori agli altri perché osservano determinate norme».

Fratelli, Gesù più di chiunque altro conosce i nostri sforzi e risultati, così come i fallimenti e gli insuccessi. Lui è il primo a dirci: «Venite a me, voi tutti, che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita» (Mt 11,28-29).

In una tale preghiera sappiamo che non siamo mai da soli. La preghiera del pastore è una preghiera abitata sia dallo Spirito «il quale grida: Abbà, Padre!» (Gal 4,6), sia dal popolo che gli è stato affidato. La nostra missione e identità ricevono luce da questo doppio legame.

La preghiera del pastore si nutre e si incarna nel cuore del Popolo di Dio. Porta i segni delle ferite e delle gioie della sua gente che nel silenzio presenta davanti al Signore affinché siano unti con il dono dello Spirito Santo. È la speranza del pastore che confida e lotta affinché il Signore possa sanare la nostra fragilità, quella personale e quella delle nostre comunità. Ma non perdiamo di vista il fatto che è proprio nella preghiera del Popolo di Dio dove il cuore del pastore si incarna e trova il suo posto. Questo ci rende tutti liberi dal cercare o volere risposte facili, veloci e prefabbricate, permettendo al Signore di essere Lui (e non le nostre ricette e priorità) a mostrarci un cammino di speranza. Non perdiamo di vista il fatto che, nei momenti più difficili della comunità primitiva, come leggiamo nel libro degli Atti degli Apostoli, la preghiera è diventata la vera protagonista.

Fratelli, riconosciamo la nostra fragilità, sì; ma permettiamo che Gesù la trasformi e ci proietti in continuazione verso la missione. Non perdiamo la gioia di sentirci “pecore”, di sapere che Lui è nostro Signore e Pastore.

Per mantenere il cuore coraggioso è necessario non trascurare questi due legami costitutivi della nostra identità: il primo, con Gesù. Ogni volta che ci sleghiamo da Gesù o trascuriamo la nostra relazione con Lui, a poco a poco il nostro impegno si inaridisce e le nostre lampade rimangono senza l’olio in grado di illuminare la vita (cfr Mt 25,1-13): «Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me…perché senza di me non potete far nulla» (Gv 15,4-5). In questo senso, vorrei incoraggiarvi a non trascurare l’accompagnamento spirituale, avendo un fratello con cui parlare, confrontarsi, discutere e discernere in piena fiducia e trasparenza il proprio cammino; un fratello sapiente con cui fare l’esperienza di sapersi discepoli. Cercatelo, trovatelo e godete la gioia di lasciarvi curare, accompagnare e consigliare. È un aiuto insostituibile per poter vivere il ministero facendo la volontà del Padre (cfr Eb 10,9) e lasciare il cuore battere con «gli stessi sentimenti di Cristo Gesù» (Fil 2,5). Quanto bene ci fanno le parole del Qoèlet: «Meglio essere in due che uno solo… Infatti, se cadono, l’uno rialza l’altro. Guai invece a chi è solo: se cade, non ha nessuno che lo rialzi» (4,9-10).

L’altro legame costitutivo: aumentate e nutrite il vincolo con il vostro popolo. Non isolatevi dalla vostra gente e dai presbiteri o dalle comunità. Ancora meno non rinchiudetevi in gruppi chiusi ed elitari. Questo, alla fine, soffoca e avvelena lo spirito. Un ministro coraggioso è un ministro sempre in uscita; ed “essere in uscita” ci porta a camminare «a volte davanti, a volte in mezzo e a volte dietro: davanti, per guidare la comunità; in mezzo, per incoraggiarla e sostenerla; dietro, per tenerla unita perché nessuno rimanga troppo, troppo indietro, per tenerla unita, e anche per un’altra ragione: perché il popolo ha “fiuto”! Ha fiuto nel trovare nuove vie per il cammino, ha il “sensus fidei” [cfr Lumen Gentium, 12]. Che cosa c’è di più bello?». Gesù stesso è il modello di questa scelta evangelizzatrice che ci introduce nel cuore del popolo. Quanto bene ci fa vederlo vicino a tutti! Il donarsi di Gesù sulla croce non è altro che il culmine di questo stile evangelizzatore che ha contrassegnato tutta la sua esistenza.

Fratelli, il dolore di tante vittime, il dolore del Popolo di Dio, così come il nostro, non può andare perduto. È Gesù stesso che porta tutto questo peso sulla sua croce e ci invita a rinnovare la nostra missione per essere vicini a coloro che soffrono, per stare, senza vergogna, vicini alle miserie umane e, perché no, viverle come proprie per renderle eucaristia. Il nostro tempo, segnato da vecchie e nuove ferite, ci impone di essere artigiani di relazione e comunione, aperti, fiduciosi e in attesa della novità che il Regno di Dio vuole suscitare oggi. Un regno di peccatori perdonati, invitati a testimoniare la sempre viva e attiva compassione del Signore; «perché eterna è la sua misericordia».

LODE «L’anima mia magnifica il Signore» (Lc 1,46).

È impossibile parlare di gratitudine e incoraggiamento senza contemplare Maria. Lei, donna dal cuore trafitto (cfr Lc 2,35) ci insegna la lode capace di aprire lo sguardo al futuro e restituire speranza al presente. Tutta la sua vita è stata condensata nel suo canto di lode (cfr Lc 1,46-55), che anche noi siamo invitati a cantare come promessa di pienezza.

Ogni volta che vado in un Santuario Mariano, mi piace “guadagnare tempo guardando e a lasciandomi guardare dalla Madre, chiedendo la fiducia del bambino, del povero e del semplice che sa che lì c’è sua madre e che può mendicare un posto nel suo grembo. E nel guardarla, ascoltare ancora una volta come l’indio Juan Diego: «Che c’è, figlio mio, il più piccolo di tutti? Che cosa rattrista il tuo cuore? Non ci sono forse qui io, io che ho l’onore di essere tua madre?».

Guardare Maria è tornare «a credere nella forza rivoluzionaria della tenerezza e dell’affetto. In lei vediamo che l’umiltà e la tenerezza non sono virtù dei deboli ma dei forti, che non hanno bisogno di maltrattare gli altri per sentirsi importanti».

Se qualche volta lo sguardo inizia a indurirsi, o sentiamo che la forza seducente dell’apatia o della desolazione vuole mettere radici e impadronirsi del cuore; se il gusto di sentirci parte viva e integra del Popolo di Dio comincia a infastidirci e ci sentiamo spinti verso un atteggiamento elitario… non avere paura di contemplare Maria e intonare il suo canto di lode.

Se qualche volta ci sentiamo tentati di isolarci e rinchiuderci in noi stessi e nei nostri progetti proteggendoci dalle vie sempre polverose della storia, o se lamenti, proteste, critiche o ironia si impadroniscono del nostro agire senza voglia di combattere, di aspettare e di amare… guardiamo a Maria affinché purifichi i nostri occhi da ogni “pagliuzza” che potrebbe impedirci di essere attenti e svegli per contemplare e celebrare Cristo che vive in mezzo al suo Popolo. E se vediamo che non riusciamo a camminare diritto, che facciamo fatica a mantenere i propositi di conversione, rivolgiamoci a Lui come lo faceva supplicandolo, quasi in modo complice, quel grande parroco, anche poeta, della mia diocesi precedente: «Questa sera, Signora, la promessa è sincera. Ma, per ogni evenienza, non dimenticarti di lasciare la chiave fuori». Lei «è l’amica sempre attenta perché non venga a mancare il vino nella nostra vita. È colei che ha il cuore trafitto dalla spada, che comprende tutte le pene. Quale madre di tutti, è segno di speranza per i popoli che soffrono i dolori del parto finché non germogli la giustizia… Come una vera madre, cammina con noi, combatte con noi, ed effonde incessantemente la vicinanza dell’amore di Dio».

Fratelli, ancora una volta, «continuamente rendo grazie per voi» (Ef 1,16) per la vostra dedizione e missione con la certezza che «Dio rimuove le pietre più dure, contro cui vanno a schiantarsi speranze e aspettative: la morte, il peccato, la paura, la mondanità. La storia umana non finisce davanti a una pietra sepolcrale, perché scopre oggi la “pietra viva” (cfr 1 Pt 2,4): Gesù risorto. Noi come Chiesa siamo fondati su di Lui e, anche quando ci perdiamo d’animo, quando siamo tentati di giudicare tutto sulla base dei nostri insuccessi, Egli viene a fare nuove le cose».

Lasciamo che sia la gratitudine a suscitare la lode e ci incoraggi ancora una volta alla missione di ungere i nostri fratelli nella speranza. Ad essere uomini che testimoniano con la loro vita la compassione e la misericordia che solo Gesù può donarci.

Il Signore Gesù vi benedica e la Santa Vergine vi custodisca. E, per favore, vi chiedo di non dimenticare di pregare per me.

Fraternamente,

Francesco