La Comunità dei Figli di Dio

La Comunità dei figli di Dio ha come carisma specifico quello di vivere una vita cristiana all’insegna di un monachesimo interiorizzato aperto a tutti, teso al riconoscimento del primato di Dio, volto all’accoglienza di chiunque si senta chiamato a tendere alla pienezza della carità.

La Comunità dei figli di Dio (CFD), fondata dal sacerdote servo di Dio Divo Barsotti, [Palaia (PI), 25 aprile 1914 – Settignano, (FI) 15 febbraio 2006] è un’Associazione pubblica di fedeli che desiderano vivere nel mondo il mistero dell’adozione filiale, avendo come strumenti quelli che nella Chiesa sono da sempre i mezzi propri della spiritualità monastica: ascolto della Parola di Dio, vita liturgica e sacramentale, preghiera del cuore, esercizio della carità fraterna. Nel mondo: i membri della Comunità non si ritirano negli eremi, non vivono ordinariamente in piena solitudine, ma vivono da monaci nel mondo, tra gli uomini e nelle strutture sociali. Lavorano negli uffici, nelle scuole, nei posti pubblici, nelle case; sono uomini e donne, giovani e anziani, sposati e non sposati: uniti in un’unica famiglia mediante una consacrazione, grazie alla quale si donano e si consegnano al Verbo di Dio, alla Vergine Madre e alla Chiesa.

 

Cenni storici – La Comunità è nata negli anni 1947-48 per opera di don Divo Barsotti. Arrivato a Firenze dalla diocesi di San Miniato nel 1945 e accolto dal Cardinal Elia Dalla Costa su sollecitazione di Giorgio La Pira, viveva presso un convento di suore vicino a Porta Romana. Fu un piccolo gruppetto di donne, già legate tra loro da un forte legame religioso, che chiese a don Divo di essere guidato nel cammino spirituale. Egli accettò la proposta. Il Padre – da allora fu sempre chiamato così – dette presto a loro un programma di vita ben preciso: celebrazione quotidiana della liturgia delle Ore, impegno a custodire il sentimento della Divina Presenza pur nel consueto scorrere della vita di ogni giorno, studio e meditazione della Sacra Scrittura e dei testi della grande Tradizione cristiana orientale e occidentale, incontro di gruppo tutte le settimane e una giornata al mese di Ritiro. Barsotti sentiva fortemente la necessità che nella Chiesa si risvegliasse la sensibilità al primato dei valori contemplativi come parte integrante della vocazione del battezzato, in qualunque stato di vita si trovasse a vivere. Di qui anche il nome scelto da don Divo per la famiglia religiosa che gli si andava formando intorno: Comunità dei figli di Dio, il nome stesso della Chiesa. Pian piano la Comunità andò crescendo e negli anni dal 1950 al 1960 si formarono gruppi in varie parti d’Italia: a Viareggio, Venezia, Palermo, Modena, Napoli… Anche la struttura della Comunità si andò pian piano delineando, fino alla sua ultima definizione, che si ebbe quando all’interno della Comunità si realizzò la ‘vita comune’, e si aprirono alcune case, maschili e femminili, con una impostazione di vita molto vicina alla disciplina religiosa in senso classico. La Comunità dei figli di Dio si costituì allora come “famiglia religiosa” pur comprendendo al suo interno tutti i diversi stati di vita; è la sua struttura attuale, oggi che la CFD si è diffusa anche all’estero (Gran Bretagna) fino in Africa (Benin), in America latina (Colombia), in Asia (Sri Lanka) e in Oceania (Australia).

Il nome – La Chiesa è già la Comunità dei figli di Dio! Il nostro nome non indica quindi nulla di specifico… «Non vogliamo nulla di specifico perché nella nostra vocazione è compresa e realizzata ogni vocazione cristiana». Il nostro nome indica solo il nostro desiderio di essere più consapevoli di quello che il battesimo ha operato nella nostra vita. «Chiunque è battezzato è figlio di Dio e fa parte della Chiesa… ma vive anche come figlio di Dio?». (D.Barsotti)

Vivere da figli – Noi ci richiamiamo al battesimo: vogliamo impegnarci seriamente e con costanza nel realizzare quanto il battesimo è in potenza, vogliamo vivere radicalmente la nostra vocazione cristiana: «vivere nel mondo il mistero dell’adozione filiale nella perfezione della carità”».

Altra è la natura, altro è il vivere secondo la natura che un essere riceve con la sua nascita… Quanto più è perfetta una natura, tanto più lungo è il tempo che è necessario perché la natura realizzi ogni sua potenzialità”. (D.Barsotti)

 

Struttura – Questa la struttura in quattro Rami:

– Laici che vivono nel mondo, sposati o non sposati, i quali, dopo un congruo periodo di preparazione, si consacrano a Dio nella Comunità. È questo il I Ramo della Comunità.

– Sposi o coppie di sposi che desiderano impegnarsi a vivere in famiglia seguendo i dettami dei consigli evangelici e quindi professando i voti di povertà, castità coniugale e obbedienza. È il II Ramo.

– Chi, pur restando a vivere nel mondo, vuole vivere la sua donazione a Dio nello stato verginale può professare i voti religiosi di povertà, castità piena e obbedienza (III Ramo).

– Infine il IV Ramo comporta la vita religiosa nelle case di vita comune, con fratelli e sorelle che lasciano tutto per vivere in piccole fraternità la cui impostazione di vita è tipicamente monastica: preghiera, silenzio, lavoro, studio.

Anche i sacerdoti diocesani possono far parte della Comunità, mantenendo la propria identità secolare e collocandosi o nel primo o nel terzo ramo.

Spiritualità La spiritualità della CFD vuole essere una spiritualità monastica. Soprattutto nell’Oriente cristiano lo stato di vita monastico è inteso come la realizzazione piena della condizione di grazia del battezzato. Essere monaci vuol dire vivere come specifica vocazione la tensione alla piena realizzazione della vocazione battesimale, comune a tutti. Su questa base don Divo Barsotti, ispirandosi alla spiritualità orientale e specificatamente russa, ha ritenuto possibile proporre al semplice battezzato, pur immerso nelle realtà del mondo, l’ideale monastico, nella dimensione di un ‘monachesimo del cuore’, un ‘monachesimo interiorizzato’. Per questo i mezzi che la Comunità offre per rispondere a questa specifica vocazione sono quelli propri della grande tradizione monastica: la vita liturgica e sacramentale, la preghiera e l’ascolto della Parola di Dio, la vita fraterna. Secondo dei programmi stabiliti, i membri della Comunità meditano ogni mese un libro della Sacra Scrittura in modo da leggere la Bibbia in un ciclo sessennale; frequentano per quanto possibile la vita sacramentale e liturgica della Chiesa; pregano ogni giorno con la liturgia delle Ore, almeno in alcune sue parti. Nel corso della settimana i consacrati si incontrano in piccoli gruppi; incontri in cui si prega, si fa formazione biblica, si assimila la spiritualità del Fondatore, ci si confronta e ci si aiuta nell’entrare sempre più nel cuore della vita spirituale. Ogni mese poi c’è un incontro allargato tra i vari gruppi esistenti nella stessa zona (Adunanza) e una mezza giornata di Ritiro, privilegiando la dimensione religiosa del silenzio. Durante l’anno infine si organizzano diversi corsi di Esercizi spirituali di cinque giorni in varie regioni d’Italia, e un pellegrinaggio per la conoscenza di luoghi significativi per la nostra spiritualità.

Siamo monaci – In che senso?

Siamo monaci, cioè uomini e donne «ordinati tutti all’ascolto della Parola di Dio e alla lode di Dio», impegnati a trasformarci in preghiera, a divenire una preghiera vivente e incessante (cf. 1Ts 5,17; Lc 18,1). «Il nostro primo impegno è l’ascolto della Parola di Dio… e nella lode divina, nella preghiera del giorno, noi offriamo alla Chiesa il nostro cuore e le nostre labbra perché la Chiesa intera preghi attraverso di noi» e facciamo nostri i bisogni di tutta l’umanità in un’intercessione universale e costante. Siamo chiamati «a divenire sacramento vivente della presenza viva di Dio. Per questo come Gesù dobbiamo vivere nel seno del Padre e rimanere nel mondo in mezzo ai fratelli. Il nostro monastero è il mondo, la nostra vita deve essere la vita stessa di Gesù». (D.Barsotti)

Siamo monaci perché ci ispiriamo al monachesimo primitivo, non per la fuga dal mondo e per le austerità della vita, «ma per una certa libertà e per un più diretto ordinarsi dell’anima a Dio. La nostra vocazione altro non è che l’impegno di vivere il nostro battesimo… Siamo monaci perché non vogliamo dimenticarci che Dio deve essere il primo amato, che Dio deve essere la meta ultima del nostro cammino. Il nostro deve essere un monachesimo interiorizzato» che si realizzerà «se vivremo una unione sempre più perfetta con Dio». «Saremo veramente monaci se tutta la nostra vita sarà una sola preghiera».

In fondo il nostro essere monaci si riassume molto bene nel “Cerco Dio solo” che pronunciamo nel rito della consacrazione (cf. Regola di San Benedetto 58).

Una condivisione con il Serra

Ringraziamo don Carlo Rampone, Parroco a Villanova d’Asti, già rettore del Seminario interdiocesano Santa Maria del Cenacolo a Betania di Valmadonna (Alessandria), che ci ha offerto una sua testimonianza ed un messaggio di saluto al Serra e ai Serrani, cui si sente profondamente legato.

Di seguito il link al video.

 

Maria Lo Presti

Costruire la città

Nella giornata conclusiva del Convegno Nazionale Vocazioni 2022, il Card. Gualtiero Bassetti, Arcivescovo di Perugia – Città della Pieve e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ha sottolineato quanto siano rilevanti testimonianze significative, esemplari, per un orientamento vocazionale. Ha così ricordato gli incontri fin da giovane, nella sua Firenze, con alcune personalità segnate da una spiritualità forte, vissuta nella concretezza della loro storia. Nel frattempo, ha delineato i tratti del suo percorso personale.

Di seguito il link alla relazione.

 

Maria Lo Presti

La storia possibile

La relazione di apertura del Convegno Nazionale Vocazioni 2022 è stata tenuta da S. E. mons. Paolo Bizzeti, Vicario apostolico dell’Anatolia. Già il titolo della relazione, La storia possibile, ha fatto entrare nell’esposizione del relatore che ha guardato alla sua storia vocazionale, fino all’attuale chiamata a svolgere il servizio episcopale per un territorio da cinque anni in attesa di un vescovo; un territorio in cui il cristianesimo è presente fin dalle sue origini. Mons. Paolo Bizzeti ha fatto riflettere sulla concretezza della storia personale, nella quale ciascuno può leggere la sua storia vocazionale.

Di seguito il link alla relazione.

 

Maria Lo Presti

Il Centro di accoglienza migranti della Diocesi di Oppido Mamertina – Palmi

La Caritas Diocesana: Vie nuove di speranza per Accogliere, Proteggere e promuovere, Integrare. Verso un noi sempre più grande

 In quest’anno pastorale, la Caritas Diocesana ha preso come punti di riferimento per programmare le sue attività a favore dei poveri del nostro territorio diocesano, che corrisponde alla Piana del Tauro con 33 Comuni e con oltre 160.000 abitanti, alcuni eventi, a partire dal 50° Anniversario di Caritas Italiana e dall’incontro con Papa Francesco di tutti gli animatori e operatori Caritas Diocesane d’Italia a Roma, il 2 luglio scorso. Durante l’incontro, il Santo Padre ha chiesto di percorrere con gioia tre vie: “partire dagli ultimi, custodire lo stile del Vangelo e sviluppare la creatività”.

Inoltre, il 14 novembre scorso, a San Ferdinando la Caritas diocesana con le Caritas parrocchiali ha celebrato la quinta Giornata mondiale dei poveri, dal tema I poveri li avete sempre con voi. Il nostro Vescovo Mons. Francesco Milito, durante la celebrazione Eucaristica, ha chiamato San Ferdinando “Città della Carità”.

Ancora, la 107.ma Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato, con il suo tema Verso un Noi sempre più grande, è stata celebrata dalla Caritas Diocesana con la proposta e promozione del Progetto “APRI”, acronimo dei quattro verbi di Papa Francesco riferiti ai migranti: “Accogliere, PRoteggere e promuovere, Integrare”.

Infine, il Sinodo Diocesano che stiamo celebrando, per “camminare nella verità, che è Cristo, come impegno ineludibile se non si vuole brancolare nel buio e cadere in un vuoto esistenziale”, come ci ha invitati a fare il nostro vescovo Mons. Francesco Milito, per “studiare il nostro tempo, leggere il nostro territorio con occhi aperti e sguardo in avanti, ritrovare unità di azione”, perché camminando insieme, “si potrà imparare quali processi possono aiutarci a vivere la comunione, a realizzare la partecipazione e ad aprirsi alla missione”.

Tra i poveri della nostra diocesi ci sono, certamente, anche i migranti che provengono dall’Africa e sono sbarcati sulle nostre coste, la maggior parte di loro con i barconi a perdere, senza nulla addosso, se non i pochi vestiti pure logori.

Incoraggiati dal nostro Vescovo Mons. Francesco Milito e dal Santo Padre Papa Francesco che, continuamente, invitano ogni comunità a “creare, con i migranti, tanti momenti di incontro e di amicizia, di solidarietà e di aiuto concreto”, perché la povertà non è un’entità astratta, ma “ha il volto di donne, di uomini e di bambini sfruttati per vili interessi, calpestati dalle logiche perverse del potere e del denaro”. Davanti a questi scenari, come Caritas Diocesana di Oppido Mamertina – Palmi, abbiamo cercato di non restare inerti e rassegnati, ma abbiamo cercato di “rispondere con una nuova visione della vita e della società”.

Abbiamo cercato di tendere la mano e di aiutare, con tutte le nostre forze, le persone che soffrono, i poveri, i fragili, e tra questi i Migranti e i rifugiati, senza escludere nessuno.

Con la speranza che tutte le iniziative e le attenzioni verso i poveri e i migranti  “possano radicarsi sempre più  nella nostra Chiesa locale” e, anche attraverso il Sinodo Diocesano che stiamo celebrando, “possa aprirsi a un movimento di evangelizzazione che incontri in prima istanza i poveri là dove si trovano perché non possiamo attendere che bussino alla nostra porta, è urgente che li raggiungiamo nelle loro case, negli ospedali e nelle residenze di assistenza, per le  strade e negli  angoli  bui  dove  a  volte si  nascondono, nei  centri  di  rifugio  e  di accoglienza, nella Tendopoli di San Ferdinando, nel Campo Container di Rosarno, nel campo immigrati di Russo di Taurianova e in tutti gli altri sperduti e diroccati casolari delle campagne della Piana, perché è importante capire come si sentono, cosa provano e quali desideri hanno  nel  cuore”.  “Essi hanno molto da insegnarci, poiché, oltre a partecipare del sensus fidei, con le proprie sofferenze conoscono il Cristo sofferente”.

Il Centro di accoglienza

Il Centro di accoglienza migranti della nostra Diocesi più conosciuto è certamente la tendopoli/baraccopoli di San Ferdinando, sita nella stessa 2^ Zona Industriale del Porto di Gioia Tauro che, nel mese di marzo 2019, ha sostituito l’altra vecchia tendopoli/baraccopoli, ghetto di San Ferdinando, dove per anni hanno trovato riparo i braccianti africani immigrati.

Frutto di un’azione sinergica tra Regione Calabria, Prefettura e Provincia di Reggio Calabria, Protezione civile regionale, Croce rossa, Caritas Diocesana di Oppido-Palmi e le amministrazioni comunali di San Ferdinando e Rosarno, la nuova tendopoli doveva essere una soluzione temporanea, in attesa di soluzioni più stabili, per assicurare ai migranti dignità e condizioni di accoglienza ed ospitalità decorose in un contesto di massima trasparenza e legalità, nel quadro di un più vasto progetto di integrazione condiviso dalle comunità locali e gestito in sinergia con l’associazionismo locale. Tutto questo purtroppo è stato realizzato solo in parte e da soluzione temporanea, la tendopoli è diventata soluzione stabile.

Attualmente nella tendopoli ci sono 76 tende, ormai logore e oltre cento baracche costruite negli ultimi mesi, quando la tendopoli è rimasta incustodita.

I braccianti africani che vi risiedono vengono dal Mali, dal Ghana, dal Gambia, dal Senegal, dalla Costa d’Avorio, dalla Nigeria, dal Niger, dal Burkina Faso e dalla Liberia.

Nella tendopoli ci sono 3 container con 4 bagni ciascuno e 5 container con 2 bagni e 2 docce ciascuno.

Ci sono due container donati, temporaneamente, alla Caritas Diocesana dal Comune di San Ferdinando, che sono adibiti a Centro di Ascolto Caritas e a deposito derrate alimentari della Caritas, ed anche vestiario e coperte.

C’è anche una tenda che funge da moschea con tre Imam che si alternano durante i momenti di preghiera.

Intorno alla tendopoli operano giorno e notte, h 24, le Forze dell’Ordine, con a turno i Carabinieri, la Polizia e la Guardia di Finanza.

La tendopoli, che è stata installata per 400 persone, fin dal primo momento ha mostrato molte criticità che non sono state mai risolte definitivamente a causa dei mancati finanziamenti da parte delle autorità competenti.

La prima criticità è la corrente elettrica che, soprattutto in inverno funziona malissimo per il sovraccarico inevitabile per riscaldarsi, cucinare e illuminare le tende. Per poter cucinare e per riscaldarsi, inoltre, i migranti collegano abusivamente molti fili elettrici volanti che, per il cattivo funzionamento, diventano un pericolo reale per ognuno. Nei giorni scorsi, un incendio dovuto al sovraccarico dei collegamenti abusivi ha distrutto completamente il quadro elettrico generale e adesso la tendopoli è completamente al buio.

La seconda sono i servizi igienici che sono insufficienti, comprese le docce, dove l’acqua calda, a causa delle continue interruzioni della corrente elettrica, non c’è quasi mai.

Inoltre i servizi igienici, a causa della scarsissima manutenzione e pulizia, sono continuamente sporchi e mal funzionanti con perdite di acque reflue e di liquami di fognatura maleodoranti che si sono sparse sotto i container dove hanno formato pozzanghere e poi tutto intorno ai container.

La terza criticità sono le tende che dopo un anno e mezzo già mostrano tutto il loro deterioramento, con strappi e squarci evidenti, dovuti al loro consumo, che provocano infiltrazione di acqua piovana e freddo.

La quarta criticità è l’acqua corrente che spesso viene meno, per vari motivi, soprattutto per manutenzione della condotta, anche per più di una giornata.

La quinta criticità è la spazzatura e lo smaltimento di rifiuti speciali, come la tela delle tende, che rimangono in mezzo al campo per settimane prima che la Ditta che ha l’appalto provveda per il ritiro.

Ogni intervento di manutenzione sia alla corrente elettrica, sia ai servizi igienici e alla fognatura, diventa spesso un problema insormontabile e passano tanti giorni prima che venga risolto, ma mai definitivamente.

Con l’inverno tutte queste criticità si sono moltiplicate, come è già successo l’inverno scorso.

Oltre alla tendopoli di San Ferdinando, in moltissimi altri luoghi del circondario, da moltissimi anni, ci sono altri insediamenti nei casolari, anche diroccati, delle campagne della località Marotta di Drosi dei Rizziconi, della località Olmolongo di Rizziconi, nella località collina tra Rizziconi e Rosarno, nella località Russo nel Comune di Taurianova dove c’è la comunità più numerosa con oltre 150 arrivi ogni anno e almeno 30 residenti stabili.

In questi luoghi i migranti si sono sistemati in condizioni di grande precarietà senza luce elettrica, senza acqua corrente e senza servizi igienici e vivono quasi da invisibili. A loro ci pensa ad aiutarli solo la Caritas e il Sindacato CGIL con la Segretaria Generale della Piana di Gioia Tauro che sta spendendo gran parte della sua vita per aiutare i migranti della Piana. Purtroppo per tutti loro non c’è lavoro sufficiente e quindi si trovano a passare tantissimo tempo senza lavorare, quindi senza guadagnare niente, e si trovano nella povertà più grande.

Le condizioni dei migranti, purtroppo, in questi anni non sono molto migliorate e, anche se c’è stato un aumento dei contratti agrari registrati per i bracciati africani, che è sicuramente una cosa buona, dovuta soprattutto al lavoro fatto dalle forze dell’Ordine specialmente dopo la legge regionale del 2016 contro il lavoro nero, lo sfruttamento e il caporalato in agricoltura, abbiamo ancora casi di assunzioni per un mese ma con versamento di contributi per una settimana o addirittura per tre o quattro giorni. La retribuzione agli immigrati è di 30/35 euro al giorno per 8 ore di lavoro, oppure a cottimo le aziende pagano i braccianti un euro e cinquanta a cassetta per i mandarini e un euro a cassetta per le arance. A queste cifre, spesso, bisogna sottrarre il “pizzo” dovuto ai caporali che va da 3 a 5 euro per il trasporto con i furgoni fino al posto di lavoro, andata e ritorno.

Tutto questo comporta che nemmeno un terzo dei braccianti immigrati africani che lavorano nella Piana di Gioia Tauro ha un contratto, e tutti vivono nell’incertezza del futuro e, soprattutto, con il problema che senza contratto di lavoro non potranno rinnovare il permesso di soggiorno, non potranno trovare una casa in affitto, non potranno avere una residenza.

E tutto questo porta pure il deteriorarsi delle condizioni psico-fisiche dei migranti che, ultimamente più spesso, hanno mostrato problemi psicologici e di salute, legati certamente alle condizioni di vita, alla stagione fredda, alla mancanza di riscaldamento.

In questi anni la Caritas è sempre stata presente in queste periferie geografiche ed esistenziali come segno di presenza della Chiesa, sia nell’emergenza che purtroppo spesso è diventata sistema, che nella normalità, cercando di instaurare un buon dialogo con i migranti con i quali ha costruito un ottimo rapporto di fiducia e di amicizia, facendo cadere i muri della paura, della diffidenza e dell’incomprensione. La Caritas, inoltre, in questi anni ha cercato di dialogare con le istituzioni pubbliche e private coinvolte, a diverso titolo, nella situazione immigrati e, in particolare, con la Prefettura, la Questura e il Comune di San Ferdinando e le altre amministrazioni dei comuni della Piana interessati al fenomeno dei migranti. La Caritas, per ognuno di loro, è stata interlocutrice principale in ogni occasione. È stata una interlocutrice soprattutto nei scorsi mesi tra luglio e settembre quando, dopo che il Vescovo sollecitava le istituzioni a vaccinare i migranti con due lettere datate 19 maggio e 10 luglio 2021,  nelle quali sollevava il problema di “estendere le vaccinazioni anche ai molti senza fissa dimora, stranieri irregolari e quanti non censiti dal S.S.N., stabilmente o saltuariamente presenti tra di noi, come atto di giustizia nei confronti di questi ultimi, ma anche nell’interesse di salvaguardia dell’intera popolazione normalmente e regolarmente residente, con il rischio sempre presente di nuovi focolai di infezione”, insieme a Celeste Logiacco, Segretaria Generale della CGIL della Piana, passando tenda per tenda e baracca per baracca, sono riusciti a convincere tutti i migranti della tendopoli/baraccopoli a vaccinarsi contro il Covid19. I migranti che avevano avuto la tendopoli zona rossa, hanno subito capito l’importanza della vaccinazione per uscire fuori dalla pandemia.

Più volte, come Caritas, abbiamo chiesto, durante gli incontri istituzionali in Prefettura, in Questura e con ogni politico con il quale ci siamo confrontati, ad ogni livello, di uscire dalla logica emergenziale, in favore di un’accoglienza diffusa da conseguire con il supporto della Regione Calabria, dei Comuni interessati e delle aziende che hanno bisogno della loro mano d’opera.

Su questo, inoltre, più volte in Prefettura sono stati fatti incontri durante i quali è stata fatta una ricognizione dei beni confiscati alla criminalità organizzata da poter destinare alla sistemazione alloggiativa dei migranti e, al riguardo, è emersa la disponibilità di immobili nei Comuni di Cittanova, Gioia Tauro, Rosarno, San Ferdinando e Taurianova, ma poi non si è dato seguito.

Sono state fatte anche promesse che riguardano degli incentivi per il fitto di immobili, con la creazione di un apposito fondo di garanzia regionale per i proprietari che concedono un immobile in locazione e l’intensificazione dei mezzi di trasporto per agevolare gli spostamenti dei migranti sul luogo di lavoro, ma anche tutto questo non ha avuto seguito.

Questo è un territorio ad alto tasso di spopolamento con centri abitati semideserti e moltissime abitazioni sfitte, con un patrimonio immobiliare vuoto assai vasto. L’auspicio è che gli enti locali collaborino per permettere il ripopolamento di questi luoghi, e queste abitazioni verrebbero messe a disposizione dei lavoratori stagionali con affitti calmierati.

Adesso, mentre molti migranti sono ritornati nella Piana per la raccolta degli agrumi e altri lavori agricoli, stiamo assistendo da parte delle autorità, ad un pericoloso silenzio. Oggi il dato più preoccupante è quello del silenzio e dell’immobilismo delle Istituzioni. Intanto stanno crescendo le baraccopoli di San Ferdinando, quella nella località Russo di Taurianova, quella di Marotta. Intanto il campo container di Rosarno si sta degradando sempre più. Centinaia e centinaia di migranti stanno vivendo in condizioni disumane e terribili, al freddo e al gelo.

La richiesta forte che, ancora una volta, vuole partire dalla Caritas Diocesana di Oppido Mamertina – Palmi e da tutte le organizzazioni umanitarie e dalla popolazione della Piana di Gioia Tauro, è quella dell’impegno delle Istituzioni Pubbliche interessate affinché venga eliminata l’attuale nuova tendopoli che intanto è diventata baraccopoli e tutti i ghetti piccoli e grandi nascosti nelle campagne della Piana e ai migranti venga assicurata una normale e civile abitazione con l’accoglienza diffusa tanto auspicata da tutti e che  mai più sorgano ghetti nei nostri territori.

Noi crediamo che a San Ferdinando bisogna creare un nuovo modo di vivere che va al di là della tendopoli e proponiamo l’accoglienza diffusa nei Comuni, come l’esperienza di Drosi dove, con la garanzia della Caritas, negli anni scorsi, siamo arrivati ad affittare ben 30 abitazioni private per l’accoglienza di 140 immigrati. Adesso, a Drosi, i migranti riescono ad affittare le case direttamente loro, perché hanno acquisito la fiducia dei proprietari.

Una richiesta forte che la Caritas pone, ancora una volta, alle Istituzioni è quella di saper veramente promuovere iniziative per politiche di integrazione piena, per l’inserimento dignitoso degli immigranti nelle realtà locali e comprensoriali, specialmente nel lavoro, nell’istruzione scolastica, nella sanità, nella socialità, nella tutela dell’identità culturale e religiosa, con un impegno nuovo e giusto, pacifico, solidale e strutturato.

La richiesta è quella di realizzare progetti e servizi non improvvisati per l’emergenza, ma programmati per l’ordinario, il quotidiano e il lungo termine. Chiediamo anche una giusta politica dei prezzi agricoli per far sì che i produttori abbiano più garanzia per i loro prodotti, anche con la tenuta dei prezzi, e possano assumere legalmente e serenamente la mano d’opera specialmente immigrata anche con la riaffermazione del ruolo dei centri per l’impiego e l’istituzione delle liste di prenotazione per il lavoro agricolo, per consentire l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro.

Si chiede, di conseguenza, una giusta retribuzione ai braccianti immigrati e un contratto di lavoro con l’assicurazione e i contributi previdenziali ed assistenziali; una dignitosa abitazione con luce elettrica, acqua corrente, e servizi igienici.

Prima di terminare, ricordiamo i tantissimi interventi del Vescovo S. E. Mons. Francesco Milito sulla questione immigrati, fin dal suo arrivo in Diocesi. Ricordiamo in modo particolare quattro suoi messaggi riguardo gli immigrati nella Diocesi di Oppido Palmi, le iniziative della Diocesi e i suggerimenti per la risoluzione dei problemi:

Ancora al “freddo e al gelo” – Avvento di Fraternità – 2012

Non ci costò l’aver amato – Natale 2012.

Da Natale a Pasqua: non ha colori la pelle di Dio – Quaresima 2013

“Settembre, andiamo. È tempo di migrare” Dove? Come? – Agosto 2013

Messaggi scritti dal nostro Vescovo Mons. Francesco Milito otto, nove anni fa, ma tutti attuali più che mai. Sembrano scritti oggi.

Ricordiamo, in particolare, il suo primo messaggio per l’avvento 2013, dal significativo titolo Ancora al “freddo e al gelo”, con l’invito rivolto ad ogni famiglia della diocesi, che poteva farlo, di dare una coperta ai fratelli immigrati bisognosi: ciò ha assunto un significato che è andato al di là del gesto stesso, perché ha mobilitato i fedeli tutti e ha fatto prendere coscienza, ancor di più, della situazione di emergenza che stavano vivendo gli immigrati. “Al freddo e al gelo” nelle tendopoli e nelle baracche oggi è “ancora lui che soffre nei fratelli immigrati”, ha affermato , con grande sensibilità, Mons. Milito, chiedendosi sé è “ammissibile” e “concepibile, ancora la riproposizione di una scena così grave? Ve lo confido come un padre, che avverte acute le emergenze dei suoi figli e chiede ai fratelli di non dimenticarsi di farsi prossimo degli altri che soffrono: mi aspetto che scatti un moto immediato di solidarietà efficace”.

L’appello di Mons. Milito allora è caduto in un periodo in cui le previsioni meteorologiche, recanti notizie di peggioramento delle condizioni atmosferiche, “aggiungono un motivo in più all’urgenza di non perdere tempo. Se la risposta sarà tale da fronteggiare la pesante indigenza dei nostri fratelli immigrati, a Natale, quando riecheggeranno nelle nostre Chiese e per il mondo le parole rivelatrici del suo mistero ‘E il Verbo si fece Carne e venne ad abitare in mezzo a noi’, saranno pienamente concrete”. “Le precarie condizioni, in cui continuano a versare gli immigrati, che servono al lavoro, ma che il lavoro, per complessi ma evidenti motivi, non riesce ad elevare – afferma il vescovo – non può lasciarci assolutamente indifferenti”.

Il nostro Vescovo si è rivolto, quindi, agli organismi civili competenti: “senza latitanze, senza assenze e silenzi inspiegabili, senza rinvii tocca prendere in mano la situazione, rafforzare e completare gli interventi urgenti di prima necessità, a salvaguardia dei diritti primari della dignità e della salute”.

All’importante messaggio è seguita la visita di Mons. Francesco Milito alla tendopoli di San Ferdinando, dove si è voluto rendere conto di persona dello stato di degrado spaventoso in cui vivevano oltre millecinquecento immigrati africani.

Nella tendopoli, costruita l’anno prima per far fronte a quella emergenza abitativa, gli immigrati avevano costruito baracche e ripari di ogni genere con lamiere, cartoni, plastiche e rami di alberi. Mons. Francesco Milito, visibilmente turbato, ha definito quelle abitazioni: “disumane ed inaccettabili”; “c’è da inorridire nel veder come vivono questi fratelli, ammassati in ambienti che di umano non hanno niente”.  “Sono scene – ha aggiunto il Vescovo – di straordinaria inciviltà di fronte alle quali occorre uno scatto di carità ma anche di civiltà”. Poi ha lanciato, ancora una volta, un altro appello alle istituzioni perché decidano di intervenire, “per alleviare il più possibile le condizioni di vita di questi nostri fratelli che arrivano nella Piana con la speranza di poter lavorare”. “Spero tanto – ha concluso il Vescovo – che le istituzioni non si girino dall’altra parte e facciano subito anch’esse qualcosa per permettere ai migranti di soggiornare in maniera dignitosa”.

Diac. Vincenzo Alampi

 

Società di Servizio Sociale Missionario. Chiamati alla meravigliosa avventura dell’amore che si fa servizio

Carisma e Missione

I carismi sono doni dello Spirito Santo, dati per l’utilità del popolo di Dio, a vantaggio della santità della Chiesa e della sua missione (cf. Papa Francesco, Udienza generale, 6 novembre 2013). Vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito … uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune (1 Cor 12, 4-7).

Da tali asserzioni si evince che:

– il carisma è dono gratuito dello Spirito di Dio; espressione della relazione che Egli desidera instaurare con il ricevente; energia vitale che delinea il volto e la missione particolare di chi lo accoglie;

– la diversità dei carismi, tutti originati dal medesimo Spirito, è finalizzata all’utilità comune, “a rendere bella e attrezzata la Chiesa, nel tempo e nello spazio, per ogni opera buona” (cf. LG 12). Ognuno, quindi, riceve un dono specifico per cooperare, in sinergia con gli altri, a far crescere e a edificare il Corpo di Cristo nella carità (cf. Ef 4, 11-13);

– nessun destinatario può, dunque, ostentare vanto per il “dono” ricevuto, ma in tutta verità, nella consapevolezza di portare il tesoro in un vaso di creta, (cf. 2 Cor 4,7), può solamente rendere grazie e averne cura perché il dono sia utilizzato a vantaggio della santità e della missione della Chiesa.

Tale premessa la ritengo opportuna per sottolineare la sproporzione esistente tra il Donante e il ricevente, tra il valore del dono e la precarietà di chi lo riceve; ma il Donante – al quale niente è impossibile (cf. Lc 1,37) – non si lascia bloccare dal limite e dalla sproporzione, anzi, interpella il ricevente chiamandolo a lavorare con Lui e per Lui, nella Sua Vigna.

La persona chiamata, consapevole di non poter rispondere con le sue sole forze alla chiamata e, nello stesso tempo, certa della fedeltà operosa di Colui che la interpella, può, solamente affidandosi, rispondere: “Eccomi”.

Il Fondatore e il carisma del Servizio Sociale Missionario 

La chiamata alla sequela di Cristo con il dono del Servizio Sociale Missionario ci invita a partecipare alla Diaconia di Cristo, in una vita totalmente consacrata a Lui, servendo i poveri, i sofferenti, i lavoratori, con un “servizio sociale” che sappia utilizzare, in base ai segni dei tempi, i buoni frutti della scienza e della tecnica, per la promozione della giustizia nella carità.

È un dono che la Famiglia Missionaria ha ricevuto tramite la mediazione del Fondatore: il Card. E. Ruffini, Arcivescovo di Palermo dal 1946 al 1967.

Egli, arrivato a Palermo il 31 marzo 1946, di fronte alle rovine e alla grande povertà di una città distrutta dopo la II guerra mondiale, così si espresse: “Mi sono reso conto delle vostre necessità, dei vostri bisogni e sin da questo momento partecipo nell’intimo dell’animo a tutte le vostre necessità, ai vostri bisogni, e sarò con voi per migliorare le vostre condizioni …. Voglio essere solidale con tutti coloro che invocano giustizia: voglio essere difensore di quelli che, comunque, fossero oppressi, voglio essere il sostegno di tutti i cadenti (Dal Discorso di Ruffini ai Palermitani il 31.III.1946 – pubblicato da “La Sicilia del Popolo” del 2.4.1946).    

Il Cardinale dinanzi ad uno scenario di distruzione e a un popolo ricco di attese, di speranze, ma nello stesso tempo avvilito dalla povertà e dalla sofferenza, annunciò il Vangelo della carità adoperandosi per la liberazione e il riscatto delle persone da varie forme di oppressione, con la promozione e l’istituzione di diverse opere sociali rispettose delle esigenze e della dignità delle persone, esprimendo con le opere la sua grande fede (cf. Gc 2,18).

“Non si può avere pace, scrisse il Cardinale all’inizio del suo mandato, finché si sa che nella parrocchia vi sono poveri senza pane e senza tetto. … Sarebbe per noi vergogna continuare a vivere in dimore comode, se non provvedessimo a chi non ha dove poggiare il capo” (Card. E. Ruffini, Discorso al clero e ai religiosi, il 24.IV.1948, in “Voce Cattolica”, 2.V.1948).

L’obbiettivo dell’Arcivescovo era di rispondere senza ritardo al reale bisogno immediato, ma soprattutto, di mirare, nel rispetto della dignità della persona, allo sviluppo, alla crescita umana e sociale, desiderando e facilitando percorsi di inserimento sociale dei cittadini più poveri, offrendo loro pari opportunità e condizioni favorevoli.

Il Cardinale ha guardato al territorio come tessuto sociale, ambito di relazioni e di legami, ove la persona ha una storia, una rete di relazioni e ha desiderato creare, a livello di quartiere – in particolare nelle periferie – un polo aggregante e socializzante per favorire la crescita delle persone, delle famiglie, dei gruppi, della comunità nel suo insieme: Centro di Servizio Sociale con Ambulatorio medico, Scuola materna ed elementare, Corsi di alfabetizzazione per adulti, Corsi di qualificazione professionale maschili e femminili.

 

L’Arcivescovo ha promosso la realizzazione di Servizi non secondo standard già predefiniti, ma a partire dalle persone e dalla “definizione” del loro bisogno (cf. Villaggio Ospitalità per coppie di anziani); ha valorizzato il criterio della “temporaneità”, evitando così la stigmatizzazione della persona e la cronicità del bisogno (cf. Casa della Gioia, per bambini gracili e predisposti alla tbc), ha posto attenzione privilegiata alla famiglia, mediante la sicurezza di una casa, il conseguimento di una qualificazione lavorativa, l’opportunità di poter fruire nel territorio di servizi socio-sanitari-educativi- religiosi.

Egli era convinto che le scienze umane e sociali e il metodo del Servizio Sociale potessero offrire risposte sociali più idonee: la lettura della realtà, la programmazione dell’intervento con la partecipazione attiva degli stessi fruitori dei servizi, l’impegno per la promozione di Servizi che tutelassero e rispettassero la dignità di tutti, con attenzione privilegiata ai più poveri, era aderente alla sua visione di persona, soggetto di diritti e di doveri, aperto alla socialità, solidarietà, responsabilità, libertà. Fondò, a tal fine, la Scuola Universitaria di Servizio Sociale “S. Silvia”.

Una collaborazione particolarmente significativa l’ebbe da un piccolo gruppo di persone, alcune delle quali erano state da lui guidate spiritualmente e incoraggiate al servizio dei poveri, dei sofferenti e dei lavoratori fin dagli anni del suo ministero romano.

A Palermo il gruppo andò, via via, crescendo e il Card. Ruffini nel 1954, in risposta “ad una ispirazione divina”, come Egli stesso diceva, pensò di erigere canonicamente un Istituto col nome Assistenti Sociali Missionarie, oggi Società Apostolica di Servizio Sociale Missionario.

Società Apostolica che, come ci disse Paolo VI nell’Udienza del 4.01.1966, “non si propone soltanto il fine, pur altamente apprezzabile, di collaborare al progresso civile del mondo, ma quello di servire Gesù nelle opere e nelle persone che incontra [……] La Chiesa vi dice: col servizio date testimonianza di ciò che può la carità e fate trasparire la vostra fede e il vostro amore a Cristo”.

Missione e Spiritualità

 La Missione che scaturisce dal carisma, espresso nel “Veritatem faciente in caritate” (Ef 4,16), ci chiama a rendere manifesta nel servizio la verità evangelica perché ogni realtà umana e sociale cresca in Cristo, secondo il progetto del Padre; e ci invia a servire, ad amare come e perché il Signore ci ha amato, quanti:

  1. – si trovano in situazioni di povertà che ostacolano o ledono lo sviluppo integrale della persona;
  2. – soffrono in diverse e molteplici forme;
  3. – nel mondo del lavoro, lesi nella loro dignità, interpellano la Chiesa e la società.

Il dono – compito affidatoci ci chiede di:

  • vivere le relazioni secondo la logica della fraternità fondata sulla paternità di Dio;
  • farci prossimo, con carità sollecita, ai tanti crocifissi della storia, perché ognuno abbia vita e vita degna;
  • adoperarci per progetti di solidarietà; per processi di nuove forme di convivialità nel territorio; per la promozione e l’incremento di percorsi di giustizia sociale e di liberazione da strutture ingiuste; per l’assunzione, da parte di tutti, del dovere di concorrere al bene comune, a partire dal privilegio del povero, “perché tutti siamo veramente responsabili di tutti” (cf. Sollicitudo Rei Socialis, 38);
  • essere grati perché veniamo “beneficati” dal fratello che “aiutiamo”. Siamo loro debitori di quanto ci donano e ci offrono per la nostra crescita in umanità, per quello che siamo e che diventiamo con il loro aiuto.

La spiritualità, che si fonda sulla diaconia di Cristo, venuto a servire e non ad essere servito, ci sollecita a rimanere in Cristo, lasciandoci plasmare dal Suo Spirito, attraverso:

  • l’ascolto orante della “Parola”;
  • la contemplazione della Sua Incarnazione e della Pasqua, assimilandone i sentimenti e gli atteggiamenti;
  • l’incontro con il povero, sacramento di Cristo; crescendo nella consapevolezza che ogni forma di povertà presenta un aspetto particolare della passione del Signore;
  • l’apertura al dialogo con uomini e donne di ogni ambente e cultura;

ci pone come “icona” Maria, la Serva del Signore che vive la sua missione in costante atteggiamento di servizio.

Il Papa Paolo VI, Il Card.E. Ruffini e un gruppo delle ASM, nell’Udienza del 04.01.1966

            La Chiamata può essere vissuta:

  • nella consacrazione al Signore, mediante i voti di povertà, castità, obbedienza e la promessa di Servizio Sociale Missionario e la vita fraterna in comune;
  • nell’adesione all’Associazione di Servizio Sociale Missionario con impegni secondo lo stato di vita di ciascuno (laicale, diaconale, presbiterale);
  • nell’adesione a “Testimoni di speranza nella sofferenza”: persone che vivono la propria sofferenza in comunione con Cristo, secondo il carisma del SSM.

Oggi siamo un piccolo gruppo presenti in Italia, Spagna, Argentina.

Fare memoria delle radici fondazionali e dell’esortazione del Papa Paolo VI ci è motivo di gioia e gratitudine e, nello stesso tempo, ci invita a verificare, nell’oggi, la nostra risposta al dono ricevuto e a discernere ciò che lo Spirito ci dice nelle concrete circostanze che viviamo. In prospettiva di futuro, ci sollecita a partecipare in comunione con altri, come lievito nella massa, nell’individuare, con il dono specifico ricevuto, nuove possibili risposte alle sfide odierne.

M. Aurelia Macaluso asm

Il Club di Grosseto si rallegra per Simone Castellucci

Simone Castellucci, seminarista della Diocesi di Grosseto, Domenica 21 Novembre 2021, nella solennità di Cristo Re, riceve il ministero dell’Accolitato nel Duomo di Orbetello.

Presiede il Rito, Sua Eccellenza Reverendissima mons. Giovanni Roncari, Vescovo delle Diocesi di Grosseto e Pitigliano-Sovana-Orbetello.

I ministeri del Lettorato e dell’Accolitato – ministeri istituiti – vengono ricevuti dai seminaristi nel corso degli anni, durante il cammino verso l’Ordine sacro: svolgere per qualche tempo questi ministeri-servizi ha una funzione formativa, mentre ci si prepara a ricevere il Sacramento dell’Ordine.

Buon cammino a Simone, agli altri tre ragazzi che hanno ricevuto il suo stesso ministero ed al nostro vescovo Giovanni, che oggi festeggia il VI anniversario di ordinazione Episcopale.

 

Accompagniamo tutti con le nostre preghiere, affinché il Signore li sostenga sempre, particolarmente nei momenti più difficili e faticosi.

 

Maria Rosaria Cacciabovi De Cesaris

Il ddl Zan: un bilancio critico

Il ddl Zan: un bilancio critico.

di Giuseppe Savagnone

Il 19 novembre nella chiesa della Madonna di Monte Oliveto, presso il Seminario di Palermo, si è svolto l’incontro del Serra Club di Palermo col prof. Giuseppe Savagnone sul tema: Il ddl Zan: un bilancio critico. Il tema dell’incontro era stato concordato dal Direttivo con i seminaristi stessi. Ringraziamo il prof. Savagnone per la disponibilità, la chiarezza dell’esposizione e per averci donato il testo che segue per il sito del Serra Italia. Per un approfondimento del tema, il prof. stesso ci ha indicato un suo testo: Il Gender spiegato a un marziano.

La portata educativa del ddl

Può sorprendere che un ddl, il cui immediato obiettivo era semplicemente di aumentare le pene per reati sostanzialmente già previsti dal nostro Codice, abbia suscitato le violente polemiche di cui siamo stati testimoni in questi ultimi mesi. Il fatto è che la vera posta in gioco non sono mai stati gli anni in più o in meno che un eventuale omofobo violento dovrebbe scontare, ma il carattere fortemente simbolico e pedagogico che la nuova legge avrebbe avuto.

La legislazione di un Paese, infatti, non mira solo a regolamentare singole situazioni, bensì a influenzare la mentalità e il costume, plasmando così il volto di una società e delle persone che vivono in essa. Le norme giuridiche, insomma, in quanto rendono lecito o illecito un certo comportamento, additandolo pubblicamente come espressione di un valore o di un di-valore, hanno anche una funzione educativa.  Aristotele non faceva che dar voce al buon senso quando scriveva che «i legislatori rendono buoni i cittadini creando in loro determinate abitudini» (Etica Nicomachea, 1103 b).

Per questo, a quanti facevano notare che già nel nostro Codice penale è ampiamente assicurata una tutela dei diritti delle persone – inclusi, ovviamente, gli omosessuali – , concludendone che questa nuova normativa era dunque superflua, i sostenitori del ddl Zan hanno sempre replicato che nel nostro ordinamento manca, però, una specifica menzione dei reati legati all’omofobia, che invece è presente  nella legislazione di molti altri Paesi.

In quest’ottica, non basta che gli individui siano tutelati come persone: devono esserlo, esplicitamente, nella loro «identità sessuale» e nei loro «orientamenti sessuali», assunti così come valori riconosciuti dalla collettività e ormai indiscutibili.

Un’esigenza condivisibile

Per questo il ddl non si riduceva – come dicevano i suoi sostenitori – alla tutela di soggetti emarginati e perseguitati per la loro diversità sessuale. Un simile progetto sarebbe stato pienamente condivisibile. La nostra storia passata e presente è piena di «pregiudizi, discriminazioni, violenze» nei confronti di gay, lesbiche, transessuali.  Le persone omosessuali sono state – e spesso sono ancora – derise, umiliate, emarginate, a volte anche perseguitate.  Le si è costrette a nascondersi, a mascherare la loro vera identità e a darle libera espressione solo nell’oscurità di ambienti ambigui e violenti, privandole così del diritto di avere una vita affettiva – non solo sessuale! – come tutti gli altri. E ancora oggi suscita scandalo in tanti la presa di posizione di papa Francesco, quando afferma che «gli omosessuali sono figli di Dio», esattamente come gli etero, portatori come tutti dell’immagine di Dio impressa nei loro volti.

Si capisce allora che alla base del disegno di legge ci fosse  non solo e non tanto la volontà di combattere, assumendoli come  reati formali, comportamenti spregevoli ancora tristemente riscontrabili nella cultura diffusa, ma quella di rivendicare la dignità umana di lesbiche, gay, bisessuali e transessuali. Su questo nessuno, tanto meno i credenti, potrebbe e dovrebbero avere nulla da obiettare.

Solo che, per realizzare questo più che legittimo obiettivo, sarebbe bastato il ddl Scalfarotto (che il testo dell’on.  Zan ha assorbito e sostituito), in cui ci si limitava a rendere simbolicamente più pesanti le pene per i reati «fondati sull’omofobia o sulla transfobia». La novità del nuovo ddl era invece l’introduzione di categorie concettuali proprie delle gender theories, che, se il testo fosse stato approvato, sarebbero state riconosciute e rese vincolanti nel nostro ordinamento giuridico.

Il genere sganciato dal sesso

Quella su cui più acceso è stato il dibattito è espressa nella definizione, contenuta nell’art. 1, dell’«identità di genere»: «Per identità di genere si intende l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso, indipendentemente dall’aver concluso un percorso di transizione».

Mentre il sesso è costituito da quell’insieme di caratteri biologici e morfologici, inscritto nella corporeità di una persona fin dalla sua nascita, per cui si è maschio oppure femmina, ed è dunque un dato oggettivo, l’«identità di genere» dipende dalla percezione che il soggetto ha di sé anche se questa non corrisponde al sesso. E ciò anche se non ha già «concluso un percorso di transizione», in altri termini, anche se non ha ancora “cambiato sesso” con l’aiuto di interventi chimici o chirurgici.

Ora, che si possa distinguere tra il sesso biologico e la percezione soggettiva della propria «identità di genere» (nella stragrande maggioranza dei casi, peraltro, corrispondente al sesso), è indiscutibile. Non si nasce uomo, come non si nasce donna. La caratterizzazione biologica e morfologica distingue i sessi, trova, però, la sua piena realizzazione quando il maschio e la femmina se ne appropriano attraverso la loro crescita complessiva.

Ma questo non significa che la dimensione fisica sia irrilevante, come pretendono le gender theories nelle loro forme estreme. I corpi, con la loro struttura biologica morfologica, hanno un loro racconto che deve essere ascoltato e non può essere messo tra parentesi, affidandosi solo a una esperienza soggettiva come «l’identificazione percepita e manifestata di sé in relazione al genere, anche se non corrispondente al sesso».

La corporeità non può dunque essere liquidata come un puro insieme di “pezi” e di meccanismi biologici. Essa è strutturalmente umana e meritano di essere rispettata e valorizzata, nella consapevolezza che l’identità sessuale completa di una persona non dipende solo dalla sua struttura corporea, ma anche nella certezza che non può prescindere da essa.

Ora, fissare come normativa, in un testo legislativo, l’«identità di genere», a prescindere dal sesso, significa mettere in secondo piano, in linea di principio, questa dimensione fisica, biologica, corporea, di una persona, per privilegiare unilateralmente la sua percezione soggettiva.

Si ha, ovviamente, il diritto di vedere le cose in questo modo, ma bisogna rendersi conto che questo non è più un dato bensì, per quanto molti si accaniscano a negarlo, una teoria – o, più precisamente, una ideologia -, una ben precisa concezione della sessualità, che, se fatta propria dall’ordinamento, avrebbe creato un precedente, anche al di fuori delle questioni specifiche affrontate nel ddl Zan.

La protesta delle femministe

A evidenziarlo, curiosamente, sono state ben 17 associazioni femministe, tra cui Arcilesbica, che in un loro documento, hanno protestato contro di esso, citando un esempio molto concreto: «In California 261 detenuti che “si identificano” come donne chiedono il trasferimento in carceri femminili».  Con grande allarme, ovviamente, delle donne in senso biologico detenute in queste carceri.

Ma ci sono altri casi che balzano agli occhi. Che succederebbe se un individuo caratterizzato biologicamente come maschio dicesse di “sentirsi” donna e pretendesse, perciò, di essere ammesso nel bagno o nello spogliatoio femminile? Negarglielo non significherebbe discriminarlo, misconoscendo la sua «identità di genere»…?

E, nelle discipline sportive in cui è fondamentale la distinzione tra le gare femminili e quelle maschili, basata sulla differenza di sviluppo muscolare, potrebbe essere ammesso alle prime, come concorrente, un maschio che “si sentisse” donna?

Insomma, una simile visione, secondo le associazioni femministe che l’hanno contestata, non rispetta la peculiarità dell’identità femminile e i suoi spazi propri. Nel loro documento si osserva a questo proposito: «Il “genere” in sostituzione del “sesso” diviene il luogo in cui tutto ciò che è dedicato alle donne può essere occupato dagli uomini che si identificano in “donne” o che dicono di percepirsi “donne”».

Gli effetti sulla famiglia e sull’educazione

Anche senza arrivare a queste ipotesi estreme, una legge in cui si fosse sancita solennemente la perfetta “normalità” e la piena equiparazione dei comportamenti transessuali e omosessuali a quelli eterosessuali avrebbe avuto una immediata ricaduta sull’immagine condivisa della famiglia, prima ancora che sul suo regime giuridico.  A cominciare dall’estensione alle coppie gay o lesbiche del diritto morale di avere dei figli con tutti i mezzi a disposizione, magari ricorrendo a quello, squallido, dell’utero in affitto, già purtroppo utilizzato anche da qualche coppia etero, e che per quelle gay sarebbe stato l’unico possibile.

Ma gli effetti più dirompenti di questa “rivoluzione culturale” sarebbero stati a livello educativo. Nell’art. 6, del ddl si prevedeva l’istituzione di una “Giornata nazionale contro l’omofobia” – che sarebbe stata celebrata il 17 maggio – in cui sarebbero state organizzate «cerimonie, incontri e ogni altra iniziativa utile, anche da parte delle amministrazioni pubbliche e nelle scuole».

Quale messaggio sarebbe stato proposto in questa occasione e in tutte le alte che indubbiamente, all’ombra di quella, si sarebbero moltiplicate? Per saperlo, basta andare a vedere i tentativi già fatti in un recente passato per far entrare le gender theories nel nostro sistema educativo.

Alcuni anni fa, su commissione di un ufficio governativo, l’UNAR, l’Istituto Beck ha elaborato, con la collaborazione delle associazioni LGBT,  tre opuscoli – uno per ogni diverso livello di scuola – con l’unico titolo Educare alla diversità nella scuola, destinati ad essere distribuiti a tutti gli insegnanti (in realtà la distribuzione fu poi bloccata nell’aprile del 2014, da una decisione del Miur, dopo che il quotidiano dei vescovi «Avvenire» aveva denunciato la problematicità del loro contenuto). Lo scopo era di combattere ogni forma di discriminazione dei “diversi”, con particolare riferimento all’aspetto sessuale.

Proprio in questa polarità veniva infatti individuata la matrice della violenza. Da qui la necessità di superarla: «Nella società occidentale si dà per scontato che l’orientamento sessuale sia eterosessuale.  La famiglia, la scuola, le principali istituzioni della società, gli amici si aspettano, incoraggiano e facilitano in mille modi, diretti e indiretti, un orientamento eterosessuale.  A un bambino è chiaro da subito che, se è maschio, dovrà innamorarsi di una principessa e, se è femmina, di un principe. Non gli sono permesse fiabe con identificazioni diverse» (Istituto Beck, Educare alla diversità a scuola. Scuola primaria, p.3).

Per rimediare a questa situazione, negli opuscoli in questione si raccomandava agli insegnanti, fin dalla scuola primaria,  di «non assegnare attività diverse a seconda del sesso biologico, di «non usare analogie che facciano riferimento a una prospettiva eteronormativa (cioè che assuma che l’eterosessualità sia l’orientamento “normale”, invece che uno dei possibili orientamenti sessuali)» di far capire ai bambini/ragazzi/adolescenti che  «i rapporti sessuali omosessuali sono naturali», equiparandoli sistematicamente a quelli etero: «Quindi potremmo ribaltare la domanda chiedendoci: “i rapporti sessuali eterosessuali sono naturali?”» (ivi, p.23). Si chiedeva inoltre di far sempre riferimento, nell’attività didattica, alla famiglia gay, perfino nel proporre di problemi di matematica. Per esempio: “Rosa e i suoi papà hanno comprato tre lattine di tè freddo al bar. Se ogni lattina costa 2 euro, quanto hanno speso?”» (ivi, p.6).

Si tratta di una linea che per superare l’innegabile proliferare della violenza nei confronti dei “diversi”, piuttosto che educare al rispetto della diversità, punta sulla sua neutralizzazione, promuovendo l’idea che la polarità sessuale maschio-femmina è irrilevante. Da qui l’impegno sistematico, sul piano educativo, a sganciare l’«identità di genere» dalla corporeità, affidandola alla esperienza soggettiva di singoli.

Dal punto di vista pedagogico ci si potrebbe chiedere se sia opportuno caricare di un simile problema personalità ancora molto acerbe (si comincerebbe fin dalla scuola primaria), in una fase della vita in cui l’identità sessuale ha ancora bisogno di definirsi e il riferimento alla propria caratterizzazione sessuale in senso biologico è molto importante.

Ma, più in generale, si tratterebbe di una “rivoluzione culturale”, a cui la codificazione giuridica della «identità di genere» contenuta nel ddl Zan darebbe la sua copertura, senza che questo concetto sia stato mai veramente discusso e accettato democraticamente. Giusta o sbagliata che sia questa concezione della persona e della sessualità, non si rischia di introdurre, così, surrettiziamente, un’ideologia di Stato, contro le logiche di una società veramente pluralista?

Tanto più che si voleva che questo messaggio giungesse non solo agli studenti della scuola secondaria, maggiormente in grado di valutarlo criticamente, ma a quelli di ogni orine e grado, fin dalle elementari, come dimostra che,  nel dibattito alla Camera sul ddl Zan è stato espressamente respinto un emendamento che chiedeva fosse introdotta, per i più piccoli, la condizione del consenso dei genitori.

Il problema della libertà di pensiero e di espressione

Un punto su ci molto si è discusso – e su cui si è avuto anche un diretto intervento della Santa Sede, è quello della libertà di pensiero e di esperssione. Nel ddl Zan si prevede un aggravio di pena per chi «istiga a commettere o commette atti di discriminazione» nei confronti di lesbiche, gay, bisessuali e transessuali. Ora, come ha fatto notare il card. Parolin, spiegando l’opposizone della Segretreria di Stato vaticana, «il concetto di discriminazione resta di contenuto troppo vago. In assenza di una specificazione adeguata corre il rischio di mettere insieme le condotte più diverse e rendere pertanto punibile ogni possibile distinzione tra uomo e donna, con delle conseguenze che possono rivelarsi paradossali e che a nostro avviso vanno evitate, finché si è in tempo».

Basta, del resto, cercare nel vocabolario «Trecccani»:  il significato di “discriminare” è «distinguere, separare, fare una differenza». Ora, è chiaro che chi – come la Chiesa cattolica, ma non solo – non condivide l’equiparazione piena tra i rapporti eterosessuali e quelli omosessuali, sta ponendo per ciò stesso  una differenza, una discriminazione tra i primi e i secondi. Rientra per questo nella fattispecie criminale prevista dal ddl?

E’ vero che, per rispondere a queste preoccupazioni era stato inserito appositamente nel testo l’articolo 4, che esclude dalla punibilità «la libera espressione di convincimenti od opinioni nonché le condotte legittime riconducibili al pluralismo delle idee o alla libertà delle scelte». Ma anche questa precisazione contiene, alla fine, una postilla non insignificante: «purché non idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori o violenti».

Mettendo da parte l’ipotesi estrema della violenza, un giudice non avrebbe potuto considerare una omelia, una catechesi in cui si ricordi a tutti i fedeli che quello tra uomo e donna è l’unico “vero” matrimonio, come manifestazioni di pensiero «idonee a determinare il concreto pericolo del compimento di atti discriminatori»?

Quand’è che la discriminazione – il “fare la differenza” – tra eterosessualità e omosessualità è l’implicazione di una visione dell’essere umano, del corpo, della sessualità, pur nel pieno rispetto delle persone, e quando invece comporta il proseguimento di una secolare, triste tendenza, ancora molto diffusa, a insultare, umiliare, perseguitare, emarginare chi è “diverso”? Questo il ddl Zan non lo precisa.

Qualcuno dirà che già ammettere una diversità è una forma di emarginazione. Non è vero. È proprio questo l’equivoco delle gender theories, quando puntano a “decostruire”, o comunque a minimizzare, la differenza sessuale inscritta nella biologia e nella morfologia dei nostri corpi, considerandola automaticamente fonte di ingiustizia e di violenza. Non è vero che si può rispettare l’altro solo se si elimina la sua diversità.  Al contrario, il vero rispetto nasce proprio dall’accettazione delle differenze. La reazione contro l’“omofobia” non può giustificare una altrettanto disastrosa “eterofobia”, che purtroppo corrisponde alle tendenze omologanti della nostra società.

Una gestione infelice da entrambe le parti

Che alla fine il ddl Zan non sia diventato legge, alla luce di queste osservazioni, è senz’altro positivo. Ma questo esito è stato ottenuto a prezzo di profonde lacerazioni e della negazione anche degli aspetti condivisibili che il testo presentava.

Il fato è che la gestione “politica” di queste legittime esigenze, da entrambe le parti in conflitto, ha lasciato molto a desiderare e ha impedito di mettere a fuoco i punti su cui una convergenza era possibile. A lungo la posizione della Cei è stata del tutto negativa verso il ddl legge Zan, bollato in blocco come superfluo e liberticida.  Non si sono colte le esigenze in sé giuste che esso rappresentava e non si è fatto lo sforzo per distinguerle dalle formulazioni sbagliate.

Solo in extremis – quando ormai era chiaro che il testo stava per diventare legge – in una battuta con i giornalisti il card. Bassetti ha precisato che l’intento dei vescovi non era di affossare il testo, ma di modificarlo. Come del resto oggi ribadisce la Santa Sede, che però è intervenuta troppo tardi per avviare un dialogo costruttivo e si è attirata, con il suo passo, accuse di ingerenza del tutto infondate (qui si tratta del rispetto di un accordo tra due Stati e del legittimo confronto tra essi quando nascono dei problemi), ma accolte in blocco da un’opinione pubblica poco abituata (ancora una volta) a fare distinzioni.

Dal lato del Parlamento si è lasciato che gli equivoci del ddl permanessero, dando spazio alle fazioni che vedono nella battaglia sulle questioni etiche un modo per smantellare la tradizione etica del nostro Paese. Particolarmente assordante il silenzio dei deputati e senatori cattolici disseminati sia a destra che a sinistra, con la sola eccezione – purtroppo sospetta – di quelli che da tempo cercano di accaparrarsi l’elettorato cattolico, ostentando ad ogni occasione una ispirazione evangelica su cui il loro programma complessivo suscita almeno dei legittimi dubbi.

Solo alla vigilia del voto che poi ha silurato il ddl – anche qui, dunque, con evidente ritardo – il segretario del Pd Letta ha avanzato una cauta apertura a eventuali modifiche (peraltro suscitando l’immediata protesta delle associazioni LGBT).

Non resta che sperare che in futuro – perché il problema si ripresenterà, prima o poi – ci sia maggiore saggezza da parte di tutti, per arrivare a una soluzione legislativa che a un lato difenda la dignità delle persone, senza fare entrare nel nostro ordinamento una ideologia di cui abbiamo cercato di mostrare gli errori.

 

75ª Assemblea della CEI. Il papa parla delle beatitudini del vescovo

Riportiamo un estratto dell’articolo di don Daniele Pinton, pubblicato dal quotidiano online laquilablog.it (per leggerlo tutto clicca qui), sul discorso del papa l’apertura della 75a Assemblea generale straordinaria della CEI. Papa Francesco ha focalizzato la sua attenzione sui temi della sinodalità e sulle “Beatitudini del Vescovo”.

Nell’anno del tema nazionale del Serra Italia dedicato proprio alle beatitudini, sembra più che mai opportuno condividere insieme con tutti voi questi spunti di riflessione.

[…] “Papa Francesco si è messo in dialogo e in ascolto dei vescovi, non solo parlando del cammino sinodale delle Chiese in Italia, come era previsto nei temi da trattare, ma aprendo la sua riflessione in forma privata, con un dono significativo ed efficace, per far comprendere la meta del cammino da compiere, che parte dall’interno: un cartoncino raffigurante il Buon Pastore e il testo delle ‘Beatitudini del vescovo’, tratto da una recente omelia dell’Arcivescovo di Napoli, Mons. Domenico Battaglia, tenuta durante l’ordinazione episcopale di tre nuovi ausiliari della sua chiesa particolare, il 31 ottobre 2021.  […]

Attraverso il cartoncino consegnato ai Vescovi italiani, il Papa ha ricordato che per un vescovo, la beatitudine passa dalla povertà, come testimonianza del Regno di Dio, dal condividere i dolori della gente, trovando nell’abbraccio con chi soffre la consolazione di Dio,  dal considerare il ministero episcopale come un servizio e non un potere, facendo della mitezza la sua forza, dal non chiudersi nei palazzi del governo, cercando di lottare a fianco dell’uomo per il sogno di giustizia di Dio, dall’avere a cuore la miseria del mondo, non temendo di sporcarsi le mani con il fango dell’animo umano per trovarvi l’oro di Dio, non scandalizzandosi del peccato e della fragilità altrui perché consapevole della propria miseria, allontanando la doppiezza del cuore, sognando il bene anche in mezzo al male, operando la pace, che accompagna i cammini di riconciliazione, che semina nel cuore del presbiterio il germe della comunione, che accompagna una società divisa sul sentiero della riconciliazione, che prende per mano ogni uomo e ogni donna di buona volontà per costruire fraternità e che per il Vangelo non teme di andare controcorrente.

Ecco il testo delle otto beatitudini del vescovo:

Beato il Vescovo che fa della povertà e della condivisione il suo stile di vita, perché con la sua testimonianza sta costruendo il regno dei cieli.

Beato il Vescovo che non teme di rigare il suo volto con le lacrime, affinché in esse possano specchiarsi i dolori della gente, le fatiche dei presbiteri, trovando nell’abbraccio con chi soffre la consolazione di Dio.

Beato il Vescovo che considera il suo ministero un servizio e non un potere, facendo della mitezza la sua forza, dando a tutti diritto di cittadinanza nel proprio cuore, per abitare la terra promessa ai miti.

Beato il Vescovo che non si chiude nei palazzi del governo, che non diventa un burocrate attento più alle statistiche che ai volti, alle procedure che alle storie, cercando di lottare a fianco dell’uomo per il sogno di giustizia di Dio perché il Signore, incontrato nel silenzio della preghiera quotidiana, sarà il suo nutrimento.

Beato il Vescovo che ha cuore per la miseria del mondo, che non teme di sporcarsi le mani con il fango dell’animo umano per trovarvi l’oro di Dio, che non si scandalizza del peccato e della fragilità altrui perché consapevole della propria miseria, perché lo sguardo del Crocifisso Risorto sarà per lui sigillo di infinito perdono.

Beato il Vescovo che allontana la doppiezza del cuore, che evita ogni dinamica ambigua, che sogna il bene anche in mezzo al male, perché sarà capace di gioire del volto di Dio, scovandone il riflesso in ogni pozzanghera della città degli uomini.

Beato il Vescovo che opera la pace, che accompagna i cammini di riconciliazione, che semina nel cuore del presbiterio il germe della comunione, che accompagna una società divisa sul sentiero della riconciliazione, che prende per mano ogni uomo e ogni donna di buona volontà per costruire fraternità: Dio lo riconoscerà come suo figlio.

Beato il Vescovo che per il Vangelo non teme di andare controcorrente, rendendo la sua faccia “dura” come quella del Cristo diretto a Gerusalemme, senza lasciarsi frenare dalle incomprensioni e dagli ostacoli perché sa che il Regno di Dio avanza nella contraddizione del mondo.

Il Monastero Sacro Cuore di Erice

LA NOSTRA STORIA

Il Monastero Sacro Cuore nasce ad Alcamo (TP) il 24 giugno 1914 come fondazione del Protomonastero S. Chiara di Assisi, grazie a sr. Carmela Cherubina Paglicci Reattelli, sr. Chiara Giuseppa Corsini e sr. Maria Cherubina Bonifazi, donne dal cuore fecondo e aperte al soffio dello Spirito. Le Madri venute da Assisi trovarono in sito una piccola comunità religiosa senza però alcuna appartenenza ad un Ordine o Istituto, che prestissimo si arricchì di numerose vocazioni. Nonostante le inevitabili fatiche degli inizi, molte sono state le consolazioni di Dio per questo piccolo gregge voluto dalla Sua infinita misericordia. Dopo le vicende della I Guerra Mondiale, il monastero fu canonicamente eretto il 21 ottobre 1922 ed il 13 novembre dello stesso anno fu celebrato il primo Capitolo elettivo.  Tre giorni dopo, il 16 novembre, il nuovo Monastero fu inaugurato con il titolo di “S. Chiara del Sacro Cuore”. Con immensa riconoscenza possiamo ben dire che il «santo coraggio» lasciatoci in eredità da Madre Carmela Cherubina Paglicci Reattelli, sr. Chiara Giuseppa Corsini e sr. Maria Cherubina Bonifazi, incentivato dal desiderio e dall’urgenza di spandere il ‘seme clariano’ sino alle periferie della società di quel tempo, trova ancora vita e compimento nell’Oggi della nostra comunità. Infatti, un lungo e sofferto discernimento nato da alcune importanti problematiche strutturali e architettoniche del monastero, ci ha spinte alla ricerca di una struttura più adeguata alla nostra vita clariana facendoci salire “la montagna del Signore”, così come viene definita Erice (TP). Lo scorso 29 Ottobre 2020 abbiamo inaugurato la nostra presenza nel cinquecentesco convento donatoci dai Frati Minori Cappuccini di Palermo, con un piccolo gruppo di sorelle, dopo aver restaurato, grazie alla Divina Provvidenza, due piani della nostra nuova sede. Dopo il restauro di altri ambienti del pian terreno e ancora in attesa di un finanziamento pubblico che ci permetterà di completare i lavori, il 2 agosto 2021 l’intera comunità si ritrova finalmente riunita a Erice. Con gioia desideriamo innalzare il nostro grazie a Dio Padre delle misericordie per gli immensi benefici di cui ci ha colmate!

IL NOSTRO LAVORO

Vivendo il lavoro come grazia, la fatica quotidiana ci unisce in comunione con l’umanità che per vivere deve mantenersi.  E il lavoro, svolto per “l’utilità comune”, viene vissuto come luogo in cui si incarna il sacrificio della lode tanto gradito a Dio. Il nostro lavoro, dunque, che ci impegniamo a svolgere “con fedeltà e devozione”, come leggiamo nel cap. VII della nostra Regola, oltre alle quotidiane faccende domestiche, consiste nella realizzazione di preziosi ricami liturgici in oro e seta, nel restauro dei paramenti antichi, nella decorazione di ceri pasquali e candele, nella produzione di un vasto settore della legatoria con la creazione di copribreviari, coprimessali, coprilezionari, album fotografici e quaderni con coperte in cuoio, pelle, tela e carta decorativa.

ACCOGLIENZA

Nel cuore del terreno adiacente al monastero, nel nostro piccolo Eremo San Francesco, restaurato grazie alla solidarietà di alcuni fratelli e sorelle, diamo la possibilità di accoglienza autogestita per momenti di ritiro (personale o di gruppi), di riposo e di condivisione della preghiera liturgica della Comunità. Per chi lo desidera, la Chiesa del Monastero è aperta sia al mattino che al pomeriggio per la preghiera personale e, previo appuntamento, si può avere la possibilità di un incontro con le sorelle della comunità. Negli orari di ricevimento si può suonare alla nostra portineria o telefonare, per affidare le proprie intenzioni di preghiera alla comunità o scriverci per email.

LA VITA NEL MONASTERO

Il carisma delle sorelle povere di S. Chiara ha mosso i suoi primi passi nel 1211, anno in cui Chiara, nobile donna della città di Assisi, lasciò gli agi della casa paterna per seguire Cristo Povero e crocifisso. La novità evangelica della vita di Chiara e delle sue prime compagne consiste nel mettere insieme, in una sintesi armonica e creativa allo stesso tempo, la vita monastica tradizionale e la spiritualità di minorità e di povertà loro donata dal Poverello d’Assisi. Esse, cogliendo in pienezza il nesso operato da Francesco tra povertà evangelica e nozze con Cristo, scelgono di vivere una vita integralmente contemplativa tra le mura di un angusto luogo, così come fu definito il Monastero di S. Damiano. La povertà abbracciata da Chiara e dalle sue sorelle, oltre che ad essere una povertà materiale e spirituale è quindi anche una povertà di spazio, che trova forma ed espressione nella vita claustrale. L’avventura di Chiara e delle prime compagne non ha inizio da una regola ben definita: la loro forma vitae assume una fisionomia propria nei solchi della quotidianità. Tratto caratteristico della spiritualità delle sorelle povere è il tenere insieme, come in un mosaico dai variopinti tasselli, una vita di preghiera, di contemplazione e di lavoro, di silenzio e di fraternità. L’amore con cui Chiara ama il Cristo Suo Signore prende corpo in un’esistenza vissuta nel silenzio orante, nella continua lode a Dio, nell’intercessione costante per le deboli membra del Suo mistico corpo e nella cura attenta e materna verso ogni sorella. L’odierno documento Vultum Dei Quarere di Papa Francesco, così si rivolge a noi monache: “Siate fari, per i vicini e soprattutto per i lontani (…) Con la vostra vita trasfigurata e con parole semplici, ruminate nel silenzio, indicateci Colui che è via, verità e vita, l’unico Signore che offre pienezza alla nostra esistenza e dona vita in abbondanza”.