La testimonianza di una vocazione religiosa

Condividiamo la testimonianza di Suor Maria Lusminda della Congregazione delle Suore Domenicane della Madonna del Santo Rosario in Asti.

La testimonianza di una vocazione religiosa.
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59a Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni: Messaggio del Papa

L’8 maggio 2022, IV Domenica di Pasqua, si celebra la 59a Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni sul tema “Chiamati a edificare la famiglia umana”.

Pubblichiamo di seguito il Messaggio di Papa Francesco  Continua a leggere

Il Seminario di Oppido Mamertina-Palmi si racconta.

Il Concilio di Trento (1545-1563), nel contesto della sua imponente opera di riforma, impose l’erezione dei Seminari per la preparazione dei chierici che, fino a quel momento, venivano avviati al Sacerdozio con metodi ambigui e poco efficaci, differenti da luogo a luogo.
In Oppido il Seminario sorse molto tardi.
Le ricerche scrupolose e i calcoli eruditi di don Santo Rullo hanno permesso di situare, con sicurezza, la fondazione del Pio Istituto nell’anno 1701, ad opera del Vescovo Bisanzio Fili (1698-1707). Questo primo edificio si presentava, però, piccolo, angusto, carente di adeguate strutture e semplice negli indirizzi disciplinari. Attigua al fabbricato, sorgeva la piccola chiesa di Santa Maria della Purificazione che fungeva da Cappella.
Fu il Vescovo Giuseppe Maria Perrimezzi (1714-1734) a dare al nuovo Istituto un’efficace impostazione metodica, scolastica e disciplinare. Già Correttore Provinciale dell’Ordine dei Minimi, biografo di San Francesco di Paola ed illustre predicatore, il presule paolano restaurò l’edificio e dettò un’articolata serie di regole di comportamento che favorirono l’incremento degli studi e della pietà.
Il famoso e terribile terremoto del 5 febbraio 1783, distrusse, insieme all’intera città, il Seminario di Oppido che fu ricostruito, nove anni dopo, dal dinamico Vescovo Mons. Alessandro Tommasini (1792-1818) nella nuova città, sorta a pochi chilometri dalla precedente. Durante il Decennio Francese (1806-1815), l’edificio del Seminario fu trasformato in quartier generale delle truppe francesi. Sarà il catanzarese Mons. Ignazio Greco (1819-1822) a porre rimedio ai disastri causati dal ciclone napoleonico attraverso un generoso impegno portato avanti anche dal suo successore Mons. Francesco Maria Coppola (1822-1851). Questo Vescovo introdusse, tra le discipline del Seminario, lo studio della natura; Mons. Michele Maria Caputo (1852-1858) impose l’apprendimento delle lingue francese ed inglese; il Vescovo Giuseppe Teta (1859-1875) prescrisse la Sacra Liturgia e la Calligrafia.
L’epoca di Mons. Antonio Maria Curcio (1875-1898) sarà ricordata come l’età aurea del Seminario oppidese che si dotò, in quel periodo, di un Osservatorio Meteorologico e di un Gabinetto di Fisica, configurandosi come una fucina di cultura umanistica e scientifica, unica nella Piana, sotto la guida di prestigiosi docenti.
Mons. Antonio Galati (1920-1927) ebbe la gioia di ricevere una autorevole conferma dell’ottima preparazione dei suoi Seminaristi dal Visitatore Apostolico Alfredo Ildefonso Schuster, poi Cardinale Arcivescovo di Milano e Beato, che fu accolto in Seminario con espressioni augurali in lingua greca.
Sarà il giovane Vescovo Mons. Nicola Canino (1937-1951) a portare a pieno compimento l’opera dei suoi predecessori, costruendo una nuova ala e portando la capacità ricettiva dell’edificio a oltre sessanta alunni. Fu questo presule a decorare, con gli affreschi del pittore calabrese Diego Grillo, la Cappella (consacrata il 1 aprile 1951), il Seminario, la Sala delle Udienze, l’Episcopio, il salone attiguo alla Cattedrale e la Cattedrale stessa. Mons. Canino, che preferì risiedere in Seminario piuttosto che in Episcopio, offrì all’Istituto la parte migliore di sé stesso con settimanali colloqui spirituali e frequenti lezioni di canto gregoriano.
Il Vescovo Mons. Maurizio Raspini (1953-1965) completò l’ammodernamento delle strutture, promosse l’Opera delle Vocazioni Ecclesiastiche e predispose un nuovo Regolamento.
Dopo le alterne vicende vissute negli anni 1968-1978 e la chiusura negli anni 1978-1980, il Seminario oppidese si è avviato verso la sua storia attuale ad opera di Mons. Benigno Luigi Papa (1981-1990) e dei suoi successori.
Oggi il Seminario gestisce anche il Liceo Ginnasio “San Paolo”, continuando il suo secolare impegno culturale e la sua azione vocazionale, spirituale e formativa. Il Liceo è stato promosso per due anni di seguito dalla “Fondazione Agnelli” come “Miglior Liceo Classico della Calabria”. Dal 2019 il Liceo è stato Gemellato con la Provincia Italia della Società “San Paolo” fondata dal Beato Giacomo Alberione.
Il 31 luglio scorso in Seminario si è ufficialmente formalizzata la costituzione del Serra Club Oppido Mamertina – Palmi, Associazione laicale a servizio delle Vocazioni che sta già portando enorme supporto umano, spirituale ed economico al Pio Istituto.

Don Giancarlo Musicò
Rettore Seminario Diocesano di Oppido Mamertina

Condividiamo il video di presentazione del Seminario Vescovile della Diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, realizzato dall’Associazione Culturale “Al passo coi tempi” e trasmesso dall’emittente locale Gemma TV.

Età libera e servizio

Condividiamo la testimonianza di Michelino Musso, responsabile dell’Ufficio Comunicazioni Sociali della Diocesi di Asti.

Il papa consacra Russia ed Ucraina al Cuore Immacolato di Maria

In questo periodo triste, in cui le ombre e gli spettri della guerra tornano ad affacciarsi in Europa, papa Francesco ci invita ad affidare tutto a Cristo per mezzo di Maria, consacrando in modo speciale al suo Cuore Immacolato la Russia e l’Ucraina.

Riportiamo il testo integrale che Francesco pronuncerà nel pomeriggio del 25 marzo, durante la liturgia penitenziale nella Basilica vaticana. Siamo tutti invitati unirci al Santo Padre in questa supplica.

 

ATTO DI CONSACRAZIONE AL CUORE IMMACOLATO DI MARIA

O Maria, Madre di Dio e Madre nostra, noi, in quest’ora di tribolazione, ricorriamo a te. Tu sei Madre, ci ami e ci conosci: niente ti è nascosto di quanto abbiamo a cuore. Madre di misericordia, tante volte abbiamo sperimentato la tua provvidente tenerezza, la tua presenza che riporta la pace, perché tu sempre ci guidi a Gesù, Principe della pace.

Ma noi abbiamo smarrito la via della pace. Abbiamo dimenticato la lezione delle tragedie del secolo scorso, il sacrificio di milioni di caduti nelle guerre mondiali. Abbiamo disatteso gli impegni presi come Comunità delle Nazioni e stiamo tradendo i sogni di pace dei popoli e le speranze dei giovani. Ci siamo ammalati di avidità, ci siamo rinchiusi in interessi nazionalisti, ci siamo lasciati inaridire dall’indifferenza e paralizzare dall’egoismo. Abbiamo preferito ignorare Dio, convivere con le nostre falsità, alimentare l’aggressività, sopprimere vite e accumulare armi, dimenticandoci che siamo custodi del nostro prossimo e della stessa casa comune. Abbiamo dilaniato con la guerra il giardino della Terra, abbiamo ferito con il peccato il cuore del Padre nostro, che ci vuole fratelli e sorelle. Siamo diventati indifferenti a tutti e a tutto, fuorché a noi stessi. E con vergogna diciamo: perdonaci, Signore!

Nella miseria del peccato, nelle nostre fatiche e fragilità, nel mistero d’iniquità del male e della guerra, tu, Madre santa, ci ricordi che Dio non ci abbandona, ma continua a guardarci con amore, desideroso di perdonarci e rialzarci. È Lui che ci ha donato te e ha posto nel tuo Cuore immacolato un rifugio per la Chiesa e per l’umanità. Per bontà divina sei con noi e anche nei tornanti più angusti della storia ci conduci con tenerezza.

Ricorriamo dunque a te, bussiamo alla porta del tuo Cuore noi, i tuoi cari figli che in ogni tempo non ti stanchi di visitare e invitare alla conversione. In quest’ora buia vieni a soccorrerci e consolarci. Ripeti a ciascuno di noi: “Non sono forse qui io, che sono tua Madre?” Tu sai come sciogliere i grovigli del nostro cuore e i nodi del nostro tempo. Riponiamo la nostra fiducia in te. Siamo certi che tu, specialmente nel momento della prova, non disprezzi le nostre suppliche e vieni in nostro aiuto.

Così hai fatto a Cana di Galilea, quando hai affrettato l’ora dell’intervento di Gesù e hai introdotto il suo primo segno nel mondo. Quando la festa si era tramutata in tristezza gli hai detto: «Non hanno vino» (Gv 2,3). Ripetilo ancora a Dio, o Madre, perché oggi abbiamo esaurito il vino della speranza, si è dileguata la gioia, si è annacquata la fraternità. Abbiamo smarrito l’umanità, abbiamo sciupato la pace. Siamo diventati capaci di ogni violenza e distruzione. Abbiamo urgente bisogno del tuo intervento materno.

Accogli dunque, o Madre, questa nostra supplica.

Tu, stella del mare, non lasciarci naufragare nella tempesta della guerra.

Tu, arca della nuova alleanza, ispira progetti e vie di riconciliazione.

Tu, “terra del Cielo”, riporta la concordia di Dio nel mondo.

Estingui l’odio, placa la vendetta, insegnaci il perdono.

Liberaci dalla guerra, preserva il mondo dalla minaccia nucleare.

Regina del Rosario, ridesta in noi il bisogno di pregare e di amare.

Regina della famiglia umana, mostra ai popoli la via della fraternità.

Regina della pace, ottieni al mondo la pace.

Il tuo pianto, o Madre, smuova i nostri cuori induriti. Le lacrime che per noi hai versato facciano rifiorire questa valle che il nostro odio ha prosciugato. E mentre il rumore delle armi non tace, la tua preghiera ci disponga alla pace. Le tue mani materne accarezzino quanti soffrono e fuggono sotto il peso delle bombe. Il tuo abbraccio materno consoli quanti sono costretti a lasciare le loro case e il loro Paese. Il tuo Cuore addolorato ci muova a compassione e ci sospinga ad aprire le porte e a prenderci cura dell’umanità ferita e scartata.

Santa Madre di Dio, mentre stavi sotto la croce, Gesù, vedendo il discepolo accanto a te, ti ha detto: «Ecco tuo figlio» (Gv 19,26): così ti ha affidato ciascuno di noi. Poi al discepolo, a ognuno di noi, ha detto: «Ecco tua madre» (v. 27). Madre, desideriamo adesso accoglierti nella nostra vita e nella nostra storia. In quest’ora l’umanità, sfinita e stravolta, sta sotto la croce con te. E ha bisogno di affidarsi a te, di consacrarsi a Cristo attraverso di te. Il popolo ucraino e il popolo russo, che ti venerano con amore, ricorrono a te, mentre il tuo Cuore palpita per loro e per tutti i popoli falcidiati dalla guerra, dalla fame, dall’ingiustizia e dalla miseria.

Noi, dunque, Madre di Dio e nostra, solennemente affidiamo e consacriamo al tuo Cuore immacolato noi stessi, la Chiesa e l’umanità intera, in modo speciale la Russia e l’Ucraina. Accogli questo nostro atto che compiamo con fiducia e amore, fa’ che cessi la guerra, provvedi al mondo la pace. Il sì scaturito dal tuo Cuore aprì le porte della storia al Principe della pace; confidiamo che ancora, per mezzo del tuo Cuore, la pace verrà. A te dunque consacriamo l’avvenire dell’intera famiglia umana, le necessità e le attese dei popoli, le angosce e le speranze del mondo.

Attraverso di te si riversi sulla Terra la divina Misericordia e il dolce battito della pace torni a scandire le nostre giornate. Donna del sì, su cui è disceso lo Spirito Santo, riporta tra noi l’armonia di Dio. Disseta l’aridità del nostro cuore, tu che “sei di speranza fontana vivace”. Hai tessuto l’umanità a Gesù, fa’ di noi degli artigiani di comunione. Hai camminato sulle nostre strade, guidaci sui sentieri della pace. Amen.

Le Beatitudini: tradizione ebraica e novità cristiana

Le Beatitudini: tradizione ebraica e novità cristiana

di don CArmelo Raspa

Il 4 marzo 2022, nella chiesa del SS. Salvatore di Palermo, d. Carmelo Raspa ha tenuto l’incontro di formazione del Serra Club di Palermo, sul tema dell’anno. La riflessione, ricca di spunti, ha suscitato un dialogo vivace. Riportiamo di seguito il testo fornito dal relatore (per citazioni e bibliografia, si rimanda all’articolo del relatore Le beatitudini a causa della giustizia (Mt 5,6.10) pubblicato su Horeb n. 90/3 (2021) 27-33).

L’identità di chi ascolta

Il termine “giustizia” sembra strutturare il discorso della montagna (Mt 5-7). Esso ricorre nei seguenti passi:

5,6: “Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia perché saranno saziati”;

5,10: “Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli”;

5,20: “Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli”;

6,1: “Guardatevi dal praticare le vostre buone opere (in greco: la vostra giustizia) davanti agli uomini per essere da loro ammirati, altrimenti non avrete ricompensa presso il Padre vostro che è nei cieli”;

6,33: “Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”.

Nella serie delle Beatitudini, esso divide le proposizioni in due parti costituite da 4 membri ciascuna. Inoltre, la beatitudine di 5,10, concludendosi con l’espressione “regno dei cieli”, forma un’inclusione letteraria con la prima di 5,3, che si chiude con il medesimo sintagma. La forma grammaticale “ a causa della giustizia” è parallela al “a causa mia” di 5,11: in tal modo, la beatitudine di 5,10 apre quella di 5,11-12, alla quale si lega strettamente facendovi confluire tutte le precedenti beatitudini, che, in tal modo, si ritrovano riassunte nell’ultima.

In 5,20, la giustizia è richiesta in misura qualitativamente maggiore rispetto a quella praticata da scribi e farisei: l’esortazione apre una serie di sei antitesi, raggruppate in due gruppi di tre, nelle quali Gesù conferma l’affermazione di 5,17, secondo la quale egli è venuto non ad abrogare, ma a compiere la Torah e i profeti. Il verbo “compiere” lo si ritrova in 3,15, nell’incontro tra Giovanni Battista e Gesù, unitamente al termine “giustizia”, per cui le due espressioni sono semanticamente affini. Il compimento della giustizia attraverso il “fare” la Parola è, infatti, illustrato nelle sei interpretazioni di alcuni passi veterotestamentari, inerenti aspetti della vita relazionale e sociale, che Gesù fornisce e che rappresentano un novum nel solco della catena ermeneutica della tradizione. L’interpretazione dei passi, che Gesù fornisce, prevede un’applicazione più rigida dei precetti rispetto a quella con la quale si confronta nel testo matteano. Gesù stesso ha insegnato, infatti, in 5,19: “Chi dunque trasgredirà uno solo di questi precetti, anche minimi, e insegnerà agli uomini a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà agli uomini, sarà considerato grande nel regno dei cieli”. In realtà, molti degli insegnamenti di Gesù si ritrovano nei trattati del Talmud, a testimoniare di come quella gesuana fosse un’ermeneutica condivisa da alcuni maestri del suo tempo: le interpretazioni delle Scritture e i precetti che ne derivano dovevano rappresentare un patrimonio comune che Gesù conosce, avendolo studiato, e che rilancia nel dibattito. Il vangelo di Matteo ed il Talmud hanno conservato questo ricco patrimonio.

Il detto di 6,1 costituisce un appello a non compiere la giustizia ipocritamente di fronte a tutti. Il termine “giustizia” può essere qui accostato all’espressione rabbinica “opere di misericordia” che si ritrova nel trattato m.A?ot 1,2 e che indica tutta quella gamma di azioni che “impegnano un uomo sia nella persona che nel denaro” (R. Jonà). In tal senso il passo di 6,1 si lega alle “opere belle” di 5,16, compiute perché gli uomini lodino Dio, non chi le compie, al quale, al contrario, è richiesto di abitare il nascondimento di sé, per rivelare meglio, in tal modo, come tutto il bene in lui sia opera di Dio stesso. L’esplicitazione dei versetti successivi comprende, infatti, il modo di elargire l’elemosina, di pregare e di digiunare come pure quello di rapportarsi alle ricchezze e di affidarsi fiduciosamente a Dio che provvede ad ogni esigenza, senza per questo indulgere all’ozio. La richiesta di 6,33 è, infatti, un ordine pressante a perseguire il regno di Dio e la sua giustizia, dove il verbo all’imperativo indica un’azione incessante: il precetto, in questo caso, non va compiuto in un dato luogo e in un tempo ben fissato, come potrebbe essere quello concernente il Sabato, ma sempre e dovunque. Il termine “giustizia” in 6,33 riassume, pertanto, il modo di essere e di vivere tratteggiato fin qui all’interno del discorso della montagna da Gesù. Essa si applica all’identità dei discepoli e delle folle accorse sul monte ad ascoltare Gesù (5,1). Il monte non è solo allusivo tipologicamente del Sinai, luogo della rivelazione di YHWH a Israele mediante Mosè, lì dove l’alleanza è ratificata attraverso il dono della Torah (cfr. Es 19): esso simboleggia pure Sion, ai piedi del quale le nazioni apprendono da Israele come camminare nella Torah di Dio.

Fame e sete di giustizia

Se il discorso della montagna è da intendersi come la definizione dell’identità di una comunità che segue gli insegnamenti di Gesù – un’identità che si struttura attraverso la realtà espressa dal lessema “giustizia” – le Beatitudini in esso non vanno intese “come l’espressione di un ideale religioso astratto, ma in riferimento alla persona di Gesù, in cui la volontà di Dio si manifesta pienamente”. Le Beatitudini non rappresentano uno sforzo volontaristico, un manifesto programmatico di stampo utopistico, un’esortazione a fare di più e meglio, una benedizione meritoria o la promessa di una felicità quale ricompensa: essendo al presente esse si rivelano come “affermazioni di una realtà che già esiste, ma che ha bisogno di una parola che la riveli. Attraverso le beatitudini Gesù manifesta in che senso il regno di Dio, da lui annunciato come fattosi vicino, è presente”.

In Mt 5,6 gli affamati e assetati di Lc 6,21a sono non più coloro che mancano del pane quotidiano in contrapposizione ai troppo sazi (cfr. Lc 6,25a), ma coloro che desiderano la giustizia. I verbi “aver fame” e “aver sete” al presente denotano un bisogno continuo; il verbo “saziare” nell’apodosi non sembra riferirsi alla giustizia, ma al regno di Dio. Sulla scia di diverse allusioni veterotestamentarie (cfr Is 49,9-10; Sir 24,19-22) come pure degli scritti di Qumran e di Filone Alessandrino, sembra che in questo caso il termine “giustizia” debba intendersi, ad un tempo, come il dono escatologico di Dio che è posto continuamente in essere dalla condotta di quanti si conformano alla sua volontà, seguendo gli insegnamenti di Gesù. In tal senso, per comprenderne il significato, è bene ricordarsi che la giustizia insieme al diritto, che regolano l’ordine sociale in Israele, promanano dalla santità di Dio che abita il Tempio. Il popolo di Israele è chiamato ad essere santo come il suo Signore, vivendo costantemente relazioni di giustizia che investono gli uomini ed il creato.

Perseguitati per la giustizia

L’ottava beatitudine è presente solo in Mt 5,10 e manca nel parallelo lucano. Il verbo “perseguitare” appare, oltre che in Mt 5,10, nell’ultima beatitudine di 5,11, strettamente legata alla precedente, e ancora in 5,44; 10,23a; 23,34, in contesti chiaramente ostili a quanti seguono gli insegnamenti di Gesù, ai quali, come nella prima beatitudine, è assicurato il possesso attuale del regno dei cieli (si crea un’inclusione tra la prima e l’ottava beatitudine proprio attraverso il sintagma “regno dei cieli”). Il motivo della persecuzione è la giustizia: l’espressione “per la giustizia” è parallela a “per causa mia” di 5,11, ma non equivalente.

Sembra che Mt 5,10 sia simile a 1Pt 3,14a: “E se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi!”, espressione che si illumina grazie al precedente v. 13 in cui i cristiani vengono rassicurati che nulla potrà far loro del male se rimangono zelanti nel bene. In 3,17 Pietro raccomanda ai cristiani: “È meglio, infatti, se così esige la volontà di Dio, soffrire facendo del bene che facendo il male”, riferendosi alle calunnie ingiuste dei persecutori. Il passo di 3,17 si lega così a 2,20b: “se facendo il bene sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio”.

In Mt 5,11 è detto che i cristiani sono vittime di false accuse. Mt allarga così il detto di Lc 6,22. Il participio “mentendo” specifica il “diranno ogni sorta male contro di voi per causa mia”. Dall’uso del verbo “mentire” nel vangelo di Mt (15,19; 19,18; 26,59) si comprende come il tema della falsa testimonianza preoccupi l’evangelista. In 1Pt 4,15 si invitano i cristiani ad allontanarsi da quelle sofferenze che non sono provocate dal vivere il vangelo, ma, al contrario, dall’essere “omicida o ladro o malfattore o delatore”; ancora, in 1Pt 2,12.15 l’esortazione loro rivolta è ad assumere una buona condotta e a praticare il bene per dimostrare false le accuse dei calunniatori. La pratica del bene in Mt 5,16 si esprime nelle “opere belle”. In questo caso l’accusa è falsa solo se la condotta dei cristiani è irreprensibile a motivo del loro legame con Gesù.

Essere perseguitati per la giustizia è una beatitudine per i seguaci di Gesù “solo se le accuse avanzate contro di loro sono false e solo se essi soffrono a motivo di Cristo”.

La pratica della giustizia

Legandosi strettamente alla persona e all’insegnamento di Gesù, i suoi discepoli e quanti ne accolgono l’insegnamento, che egli dona interpretando la Torah, praticano la giustizia esprimendola nelle opere belle. Si tratta di una continua tensione verso questo bene escatologico inaugurato nel presente della storia dal dono di amore di Gesù e che si traduce in una santità che diviene giusta relazione con Dio, con gli uomini, con il creato. La beatitudine che segue a chi ha fame e sete della giustizia e a chi per essa è perseguitato non è conferita solo in virtù di una fede professata o di un nome di appartenenza. La giustizia va vissuta (cfr 1Pt 2,24): questo significa abbracciare radicalmente la vita evangelica, che si traduce in un ascolto intelligente, attento e perseverante della Parola, in una preghiera umile e grata, composta di sobrietà, in una fiducia illimitata nell’agire del Padre nella storia, in un dono d’amore che, sul modello di Gesù, ama persino i nemici, che non sono più tali. Facendo la giustizia, il discepolo rivela di appartenere totalmente a Gesù, di non disporre più di se stesso in autonomia, di aver ricevuto in dono quella libertà del cuore che non si attarda sulle piccinerie. Soprattutto, egli è consapevole di non riuscire a vivere totalmente la via tracciata dall’insegnamento di Gesù, ma “non rifiuta di trovarsela scolpita addosso dalle parole dell’unico Maestro. Anche se non riesce sempre a viverla fino in fondo, essa è qualcosa per cui lui vuole vivere, è ciò di cui lui ha fame e sete e di cui vuole essere profeta”. Perseguire la giustizia ed essere perseguitati per essa è la misura dell’accoglienza del Regno di Dio manifestato in Gesù. E quest’ultima non è legata necessariamente ad un’appartenenza, che può rivelarsi formale. Il discepolo ne è avvertito dallo stesso Gesù: “In verità vi dico: I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. È venuto a voi Giovanni nella via della giustizia e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, pur avendo visto queste cose, non vi siete nemmeno pentiti per credergli” (Mt 21,31b-32). I pubblicani sono disprezzati a motivo della loro avidità, essendo esattori delle imposte e agendo come usurai; le prostitute già dal loro nome sono etichettate come strumenti, non come persone. Con essi siede Gesù a mensa dopo la chiamata di Matteo (cfr. Mt 9,9-13). I farisei, vedendo Gesù banchettare con loro, chiedono ai suoi discepoli, non a lui, il perché egli sieda con uomini e donne ritualmente impuri, avendo egli stesso affermato di non voler abrogare le prescrizioni della Torah. Gesù risponde loro in modo diretto, non attraverso i discepoli, ricordando il detto del profeta Osea secondo il quale Dio vuole la misericordia e non il sacrificio (cfr. Os 6,6). E aggiunge di non essere venuto per chiamare dei giusti, ma dei peccatori. Questo accade perché la giustizia che non è secondo l’insegnamento di Gesù si tramuta in presunzione, in prestazione volontaristica e meritoria: essa – insegna lo stesso Gesù – ha già ricevuto la sua ricompensa (cfr Mt 6,2b.5b.16b). La giustizia di pubblicani e peccatori è quella di non avere più nulla da difendere e nulla da dimostrare. Raggiunti dalla giustizia di Dio in Gesù che li rende perfetti come il Padre (dove la perfezione, qui, è sinonimo di giustizia: cfr Mt 5,48) essi hanno ormai e solamente tutto da donare. Nel paradosso scandaloso di essere pubblicani e prostitute e, allo stesso, discepoli del Regno, testimoniano di quella giustizia che è dono dall’alto e che raggiunge coloro che sono spogli di sé, ricchi del loro peccato, della loro umile consapevolezza del loro essere, pienamente disponibili all’azione dell’amore di Dio in loro attraverso Gesù. Costoro, nel silenzio, a volte tra giudizi ed emarginazione, camminano sulla via della giustizia, attuando le opere belle che si esprimono in quella diaconia all’uomo sofferente, la quale sarà il metro di giudizio nel Regno (cfr. Mt 25,44).

Corso di Antropologia Vocazionale. Edizione 2022. Ultimo Incontro

DIOCESI DI AVERSA
Scuola Pastorale di Teologia per Laici 2021-2022

Corso di Antropologia Vocazionale

Giovedì 24 febbraio 2022, alle ore 12:00, sesto ed ultimo appuntamento del Corso di “Antropologia Vocazionale”. Don Vincenzo Garofalo dell’Ufficio Diocesano per la Pastorale delle Vocazioni termina il Corso con la riflessione “L’Essere Umano nella Storia”, affrontando il tema ” L’intervento di Dio nella Storia dei peccatori”.

24 febbraio 2022: Sesto ed ultimo incontro “L’Essere Umano nella Storia: L’intervento di Dio nella Storia dei peccatori”.

 

VEDI GLI INCONTRI PRECEDENTI

17 febbraio 2022: Quinto incontro “L’Essere Umano nella Storia: Obbedienza e Trasgressione

 

10 febbraio 2022: Quarto incontro “L’Essere Umano nella Storia: L’Uomo sotto la Legge”

 

3 febbraio 2022: Terzo incontro “La Famiglia Umana: L’amore tra genitori e figli”

 

 

27 gennaio 2022: Secondo incontro “La Famiglia Umana: L’amore tra l’uomo e la donna”

 

20 gennaio 2022: Primo incontro

 

 

Il tesoro nascosto. Il Seminario di Palermo promuove un’iniziativa di preghiera per le vocazioni.

Il Rettore del Seminario di Palermo ha promosso un’iniziativa di preghiera a sostegno delle vocazioni sacerdotali.

L’iniziativa promossa consiste nel dedicare un tempo di preghiera per ottenere da Dio il dono di vocazioni alla vita presbiterale nella nostra Chiesa palermitana. Si tratta di un impegno che può essere vissuto da tutti: giovani, adulti e anziani, singoli e famiglie, consacrati e presbiteri. Gesù lo ha detto chiaramente: «Se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro» (Mt18,19-20). Come non potrà rispondere Dio se gli chiediamo con fede, ciò che Lui stesso ci ha comandato di domandare nella nostra preghiera?

Come segnalare la tua disponibilità?

Puoi dare la tua adesione compilando la scheda che trovi nella brochure qui sotto inviandola al Seminario Arcivescovile S. Mamiliano secondo le modalità indicate nella brochure stessa.

Corso di Antropologia Vocazionale. Edizione 2022. 5° Incontro

DIOCESI DI AVERSA
Scuola Pastorale di Teologia per Laici 2021-2022

Corso di Antropologia Vocazionale

Giovedì 17 febbraio 2022, alle ore 12:00, quinto appuntamento con il Modulo di “Antropologia Vocazionale”.

Giovedì 17 Febbraio 2022, alle ore 12:00, don Vincenzo Garofalo dell’Ufficio Diocesano per la Pastorale delle Vocazioni prosegue nella riflessione “L’Essere Umano nella Storia”, affrontando il tema “Obbedienza e Trasgressione”.

Il Corso prevede sei incontri saranno pubblicati ogni giovedì alle ore 12:00 su Facebook (Gruppo “Scuola Pastorale di Teologia per Laici”) e su Youtube (Canale “Chiesa di Aversa”).

17 febbraio 2022: Quinto incontro “L’Essere Umano nella Storia: Obbedienza e Trasgressione

 

VEDI GLI INCONTRI PRECEDENTI

10 febbraio 2022: Quarto incontro “L’Essere Umano nella Storia: L’Uomo sotto la Legge”

 

3 febbraio 2022: Terzo incontro “La Famiglia Umana: L’amore tra genitori e figli”

 

 

27 gennaio 2022: Secondo incontro “La Famiglia Umana: L’amore tra l’uomo e la donna”

 

20 gennaio 2022: Primo incontro

 

 

Corso di Antropologia Vocazionale. Edizione 2022. 4° Incontro

DIOCESI DI AVERSA
Scuola Pastorale di Teologia per Laici 2021-2022

Corso di Antropologia Vocazionale

Giovedì 10 febbraio 2022, alle ore 12:00, quarto appuntamento con il Modulo di “Antropologia Vocazionale”.

“L’Essere Umano nella Storia: L’Uomo sotto la Legge” è l’argomento trattato questa settimana da Don Stefano Rega, Direttore dell’Ufficio per la Pastorale delle Vocazioni.

Il Corso prevede sei incontri saranno pubblicati ogni giovedì alle ore 12:00 su Facebook (Gruppo “Scuola Pastorale di Teologia per Laici”) e su Youtube (Canale “Chiesa di Aversa”).

10 febbraio 2022: Quarto incontro “L’Essere Umano nella Storia: L’Uomo sotto la Legge”

 

VEDI GLI INCONTRI PRECEDENTI

3 febbraio 2022: Terzo incontro “La Famiglia Umana: L’amore tra genitori e figli”

 

 

27 gennaio 2022: Secondo incontro “La Famiglia Umana: L’amore tra l’uomo e la donna”

 

20 gennaio 2022: Primo incontro