La Chiesa e l’arte

Siamo tutti ben consapevoli come nell’approccio personale ad un’opera d’arte, qualunque essa sia, non ci si debba fermare alla sola e vaga impressione che essa sa suscitare nei primi istanti di visione o di ascolto. All’inizio, infatti, prevale in ciascuno di noi il giudizio prettamente estetico e, comunque, sempre soggettivo: mi piace… non mi piace; è bella… è brutta. Considerazioni inevitabilmente superficiali, non meditate, frutto della dimensione puramente “sentimentale” del momento, senza l’indispensabile e ponderata “razionalità”. Sappiamo, altresì, che un avvicinamento più riflessivo e documentato all’arte rechi con sé innumerevoli sfaccettature, di solito sempre positive e arricchenti. Un’opera può essere sviscerata dal punto di vista storico (per ciò che rappresenta), dal punto di vista filosofico (esempio Rembrandt), antropologico, pedagogico, metafisico (esempio i dipinti di Hieronymus Bosch o di René Magritte), paesaggistico (i pittori “vedutisti” e “arcadici” tra XVIII e XIX secolo), per la storia del costume, per l’architettura, la geometria… e, ovviamente, la teologia e la fede. Ed è su quest’ultimo aspetto che desideriamo concentrare queste semplici e, certamente, non esaustive considerazioni.

Una piccola digressione, scevra da vena polemica. Chiunque tra noi abbia la fortuna di varcare la soglia di un museo, di visitare una città, di ascoltare musica (generalmente classica), non potrà non notare come la maggior parte della produzione artistica, soprattutto del passato, sia di matrice prettamente religiosa. I nostri musei di arti visive, ad esempio, sono stracolmi di quadri e statue a soggetto principalmente sacro. Nelle grandi pale d’altare, come nei più dimessi quadretti prodotti per la devozione privata o familiare, campeggiano Madonne, Santi in gloria, episodi biblici o della vita del Signore e dei martiri. Perché oggi, nella nostra società contemporanea, multietnica, multiculturale e multireligiosa, abbiamo scientemente deciso di non voler riconoscere le nostre indubbie “radici” culturali e religiose? L’accoglienza dell’altro non implica necessariamente il disconoscimento di se stessi, della propria tradizione, dei propri riferimenti culturali, della propria fede. Non si impone nulla ad alcuno, si è semplicemente se stessi, sempre comunque disposti ad accogliere ciò che di buono, di bello, di nobile e di universalmente valido riscontriamo negli altri, come ben sottolineano diversi documenti del Concilio Vaticano II.

Quindi, iniziamo la riflessione con un semplice quesito: perché la Chiesa, nel corso dei secoli, ha sempre promosso, incoraggiato e sostenuto le arti e gli artisti? L’immediata e più scontata e forse banale risposta potrebbe essere così formulata: perché nell’arte si è individuata la prima e più facile espressione del prestigio, del potere e del fasto. Certo, se pensiamo alla vasta e straordinaria produzione artistica rinascimentale queste considerazioni e sentimenti di natura prettamente “mondana” appaiono più che avvalorati. Non può essere sottaciuto o celato il fatto che i papi, soprattutto del tardo Quattrocento e del Cinquecento, abbiano visto nell’arte una splendida occasione per avvalorarsi alla stregua degli altri monarchi e delle altre potenze “mondiali” all’epoca in auge, soprattutto europee. Il circondarsi di opere preziose e belle denotava e connotava il prestigio raggiunto, il potere economico acquisito, una sorta di “status symbol” dalla forza eloquente e universalmente riconosciuta, oltre che, ovviamente, la ricerca personalistica dell’agio o del benessere del proprio clan familiare (si pensi, ad esempio, ai giustamente contestatissimi Borgia). Dobbiamo però ammettere che questa sete “mondana”, sicuramente non evangelica e da molti punti biasimevole, ha concesso e regalato all’umanità opere di straordinario ingegno artistico.

Di seguito sono offerti alcuni semplici spunti di riflessione; umili considerazioni senza pretesa di completezza o esaustività; mentre ringrazio di cuore della benevola attenzione.

Mi preme, dunque, concentrare l’attenzione sulle motivazioni più nobili che hanno spinto la Chiesa, nel corso del tempo, a incoraggiare l’arte in tutte le sue espressioni.

  1. LA DIMENSIONE “ESTETICA”. Nel Libro della Genesi ci viene comunicato come sia lo stesso Signore a compiacersi della propria Creazione, ad ammirare l’uomo come realtà inizialmente buona e positiva perché da Lui direttamente voluto: “Fatto simile a noi”. Dio conferisce all’umanità il suo stesso “potere” creativo, segnato unicamente dal limite inerente alla propria condizione di creatura e non di Creatore. Dio crea cose belle e buone e l’uomo, analogamente, è chiamato ad elaborare ciò che gli è stato affidato dal Signore producendo, anch’egli, realtà belle e buone.

Fin dall’origine, dunque, la dimensione “artistico/creativa” dell’uomo è vocata (“chiamata”) ad esercitarsi ed esprimersi ai suoi massimi livelli. L’uomo deve produrre il bello e il buono, non solo l’utile, perché ciò che è bello e buono è richiamo a Dio, fa riferimento a Lui e al Suo mondo, avvicina la condizione umana a quella divina, aiuta ad elevare lo spirito, la mente e il cuore alla dimensione eterna, trascendente, intramontabile… In altre parole: ciò che di bello produciamo ci avvicina al Sommo Bello; ciò che di bene facciamo ci avvicina al Sommo Bene e, analogamente, se facciamo il male ci allontaniamo da ciò che è Sommo in ciò che è meglio, ci distanziamo da Dio. L’Umanità che ripudia Dio, secondo quanto ci vien sempre riferito nel Libro della Genesi, non trova la propria emancipazione dal Signore ma si allontana da Lui: il Creatore diventa un estraneo; l’io personale si “ammala” di egoismo; l’altro non è più da amare ma da accusare; la natura si ritorce contro… In sintesi: la Chiesa ha voluto si producessero cose belle perché il bello è un forte richiamo a Dio e eleva lo spirito e l’anima umani all’orizzonte dell’eterna Bellezza.

  1. LA DIMENSIONE “CATECHETICO – PEDAGOGICA”. È indubitabile come, soprattutto nel passato, si rendesse indispensabile veicolare i messaggi più alti e nobili della fede e la conoscenza delle “verità fondamentali” attraverso mezzi che fossero immediatamente alla portata di tutti, non solo delle persone colte che, come sappiamo, erano una sparuta minoranza. Il popolo, come ancor oggi tutti noi, andava “nutrito” della Parola di Dio, una parola che poteva, dai più, essere solo ascoltata ma non letta. Un’occasione in più era evidentemente offerta dalla produzione delle immagini. Nel Medioevo molte chiese della nostra Penisola erano interamente ricoperte di affreschi murali, non solo raffigurazioni del Signore, della Vergine Maria o dei Santi ma, anche, di molti riquadri entro i quali erano raffigurati, in modo plastico, i principali avvenimenti dell’Antico e del Nuovo Testamento come, anche, della vita della Madonna o dei martiri.

Ne sono ancor viva testimonianza di ciò alcune antiche chiese campestri medievali o tardo medievali presenti sulla catena alpina, anche piemontese (esempio lampante in tal senso è la parrocchiale di Elva, sulle montagne cuneesi – XV/XVI secolo). A livello nazionale possiamo pensare al meraviglioso ciclo di affreschi sulla vita di San Francesco presente nella Basilica Superiore di San Francesco ad Assisi, opera del sommo Giotto (XIII secolo). Allo stesso Giotto si deve la Cappella degli Scrovegni di Padova. Meno noti, ma di straordinario valore artistico e iconografico, le decorazioni della chiesa Collegiata di Santa Maria Assunta nello splendido borgo medievale toscano di San Gimignano (Antico e Nuovo Testamento, Giudizio Universale, Storie della vita di San Nicola, Santi vari…). Di questa mentalità catechetico/pedagogica è segno, inequivocabile, ciò che si attua nella maggior parte delle chiese parrocchiali della nostra Penisola a partire dalla fine del XVI secolo. Mi riferisco alla strabiliante diffusione delle compagnie laicali della Beata Vergine del Rosario. Il 7 ottobre 1571 la coalizione degli stati e dei regni cattolici, sotto l’egida del Papa, fermò, durante una straordinaria battaglia navale a Lepanto (Grecia), l’ormai inesorabile avanzata di conquista territoriale turco/musulmana dell’Europa. La vittoria cristiana fu attribuita dal papa San Pio V, Alessandrino, all’intercessione della Vergine Maria, invocata come Regina del Rosario. Da qui il nascere e l’incrementarsi sensibilmente della devozione alla Madonna, il sorgere in quasi ogni paese delle associazioni popolari del Rosario, l’innalzarsi di chiese e oratori pubblici e privati, cappelle laterali e sacelli in onore della Madre di Dio. Gli altari vengono adornati da splendide pale riproducenti la Madonna e il Bambino intenti a consegnare a San Domenico di Guzman e a Santa Caterina da Siena le “mistiche” corone del Rosario.

Nelle molte comunità del sud Piemonte maestri indiscussi di raffinatezza in tali raffigurazioni furono i noti pittori Guglielmo Caccia (1568-1625), detto il “Moncalvo”, e la figlia Orsola Maddalena (1596-1676). Risulta interessante notare come in tali quadri d’altare siano anche raffigurati, in diverse e fantasiose disposizioni, i quindici Misteri. Lo scopo era evidente: aiutare i fedeli, durante la preghiera, a concentrare l’attenzione sul Mistero enunciato ponendo, sotto gli occhi di tutti, l’immagine visiva del Mistero stesso. Ecco una testimonianza ulteriore di come la Chiesa ha e avesse a cuore l’insegnamento, la catechesi, la preghiera comunitaria o personale… sostenendo e facilitando il fedele anche con aiuti di tipo “visivo” e “tangibili”.

  1. LA DIMENSIONE “DEVOZIONALE”. Fine ultimo della Chiesa è che l’uomo trovi la sua giusta armonia con Dio, con se stesso, con i fratelli, con il creato. In questa continua e ininterrotta ricerca, un posto rilevante è da attribuirsi alla devozione o, come un tempo si diceva, alla “pietas”. L’arte sacra, con la dolcezza delle sue raffigurazioni (si pensi alle sublimi e algide Madonne di Raffaello, tanto per citare un sommo maestro) e con la maestosità delle sue composizioni cromatiche, scultoree o musicali, è chiamata ad elevare lo spirito, riscaldare i cuori, infondere sane emozioni, orientare e spingere al bene (“Caritas Christi urget nos!”), indicare il cammino e la meta ultima (la “Casa del Padre”). Ciò avviene attraverso il costante ed intimo percorso “devozionale” di ciascuno di noi. Contemplare un’opera d’arte sacra dovrebbe aiutarci a riflettere sul senso del nostro vivere, sull’orientamento che stiamo imprimendo all’esistenza… in una parola suscitare un atteggiamento “orante”. Le opere artistiche religiose sono state prodotte, dai grandi e celebri come dai più umili o sconosciuti autori, per suscitare la devozione e la preghiera. Chi di noi non ricorda di essersi raccolto innanzi ad una statua mariana custodita in un grande santuario o all’interno di una semplice e dimessa chiesa campestre “trasudante” intima spiritualità? Chi non rimpiange, magari ritornando con la mente alla propria infanzia, le semplici, umili e incerte preghiere di un fanciullo innanzi ad un quadretto sacro nella propria casa o, forse, all’asilo, qualora avesse frequentato le scuole rette dalle suore? Chi non ha mai rammentato le care immagini sacre della propria chiesa parrocchiale quando è stato costretto, dalla vita o dalle circostanze, a stare lontano dal proprio paese natio?

Comunità, presbiteri, sinodalità nel ministero. Relazione di Don Carmelo Raspa al 20° del Club di Acireale

Riportiamo il testo completo della relazione svolta il 25 giugno ad Acireale – in occasione della celebrazione del ventennale del club – da don Carmelo Raspa, biblista, docente presso l’Istituto Teologico “San Paolo” di Catania. L’intervento, partendo dalle caratteristiche del Serra club, pone in evidenza la radice biblica del sostegno ai sacerdoti, impegno del Serra.

Comunità, presbiteri, sinodalità nel ministero

Il Serra Club

L’articolo 2 dello Statuto del Serra International afferma:

“Gli scopi e le finalità di Serra International sono:

  • favorire e promuovere le vocazioni al sacerdozio ministeriale nella Chiesa Cattolica come una particolare vocazione al servizio e sostenere i sacerdoti nel loro sacro ministero;
  • incoraggiare e valorizzare le vocazioni alla vita consacrata nella Chiesa Cattolica;
  • e aiutare i propri membri a riconoscere e rispondere, ciascuno nella propria vita, alla chiamata di Dio alla santità in Gesù Cristo per mezzo dello Spirito Santo”.

I membri del Serra sono chiamati, pertanto, avendo come modello san Junipero Serra, ad accompagnare il cammino di quanti sono chiamati alla consacrazione presbiterale o religiosa. Questa vocazione degli appartenenti al Serra si esplica, in seno alla Chiesa, anzitutto attraverso la cura della propria vita spirituale e la formazione continua all’intelligenza della fede, perché l’annuncio del vangelo sia autentico ed efficace ed il discernimento sulle persone, delle quali si segue il cammino, sia sostenuto dallo Spirito di sapienza.

Ancora, i membri serrani sono chiamati a coadiuvare i presbiteri in ordine allo svolgimento del loro ministero. Quest’appello si caratterizza come presenza attiva nei contesti dove il presbitero opera: non a caso, il Regolamento annesso allo Statuto, all’art.8 sez. 2 chiede ai membri serrani un impegno totale nelle attività del Club e in quelle del contesto ecclesiale in cui ciascuno di loro vive e svolge il proprio lavoro, ragion per cui lo Statuto stesso tende a non accettare come socio del Club chi non può assicurare una partecipazione piena, almeno non nella qualità di socio vincolato (cfr. Regolamento art.8 sez. 4.6).

Insieme alla partecipazione attiva alle opere pastorali, i membri serrani offrono un sostegno economico ai seminaristi e ai presbiteri in difficoltà. L’art. 13 del Regolamento proibisce la raccolta fondi come scopo del singolo Club, ma permette ad esso lo svolgimento di “attività per raccogliere fondi per la promozione degli obiettivi e delle finalità di Serra International”. Inoltre, l’11 novembre 1994 è stata eretta la Fondazione di Religione e Culto, la quale, oltre a prevedere, tra i suoi scopi l’aiuto ai presbiteri e ai religiosi che “per ragioni di età, salute o altro incontrino difficoltà nello svolgere il proprio ministero”, presenta un “ramo ONLUS, la cui peculiare attività di beneficenza ha esclusive finalità di solidarietà sociale, essendo rivolta a giovani seminaristi bisognosi delle Diocesi italiane e consiste in contributi e borse di studio”.

Il sostegno economico a seminaristi e presbiteri, promosso dal Serra, si inserisce in una tradizione che, a partire dalla Scrittura, individua l’aiuto concreto alla persona “consacrata” come un dono di grazia (cfr 2Cor 8,1) da parte di Dio ed una forma di partecipazione all’annuncio del Vangelo e alle attività pastorali e missionarie.

Il dato veterotestamentario

Il libro del Lv prescrive che parte dell’olocausto e dei sacrifici di comunione sia data al sacerdote:

“Aronne e i suoi figli mangeranno quel che rimarrà dell’oblazione; lo si mangerà senza lievito, in luogo santo, nel recinto della tenda del convegno. Non si cuocerà con lievito; è la parte che ho loro assegnata delle offerte a me bruciate con il fuoco. È cosa santissima come il sacrificio espiatorio. Ogni maschio tra i figli di Aronne potrà mangiarne. È un diritto perenne delle vostre generazioni sui sacrifici consumati dal fuoco in onore del Signore. Tutto ciò che verrà a contatto con queste cose sarà sacro” (Lv 6,9-11).

E ancora:

“Darete anche in tributo al sacerdote la coscia destra dei vostri sacrifici di comunione. Essa spetterà, come sua parte, al figlio di Aronne che avrà offerto il sangue e il grasso dei sacrifici di comunione. Poiché, dai sacrifici di comunione offerti dagli Israeliti, io mi riservo il petto della vittima offerta con l’agitazione di rito e la coscia della vittima offerta con l’elevazione di rito e li do al sacerdote Aronne e ai suoi figli per legge perenne, che gli Israeliti osserveranno. Questa è la parte dovuta ad Aronne e ai suoi figli, dei sacrifici bruciati in onore del Signore, dal giorno in cui eserciteranno il sacerdozio del Signore. Agli Israeliti il Signore ha ordinato di dar loro questo, dal giorno della loro unzione. È una parte che è loro dovuta per sempre, di generazione in generazione” (Lv 7,32-36).

La norma s’inquadra in una legislazione più ampia, secondo la quale sacerdoti e leviti non debbano possedere nessuna terra, essendo il Signore la loro eredità (ebr. na?al?h: cfr Nm 18,20-24; 26,62): da tutta la comunità degli Israeliti bisogna assicurare loro il sostentamento attraverso l’offerta dei sacrifici, da cui prelevare la parte loro spettante, e la presentazione delle decime (cfr Nm 18,8-9.25-28). In Nm 35 ai leviti saranno, tuttavia, riservate delle città, quarantotto in tutto, delle quali sei saranno costituite come città di rifugio per l’omicida.

Essendo “un regno di sacerdoti e una nazione santa” (Es 19,6), costituito tale da Dio, Israele esplica il servizio liturgico attraverso sacerdoti e leviti, entrambi discendenti di Aronne. Ogni membro del popolo è tenuto a presentare dei sacrifici e delle offerte o in occasione delle feste o per particolari situazioni: il rito sacrificale è compiuto dal sacerdote, aiutato in questo dal levita, mentre l’azione liturgica rimane propria di tutta la comunità di Israele. In tal modo, il sostegno a sacerdoti e leviti, che non hanno parte nella terra promessa, è inteso nell’ottica di una partecipazione al loro ministero da parte di tutto Israele, il quale rimane esso popolo sacerdotale da cui il Signore designa poi dei consacrati per il servizio rituale. La partecipazione, in questo caso, non è da interpretare nell’ottica di un’esclusività ministeriale di sacerdoti e leviti: il sostegno a questi ultimi da parte di Israele è esercizio della sua identità sacerdotale.

Il dato neotestamentario

La comunità cristiana vede perpetuarsi il sostegno economico all’apostolo come espressione dell’opera di evangelizzazione che essa è chiamata a compiere. Allo stesso modo di Israele, anche per la chiesa primitiva l’annuncio del Vangelo, che essa è chiamata a compiere, passa attraverso l’aiuto concreto fornito a quanti si occupano pienamente di diffondere la buona notizia del Regno. In realtà, due sono le visioni che si scontrano in tal senso, una facente capo a dei missionari della cerchia pietrina, come sembra, l’altra avente il suo esponente in Paolo. La controversia è delineata da quest’ultimo nell’epistolario ai Corinti: purtroppo è assente il punto di vista degli avversari di Paolo, cioè dei missionari petrini di cui sopra, dei quali possiamo avere notizie ricavandole indirettamente proprio dagli stessi scritti paolini.

Per la comunità di Corinto Paolo prova “una specie di gelosia divina” (2Cor 11,2) e la sua amarezza è grande nel constatare quanto poco affetto i corinti gli dimostrino e quanta poca fiducia ripongano in lui, lasciandosi attirare facilmente nelle maglie degli oppositori, i nuovi arrivati. 

Motivo della divisione è il rifiuto da parte di Paolo di essere sostentato dalla comunità, il che era ritenuto un grave affronto, in quanto, sostenendo l’apostolo, si partecipava, come rilevato, alla sua attività missionaria. Ad aggravare la situazione i continui cambiamenti di viaggio di Paolo, che lo costringono ad una distanza prolungata da Corinto, e la richiesta della colletta per Gerusalemme, sulla quale cade il sospetto di furto, anche perché Paolo si presenta senza lettere di raccomandazione da altre comunità. In tale contingenza è facile per gli oppositori trascinare i corinti dalla loro parte, mettendo in discussione la legittimità stessa del ministero paolino proprio a partire dal sostentamento: da qui il contrasto si allarga sino ad inglobare la conoscenza delle Scritture e della Legge (cap. 3), la dimostrazione di segni e prodigi (cap. 12), l’abilità retorica (cap. 10,10).

Paolo aveva comunque già spiegato il motivo del rifiuto del sostentamento in 1Cor 9: la predicazione del Vangelo è per lui un destino impostogli da Dio (v. 17). D’altronde, il sostentamento dell’apostolo da parte della comunità risponde ad un comando di Gesù stesso, che Paolo cita e reinterpreta (v. 14). Come ogni lavoratore ha diritto al suo compenso, così anche l’apostolo: e in ciò sono concordi anche le Scritture (al v. 9 si cita Dt 25,4 applicato al lavoro apostolico). Si tratta di una povertà che fa affidamento su Dio e sulla carità altrui, cosa che Paolo sembra smentire sostenendosi con il suo lavoro. Paolo, però, comprende bene che la povertà dell’apostolo non è più tale, bensì è divenuta un privilegio alla maniera di quello veterotestamentario per i sacerdoti del tempio (vv. 13-14), il che nuoce alla veracità dell’apostolo. Paolo, rinunciando a questo privilegio in Corinto, tradisce la lettera del comando di Gesù, ma non lo spirito: in tal senso è “nella legge di Cristo” (v. 21). La verità e la legittimazione del suo apostolato (v. 1) sono dati non dall’accettare o meno il sostentamento dalla comunità di Corinto, ma dalle tribolazioni in cui versa a causa del Vangelo, tra le quali in 1Cor 4,12 compare anche lo stesso lavoro, reso molto precario dai rischi della missione. La sua ricompensa sta in tutti coloro che vengono salvati (vv. 22-23), come la sua lettera di raccomandazione è la stessa comunità di Corinto. Come giustamente nota G. Theissen, “il problema teologico della legittimità dell’apostolo è indissolubilmente connesso con il problema materiale del sostentamento. È fuor di dubbio che in origine dietro la decisione di diventare carismatici itineranti stava un motivo religioso, ma, una volta presa questa decisione, si erano scelte con ciò delle condizioni di vita rispetto alle quali ci si veniva poi a trovare in uno stato di dipendenza – dipendenza che incideva anche sull’argomentazione teologica. In virtù della propria autonomia materiale, Paolo aveva invece indubbiamente una maggiore libertà di ragionamento teologico” (G. Theissen, Sociologia del cristianesimo primitivo, Marietti 1987, 203).

Paolo ricorda, tuttavia, di essere stato sostenuto dalla comunità di Filippi (Fil 4,15-18) e dai Macedoni (2Cor 11,9).

Attualizzazioni problematiche in ordine al cammino sinodale

Il Codice di Diritto Canonico al can. 517 paragrafo 2 del libro II stabilisce: “Nel caso che il Vescovo diocesano, a motivo della scarsità di sacerdoti, abbia giudicato di dover affidare ad un diacono o ad una persona non insignita del carattere sacerdotale o ad una comunità di persone una partecipazione nell’esercizio della cura pastorale di una parrocchia, costituisca un sacerdote il quale, con la potestà e le facoltà di parroco, sia il moderatore della cura pastorale”.

Il testo necessità di una precisazione terminologica che è anche teologica: è la comunità cristiana a possedere il carattere sacerdotale. In seno ad essa sono poi ordinati dei presbiteri, ai quali impropriamente viene assegnato l’appellativo di sacerdote; appellativo che individua, tuttavia, l’azione rituale, espressione di quella liturgica compiuta da tutta la comunità. Il sacerdozio di Cristo è partecipato a tutta l’assemblea dei cristiani, i quali celebrano l’Eucaristia, all’interno della quale la dimensione più propriamente rituale è affidata al presbitero.

Il presbitero è, infatti, ordinato per la presidenza dell’Eucaristia e l’amministrazione dei sacramenti. In questo, il ministero del presbitero va distinto dall’ufficio di parroco, che può essere assunto, come recita il testo del Codice di Diritto Canonico, anche da una comunità di persone, cioè dai battezzati. L’ufficio di parroco include una rappresentatività legale che comporta responsabilità amministrative e penali: esso non va identificato con il ministero del presbiterato, com’è purtroppo prassi fare. L’ufficio di parroco può essere svolto da una sorta di consiglio di comunità che risponde di tutti gli aspetti amministrativi nei termini della legislazione civile ed ecclesiastica. Il cammino sinodale dovrebbe, forse, condurre a questa forma di espressione della comunità cristiana per ciò che concerne gli aspetti più propriamente amministrativi.

In tale contesto, la remunerazione derivante in Italia dall’otto per mille è indirizzata all’ufficio di parroco. Il sostegno economico al presbitero si configura, diversamente, come espressione dell’essere sacerdotale della comunità che in tal modo collabora con chi è consacrato a tempo pieno all’annuncio del Regno e all’opera di salvezza e guarigione, rappresentata dai sacramenti. In realtà, il problema è molto più ampio e investe l’ecclesiologia, il modo cioè in cui la Chiesa si pensa alla luce della Parola di Dio e della Tradizione. Rimane costante, tuttavia, il dato secondo il quale è la comunità per intero ad essere corpo sacerdotale, di cui Cristo è il membro. In questo corpo vi sono carismi, ministeri, uffici, derivanti dallo stesso Spirito, per l’utilità comune (cfr Ef 4). La comunità è chiamata tutta intera a vivere l’opera di evangelizzazione e a sentirsene responsabile, anche attraverso il sostegno economico che si indirizza a diversi aspetti e a diverse figure, tra le quali compare anche quella dei presbiteri. In tal senso, occorre probabilmente sviluppare in ogni battezzato il senso di appartenenza alla compagine ecclesiale, oggi affievolito per diverse cause: isolamento sociale, privatizzazione del sacramento stesso, mancanza di formazione e di catechesi continua. Il cammino sinodale potrà giungere ad una diversa configurazione della comunità cristiana, oggi individuata dalla parrocchia per lo più, soltanto se i battezzati si sentiranno parte viva di essa e contribuiranno alla sua edificazione in maniera entusiasta e partecipe, non da spettatori, ma da protagonisti. Il presbitero, in tal modo, ricondotto alla sua identità potrà svolgere quanto ad essa è inerente in un clima gioioso e appassionato, senza preoccupazioni eccessive, aprendo il cuore alla carità della condivisione. In tale contesto, l’aspetto economico sarà vissuto come grazia, riconoscendo che quanto ciascuna dona è in realtà quanto gratuitamente ha ricevuto, poiché, se l’uomo fatica, è Dio che porta a compimento l’opera (cfr Sal 138,8). Ciò significa che la parola di Gesù appassiona, inquieta e cerca nuove forme per giungere agli uomini. Al tal proposito – e ci sembra una buona conclusione – scrive Theissen riguardo i missionari cristiani della chiesa primitiva in opposizione tra di loro di cui sopra: “Studiandoli, si può imparare questo, che quando una religione cessa di essere il cor inquietum di una società, quando le viene a mancare il desiderio di una nuova forma di vita, quando diviene sostanza senza spirito di una situazione sclerotizzata e clericalizzata, allora dovrebbe sapere di essere finita” (G. Theissen, op. cit., 206).

Un meraviglioso poliedro (ChV 207). L’ UNPV pubblica il tema del prossimo anno pastorale

Quando lo sguardo amorevole e creativo di Dio ci raggiunge in modo del tutto singolare in Gesù la nostra vita cambia. E nella misura in cui lo accogliamo «tutto diventa un dialogo vocazionale, tra noi e il Signore ma anche tra noi e gli altri. Un dialogo che, vissuto in profondità, ci fa diventare sempre più quelli che siamo: nella vocazione al sacerdozio ordinato, per essere strumento della grazia e della misericordia di Cristo; nella vocazione alla vita consacrata, per essere lode di Dio e profezia di una nuova umanità; nella vocazione al matrimonio, per essere dono reciproco e generatori ed educatori della vita» (Francesco, Messaggio per la 59a Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, Roma 8 maggio 2022).

La tematica che l’Ufficio Nazionale per la pastorale delle vocazioni ha pensato di proporre per il prossimo anno pastorale (2022-2023) vuole cogliere l’invito di papa Francesco e richiamare l’attenzione sulla reciprocità delle diverse vocazioni nella Chiesa. È l’orizzonte proposto anche dalla Esortazione Apostolica post-sinodale rivolta ai giovani e a tutto il popolo di Dio quando insegna: «La pastorale [giovanile] non può che essere sinodale, vale a dire capace di dar forma a un ‘camminare insieme’ che implica una valorizzazione dei carismi che lo Spirito don secondo la vocazione e il ruolo di ciascuno dei membri della Chiesa attraverso un dinamismo di corresponsabilità […]. In questo modo, imparando gli uni dagli altri, potremo riflettere meglio quel meraviglioso poliedro che dev’essere la Chiesa di Gesù Cristo. Essa può attrarre i giovani proprio perché non è un’unità monolitica, ma una rete di svariati doni che lo Spirito riceve incessantemente in essa, rendendola sempre nuova nonostante le sue miserie» (Francesco, Christus vivit, 206-207).

Non è un discorso ecclesiologico quello che vogliamo suggerire quanto piuttosto promuovere l’esercizio di affinare lo sguardo e di maturare nelle nostre comunità stili e prassi nuove per riconoscere «la ricchezza della varietà delle vocazioni di cui la Chiesa si compone» (ChV 207). In questa prospettiva, diventa interessante approfondire la vocazione non soltanto per ricomprendere la sua essenziale caratteristica comunitaria – già lo abbiamo sottolineato nell’anno 2021 – ma soprattutto per mettersi alla ricerca di quel singolare annuncio di vita evangelica affidato a ognuna delle vocazioni, che sono a servizio le une delle altre. In altre parole, se esiste una vocazione dell’intero corpo ecclesiale che è la missione di annunciare il Vangelo e portare a tutte le genti la Salvezza che viene dal Signore, se esiste la vocazione personale di ciascuno dei suoi membri che rende carne e fa prendere corpo alla chiamata universale della Chiesa stessa, esiste anche una parola che risuona nel reciproco e complementare annuncio tra le forme della vocazione, a servizio di tutti coloro che lo vogliono ascoltare.

Le vocazioni nella Chiesa, infatti – la vita consacrata, il ministero ordinato, il matrimonio e il laicato vissuto a servizio del Vangelo – non demarcano territori esclusivi ma sottolineano aspetti complementari dell’unica vita cristiana che è la vita di Cristo donata per il mondo (cf. Gv 6,51). Cristo, infatti, è forse diviso? (cf. 1Cor 1,13). «L’intima vocazione della Chiesa» (Lumen gentium, 51) e la sua opera a servizio del mondo non si realizza attraverso una distinzione di compiti ma ciascuna vocazione, occupandosi di un aspetto particolare della vita cristiana senza tralasciare l’insieme, ne richiama l’importanza e la bellezza alle altre vocazioni e porta un annuncio di salvezza ad ogni uomo, come in un meraviglioso poliedro.

La vita consacrata, ad esempio, che fa della professione dei consigli evangelici il nodo portante che dà forma alla vita, ne annuncia la ricchezza per la vita di ciascuno: castità, povertà e obbedienza, infatti, sono il modo di vivere di Cristo, riguardano ciascun battezzato e sono annuncio di vita piena per ogni uomo (cf. Gaudium et spes, 22). L’amore sponsale che riguarda in maniera specifica la particolare vocazione matrimoniale annuncia alla vita dei celibi la gioiosa e drammatica concretezza dell’amore che dona la vita nel concreto della storia, orienta ad una fedeltà che è chiamata ad attraversare la buona e la cattiva sorte in tutti i giorni della vita e annuncia ai celibi l’esigenza di un amore concreto, che si realizza nei fatti più che nelle parole. Viceversa, la coppia riceve dal celibe l’annuncio riguardo la destinazione ultima della vita, la possibilità di affidare a Dio il frutto dei propri gesti e invita a mantenere ampio l’orizzonte dell’amore. La vita missionaria marca in maniera insistente la spinta intrinseca della Parola ad essere lasciata correre fino agli estremi confini della terra perché anche i confini più ristretti della propria casa, del proprio ambiente lavorativo, della propria quotidiana realtà possano essere riconosciuti come terreno nel quale disperdere il seme buono di Dio che attecchisce nel dialogo feriale, da persona a persona (cf. Evangelii gaudium, 169). C’è un inter-esse (qualcosa di importante, che mi preme, che conta: letteralmente ‘ciò che si trova nel mezzo’)reciproco tra le vocazioni, ancora tutto da riconoscere e da osservare attentamente per imparare ad ascoltarne il racconto, la narrazione di quel meraviglioso poliedro che la vita dello Spirito intende continuare a tessere lungo i tempi della storia e della Chiesa. Di questa conoscenza e di questo dialogo reciproci suggeriamo di occuparci nel prossimo anno pastorale; «perché la comunione della Chiesa possa essere vissuta in modo più pieno [infatti] occorre valorizzare la varietà dei carismi e delle vocazioni che convergono sempre più verso l’unità e la possono arricchire» (Giovanni Paolo II, Ecclesia in Europa, Esortazione apostolica post-sinodale, 28 giugno 2003). «Questo è il mistero della Chiesa: nella convivialità delle differenze, essa è segno e strumento di ciò a cui l’intera umanità è chiamata. Per questo la Chiesa deve diventare sempre più sinodale: capace di camminare unita nell’armonia delle diversità, in cui tutti hanno un loro apporto da dare e possono partecipare attivamente» (Francesco, Messaggio per la 59a Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, Roma 8 maggio 2022).

La Santa Settimana in Ucraina: quando Dio ti dà un appuntamento

La Chiesa ha una missione di verità da compiere, in ogni tempo e in ogni evenienza, per una società a misura dell’uomo, della sua dignità, della sua vocazione.  Chiamare per nome il male, riconoscere che i fratelli Caino e Abele continuano la loro lotta fratricida, rende evidente la questione fondamentale e che i cristiani debbono avere chiaro per essere a servizio della verità che libera; la domanda giusta non è se armare gli ucraini è giusto o meno, ma: come favorire il dialogo fra Caino e Abele? Quale mediazione mettere in campo perché il confronto e lo scontro diventino incontro?

L’occasione di un viaggio inaspettato si presenta a fine marzo 2022 grazie all’invito di un amico rabbino, che mi propone di partecipare a un momento di solidarietà, amicizia, preghiera, speranza e conforto in Ucraina: “Volentieri – rispondo – fratello Alon!”. “Bene, fra’ Francesco, l’incontro si terrà il 12 aprile a ?ernivci, in Ucraina”. Silenzio! Capisco che sono quelle visite inaspettate di Dio, quasi un’imboscata, che sembrano impossibili e che mettono tutto sottosopra. Dopo aver compreso la portata dell’evento, coinvolgo subito il nostro fratello e padre, il Ministro generale dei Frati minori, fra’ Massimo Fusarelli, il quale non solo accetta l’invito, ma mi chiede di accompagnarlo e di prolungare il viaggio in Ucraina per visitare con lui i nostri frati in quella terra ferita, stanca e violata.

Giorni di passione in terra ucraina
I giorni della Quaresima corrono veloci e impegnati, come pure sono tumultuosi in me i sentimenti, che a fatica la razionalità tiene a bada; ma viene in soccorso la fede con le parole che per anni il mio padre spirituale mi ha donato: “L’abbandono è la fine di ogni paura!”. Del
resto, vivremo questo pellegrinaggio – perché di questo si tratterà -, proprio durante la Santa Settimana nella quale Gesù entra a Gerusalemme come Re ed esce come Pane. Ascolteremo ancora il racconto della Passione del Signore e ogni personaggio coinvolto, gli eventi convulsi e duri di quelle acerbissime ore, i tradimenti e le lacrime, la presenza di Maria e le parole di affidamento di Gesù a lei come Madre, forse, ci aiuteranno a leggere con maggior fiducia quanto sta avvenendo in Ucraina e in Russia, a vedere e credere. È dalla notte del 24 febbraio che ci sentiamo tutti impotenti, offesi e umiliati, perché il “nuovo umanesimo” è negato e violato: la guerra sembra spegnere la vocazione dell’uomo a diventare veramente umano. C’è urgenza di Pasqua, di quel magnifico scambio in cui Cristo muore perché io invece viva; c’è urgenza di fiducia pasquale, di quel rovesciamento secondo il Regno di Dio dove dalla morte nasce la vita, dalle ceneri del mercoledì divampa il fuoco santo della veglia pasquale, dove il Magnificat che cantiamo ogni sera non resti un pio desiderio ma diventi realtà con i piccoli innalzati e i potenti abbassati, e le beatitudini siano il vanto di ogni uomo.
Pochi giorni prima di partire scrivo una lettera ai frati, alle sorelle clarisse, alle fraternità dell’Ordine francescano secolare, ai tanti amici che negli anni il buon Dio mi ha donato; esprimo con un’immagine questo pellegrinaggio agli amici ucraini “come il gesto della Veronica che asciuga il volto di Gesù, portando loro un istante di sollievo, di vicinanza, regali uno sguardo amico. Gesù nota i segni della fede, di amore, di carità, di delicatezza che quella donna gli rivolge e volentieri li accoglie per continuare la via crucis”.
Dopo la celebrazione mattutina delle Palme fra’ Massimo ed io partiamo alla volta di Suceava, in Romania: ci accolgono i frati della Provincia della Transilvania. La loro accoglienza è sempre consolazione, e resto sempre più convinto che l’ospitalità è la prima opera della fede, il primo mattone d’ogni relazione: permette ad altra vita di vivere. Entreremo solo martedì 10 aprile, all’alba in terra Ucraina con un permesso speciale della Segreteria di Stato, insieme agli altri leader religiosi; Papa Francesco, poche ore prima di partire, ha affidato al Ministro generale un suo messaggio che verrà letto da fra’ Cristian, frate minore ucraino che lavora in Curia generale a Roma ma, al momento dell’attacco, si trovava nella sua terra e lì è tutt’ora.

La violenza di Caino e il grido di Abele

Il messaggio del Papa risuona forte nel Drama Theater di ?ernivci, dove si celebra l’incontro organizzato dall’Elijah Interfaith Institute di Gerusalemme: le parole del Santo Padre sono accolte con benevolenza e considerate profetiche dai leader religiosi presenti, esprimono la
verità di ciò che continua ad accadere in Ucraina e in Russia e che pochi hanno il coraggio di chiamare per nome: “L’ora che stiamo vivendo ci lascia sgomenti perché è attraversata dalle forze del male. La sofferenza arrecata a tante persone deboli e indifese; i numerosi civili massacrati e le giovani vittime innocenti; la fuga disperata di donne e bambini… tutto ciò scuote le nostre coscienze e ci obbliga a non tacere, a non rimanere indifferenti di fronte alla violenza di Caino e al grido di Abele, ma ad alzare la nostra voce con forza per chiedere, in nome di Dio, la fine di tali azioni abominevoli”.
La Chiesa ha una missione di verità da compiere, in ogni tempo e in ogni evenienza, per una società a misura dell’uomo, della sua dignità, della sua vocazione. Chiamare per nome il male, riconoscere che i fratelli Caino e Abele continuano la loro lotta fratricida, rende evidente la questione fondamentale e che i cristiani debbono avere chiaro per essere a servizio della verità che libera; la domanda giusta non è se armare gli ucraini è giusto o meno, ma: come favorire il dialogo fra Caino e Abele? Quale mediazione mettere in campo perché il confronto
e lo scontro diventino incontro? Solo la fedeltà alla verità è garanzia di libertà (Gv 8,32) e premessa a uno sviluppo integrale.
Francesco d’Assisi, scrivendo la Lettera ai reggitori dei popoli (Fonti francescane 210-213), li richiama da subito alla verità delle verità, alle cose ultime, cioè a quelle che stanno alla fine della vita: la morte, il giudizio, l’inferno e il paradiso. Questo non per intimorire qualcuno, ma per ricordare ai piccoli e ai dotti che la vita è l’aldiqua e l’aldilà; non ho solo l’aldiqua per capire, ma ho anche l’aldilà, la meta, il vero traguardo. Per questo occorre vivere con amore, passione e responsabilità quanto ci viene dato, evitando di scivolare sulla vita come se niente fosse; per questo occorre non perdere nessuno fin da subito.

Una Via Crucis che non finisce mai
Nei giorni successivi, guidati dai nostri frati della Provincia dell’Ucraina, abbiamo viaggiato nelle regioni occidentali del Paese, tra Ternopil, Zbarazh, Zolo?iv, Sudova Vishnia, per poi rientrare nell’Unione europea attraverso il confine polacco la sera del Giovedì santo. Con i frati e il Ministro generale scegliamo di vivere questo pellegrinaggio visitando le persone, ascoltando le loro storie che si  assomigliano molto ma che brillano dell’unicità di ogni fratello e sorella che apre la stanza intima e ci fa entrare come amici e ospiti di pochi istanti; sono storie che sanguinano, chi più chi meno. Davvero quest’anno, nella Santa settimana, vivo una Via crucis che non finisce mai. In questi giorni in cui anche la Liturgia mischia l’odore del sangue, la puzza della morte con il profumo di Cristo, sperimento l’assoluta impotenza di chi è vicino a Cristo e non ha parole e prova a gridare a Dio.
Dal primo giorno, dal primo centro di rifugiati, ho la netta percezione che le macerie non sono le case distrutte dai missili, gli edifici segnati dai bombardamenti: no, questi saranno ricostruiti e forse saranno ancora più belli! Stiamo incontrando le macerie di persone abusate da un attacco che si credeva impossibile, le macerie di un’umanità violata nei sogni interrotti e nel futuro assolutamente incerto, stiamo ascoltando le macerie che l’uomo registra nella memoria come in una scatola nera e che non sappiamo quanto odio, rabbia e violenza sapranno a loro volta generare.
A Zbarazh ci accolgono i Frati minori e il Sindaco: il villaggio di più di 14.000 abitanti ha accolto oltre 4000 rifugiati. La sede del Comune è diventata il centro di accoglienza e di smistamento dei fratelli e sorelle che continuano a lasciare le zone dove è sempre più pericoloso ostinarsi a restare. La condivisione tra comunità civile e religiosa è speciale, una “scuola di relazioni”: davvero la povertà ci rende umili creando spazi di concordia, condizioni per la collaborazione, disponibilità al dialogo, solidarietà nella prova e creatività nel bene.
Prima di entrare in una grande palazzetto dello sport di recente costruzione, incontriamo Sergej, un giovane marito e padre trentenne di due bambini, tra i primi a lasciare dopo il 24 febbraio Kharkiv con la famiglia. Il volto di Sergej è sorridente, stava per andare via con l’auto ma, dopo averci visti con il saio, ritorna; si presenta e ha parole di riconoscenza subito perché ci siamo, siamo lì con loro. Con la moglie, la suocera, i bambini e un gatto aveva pensato di trascorrere pochi giorni nel villaggio e poi dirigersi da famiglie amiche in Europa, ma invece ha scelto di restare e prestare il suo servizio per coloro che ancora arrivano dall’assurdo. Mi tornano alla mente le parole di san Francesco, che nel Saluto alle virtù lega la sapienza alla santa semplicità: mentre lo ascolto trovo in questo giovane fratello sapienza e semplicità impastate e, come prodotto finale, una squisita carità. Spiega come è difficile entrare e poter dire una parola seria e serena nella questione politica complessa nel Donbass; “ogni imposizione che schiaccia altre identità è una bomba a orologeria”.

La vita nuova che ha vinto, vince e vincerà
Mentre ascolto Sergej interessato, una bambina continua a girare attorno canticchiando, libera, serena, tocca il saio per attirare l’attenzione e corre divertita. È Alexandra, sei anni, un gioiello di vitalità! La madre, una donna il cui volto è invece una maschera di dolore, la richiama per non infastidirci. In realtà mi diverte e si crea una sintonia bellissima; saprò dopo l’ennesima storia di sangue, di separazione forzata, di morte che ha travolto la loro famiglia. Ma Alexandra sembra volermi annunciare la Pasqua, la primavera che lotta con l’inverno, la vita più forte della morte, la vita nuova che ha vinto, vince e vincerà. Sono coinvolto da questa sua energia, dalla verità dei piccoli, benedetti da Gesù: giochiamo e penso che non vorrei essere da nessun’altra parte. Trovo che la bellezza della vita nuova è grande quando sa esaltare la ferita anche quando sanguina.
Mi accompagna nei vari spostamenti un libro che due amici, Francesca e Michele, mi hanno regalato: Ucraina. La guerra che non c’era2. Quanto è pericoloso il nostro parlare senza conoscere le fonti e per sentito dire: confonde un mondo confuso. Solo dal di dentro si intuisce
qualcosa, come tutto, del resto; percepisci la paura di alcune donne che si scusano perché mentre parlano, usano parole russe e si tappano la bocca, quasi fossero bestemmie; scopri il valore della luce nel buio del coprifuoco che dalle ore 22.00 deve essere assoluto; conosci la
fierezza di un popolo, di donne, spose e madri che preferiscono lasciare i numerosi figli ai nonni per andare a combattere perché “se il fine è giusto, non può essere sbagliata la lotta”; inizi a percepire il contraccolpo che tutto questo avrà sull’Occidente considerando le distese
immense di grano che non verrà curato quest’anno.
Mi ha commosso la storia di bambini che, a causa del trauma dei primi giorni, non mangiavano più; la psicologa era angosciata e a stento tratteneva le lacrime mentre ci raccontava. Poi ecco la terapia migliore: i bambini del paese ospitante, che non avevano sentito sirene e
bombardamenti, hanno coinvolto quelli traumatizzati nei giochi e quando le mamme hanno preparato la merenda, i giochi si sono fermati e così, in modo naturale, chi rifiutava il cibo, si è trovato semplicemente a mangiare con gli altri. Vita chiama altra vita.
Sono i giorni santi, il sole primaverile scalda l’aria ancora fredda e tagliente: penso ad Assisi, alla Porziuncola, alle liturgie che i miei frati stanno celebrando con tanti pellegrini che sono finalmente tornati. Qui tutto è semplice e tanto dignitoso. In ogni luogo i frati hanno organizzato uno spazio di preghiera ecumenica con i fratelli greco-cattolici, ortodossi e protestanti; respiriamo una fraternità reale, un ecumenismo non più sui testi di teologia ma vissuto sul campo, un’amicizia che profuma di compimento, quello che dalla croce, il Venerdì
santo, Cristo ci ha consegnato. “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13, 34). Dove sta la novità? Nel come io, così voi! Ma, ancor di più, Gesù ci manifesta un modo perché Dio resti vivo sulla terra, in mezzo a noi, sempre: amare come Lui ci ha amato per primo, per renderlo presente più che mai sulla terra, “perché vedano le vostre opere buone e glorifichino il padre che è nei cieli” (Mt 5, 16).
Quando Dio ti dà un appuntamento è perché ti vuole far toccare la sua carne.

P. FRANCESCO PILONI, MINISTRO PROVINCIALE
PROVINCIA SERAFICA DI S. FRANCESCO O.F.M.

Fonte:

La Santa Settimana in Ucraina: quando Dio ti dà un appuntamento!

La Chiesa ha una missione di verità da compiere, in ogni tempo e in ogni evenienza, per una società a misura dell’uomo, della sua dignità, della sua vocazione. Chiamare per nome il male, riconoscere che i fratelli Caino e Abele continuano la loro lotta fratricida, rende evidente la questione fondamentale e che i cristiani debbono avere chiaro per essere a servizio della verità che libera; la domanda giusta non è se armare gli ucraini è giusto o meno, ma: come favorire il dialogo fra Caino e Abele? Quale mediazione mettere in campo perché il confronto e lo scontro diventino incontro?

Articolo tratto dalla rivista “Testimonianze”

Desiderio Desideravi: riscoprire la liturgia anche attraverso la musica

“Continuiamo a stupirci per la bellezza della liturgia”: a lanciare l’invito è papa Francesco, nella Lettera apostolica sulla liturgia “Desiderio desideravi”, pubblicata lo scorso 29 giugno per richiamare il significato profondo della Celebrazione Eucaristica, così come è emersa dal Concilio Vaticano II, ed invitare alla formazione liturgica, a partire dai seminari. “A noi non serve un vago ricordo dell’ultima Cena: noi abbiamo bisogno di essere presenti a quella Cena”, esordisce Francesco: “Vorrei che la bellezza del celebrare cristiano e delle sue necessarie conseguenze nella vita della Chiesa non venisse deturpata da una superficiale e riduttiva comprensione del suo valore o, ancor peggio, da una sua strumentalizzazione a servizio di una qualche visione ideologica, qualunque essa sia”. No alla “mondanità spirituale”, ribadisce il Papa, secondo il quale la liturgia “non è la ricerca di un estetismo rituale che si compiace solo nella cura della formalità esteriore di un rito o si appaga di una scrupolosa osservanza rubricale”, e neanche l’atteggiamento opposto, “che confonde la semplicità con una sciatta banalità, l’essenzialità con una ignorante superficialità, la concretezza dell’agire rituale con un esasperato funzionalismo pratico”.

“Ogni aspetto del celebrare va curato (spazio, tempo, gesti, parole, oggetti, vesti, canto, musica, …) e ogni rubrica deve essere osservata”, l’appello di Francesco, che si sofferma su un elemento essenziale della celebrazione liturgica: “lo stupore per il mistero pasquale”.

In quest’ottica, ben si inserisce il concorso musicale attivato da Serra Italia durante quest’ultimo anno sociale per tutti i seminaristi d’Italia, il cui fine è appunto quello di promuovere e valorizzare le potenzialità dei futuri sacerdoti, affinché ogni aspetto della celebrazione sia curato. D’altronde, è proprio attraverso la musica – sostiene mons. Marco Frisina, nostro giurato – che “si può comunicare il Vangelo nella sua verità di Buona Notizia, di gioiosa notizia che libera il cuore dell’uomo dalle meschinità del peccato e lo innalza fino a Dio”.

Ministeri istituiti: un servizio aperto ai laici in forza del Battesimo.

Con la lettera in forma di motu proprioSpiritus Domini” Papa Francesco ha disposto l’estensione del Ministero del Lettorato e dell’Accolitato alle donne: Sua Santità ha evidenziato che questi ministeri laicali sono basati sul Sacramento del Battesimo e che, pertanto, possono essere affidati con pari dignità a tutti i battezzati che risultino idonei, senza distinzione di sesso.
La Diocesi di Palermo ha dato attuazione a questa decisione di Papa Francesco e sabato 4 giugno 2022 sono stata una delle prime donne a ricevere dall’Arcivescovo Metropolita di Palermo Mons. Corrado Lorefice il ministero dell’Accolitato.
L’Accolito, dalla parola greca akoluthos, è colui che segue, che aiuta il Diacono ed il Sacerdote nel servizio all’Altare durante le Celebrazioni Liturgiche.
Nel corso del rito di istituzione ero emozionatissima e, ascoltando l’omelia dell’Arcivescovo che sottolineava che i ministeri istituiti non sono una onorificenza, ma sono servizio e disponibilità, ho ripercorso mentalmente il cammino che mi ha portato a ricevere l’accolitato.
La mia è una famiglia “normale”: io, mio marito e mia figlia siamo tutti avvocati. Abbiamo studiato presso istituti religiosi (Ancelle del Sacro Cuore di Gesù io, Gesuiti dell’Istituto Gonzaga mio marito e mia figlia) e siamo sempre stati osservanti e praticanti, ma sino ad una quindicina di anni fa il nostro impegno si limitava al sostegno delle attività caritative della nostra Parrocchia di S. Espedito a Palermo.
La svolta è avvenuta quando il nuovo Parroco, Don Piero Magro, mi chiese di aiutarlo nella preparazione dei bambini per la Prima Comunione e, quasi contemporaneamente, alcuni amici proposero a mio marito, Roberto Tristano, di diventare Socio del Serra Club di Palermo.
Da allora il nostro impegno è aumentato costantemente perché è proprio vero che il Signore ci parla e ci viene incontro, sempre, e che basta mettersi in ascolto per capire qual’è la strada che ci chiama a percorrere.
Negli anni successivi ho frequentato il corso triennale organizzato dalla “Scuola Teologica di Base San Luca Evangelista dell’Arcidiocesi di Palermo” e diversi corsi di approfondimento teologico e poi, dopo uno specifico corso, ho ricevuto dall’Arcivescovo il mandato di Ministro Straordinario della Comunione che mi ha dato la grande opportunità di avvicinarmi ai malati ed agli anziani per portare l’Eucarestia.
Intanto cercavo pure di seguire mio marito che, innamorandosi sempre di più del servizio serrano, si impegnava progressivamente, da Presidente del Serra Club di Palermo e da Consigliere della Fondazione Serra, nel promuovere e sostenere le vocazioni religiose e nel venire incontro concretamente e con spirito di amicizia alle esigenze dei Seminaristi e dei Sacerdoti.
Nel frattempo mio marito è andato in pensione ed io ho progressivamente trasferito a mia figlia l’attività legale e così abbiamo trovato ancora più tempo per dedicarci con maggiore impegno anche alle attività caritative ed assistenziali dell’Ordine di Malta aiutando i bisognosi ed accompagnando i malati nei pellegrinaggi a Lourdes ed a Loreto.
Sono stati anni molto intensi: ho seguito un percorso progressivo di studio e di servizio che, con il sostegno della mia famiglia, ho affrontato ispirandomi alle parole di Santa Teresa di Calcutta che diceva di essere una matita nelle mani di Gesù: nel mio piccolo e con tutti i miei limiti ho cercato di mettermi in ascolto della parola di Dio e di capire e fare quello che voleva da me.
E finalmente, dopo l’anno di preparazione a cura della Scuola per i Ministeri Istituiti dell’Arcidiocesi di Palermo, il culmine di questo percorso è stato il Ministero dell’Accolitato. Un ministero che, attraverso il servizio all’altare dove il Sacerdote fa memoriale del supremo atto di amore di Gesù, non può che accrescere e rafforzare la consapevolezza che bisogna essere testimoni e strumenti di Cristo a servizio della Chiesa e della comunità.

Rosellina Criscuoli Tristano

La testimonianza di una vocazione religiosa

Condividiamo la testimonianza di Suor Maria Lusminda della Congregazione delle Suore Domenicane della Madonna del Santo Rosario in Asti.

La testimonianza di una vocazione religiosa.
Prev 1 of 1 Next
Prev 1 of 1 Next

59a Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni: Messaggio del Papa

L’8 maggio 2022, IV Domenica di Pasqua, si celebra la 59a Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni sul tema “Chiamati a edificare la famiglia umana”.

Pubblichiamo di seguito il Messaggio di Papa Francesco  Continua a leggere

Il Seminario di Oppido Mamertina-Palmi si racconta.

Il Concilio di Trento (1545-1563), nel contesto della sua imponente opera di riforma, impose l’erezione dei Seminari per la preparazione dei chierici che, fino a quel momento, venivano avviati al Sacerdozio con metodi ambigui e poco efficaci, differenti da luogo a luogo.
In Oppido il Seminario sorse molto tardi.
Le ricerche scrupolose e i calcoli eruditi di don Santo Rullo hanno permesso di situare, con sicurezza, la fondazione del Pio Istituto nell’anno 1701, ad opera del Vescovo Bisanzio Fili (1698-1707). Questo primo edificio si presentava, però, piccolo, angusto, carente di adeguate strutture e semplice negli indirizzi disciplinari. Attigua al fabbricato, sorgeva la piccola chiesa di Santa Maria della Purificazione che fungeva da Cappella.
Fu il Vescovo Giuseppe Maria Perrimezzi (1714-1734) a dare al nuovo Istituto un’efficace impostazione metodica, scolastica e disciplinare. Già Correttore Provinciale dell’Ordine dei Minimi, biografo di San Francesco di Paola ed illustre predicatore, il presule paolano restaurò l’edificio e dettò un’articolata serie di regole di comportamento che favorirono l’incremento degli studi e della pietà.
Il famoso e terribile terremoto del 5 febbraio 1783, distrusse, insieme all’intera città, il Seminario di Oppido che fu ricostruito, nove anni dopo, dal dinamico Vescovo Mons. Alessandro Tommasini (1792-1818) nella nuova città, sorta a pochi chilometri dalla precedente. Durante il Decennio Francese (1806-1815), l’edificio del Seminario fu trasformato in quartier generale delle truppe francesi. Sarà il catanzarese Mons. Ignazio Greco (1819-1822) a porre rimedio ai disastri causati dal ciclone napoleonico attraverso un generoso impegno portato avanti anche dal suo successore Mons. Francesco Maria Coppola (1822-1851). Questo Vescovo introdusse, tra le discipline del Seminario, lo studio della natura; Mons. Michele Maria Caputo (1852-1858) impose l’apprendimento delle lingue francese ed inglese; il Vescovo Giuseppe Teta (1859-1875) prescrisse la Sacra Liturgia e la Calligrafia.
L’epoca di Mons. Antonio Maria Curcio (1875-1898) sarà ricordata come l’età aurea del Seminario oppidese che si dotò, in quel periodo, di un Osservatorio Meteorologico e di un Gabinetto di Fisica, configurandosi come una fucina di cultura umanistica e scientifica, unica nella Piana, sotto la guida di prestigiosi docenti.
Mons. Antonio Galati (1920-1927) ebbe la gioia di ricevere una autorevole conferma dell’ottima preparazione dei suoi Seminaristi dal Visitatore Apostolico Alfredo Ildefonso Schuster, poi Cardinale Arcivescovo di Milano e Beato, che fu accolto in Seminario con espressioni augurali in lingua greca.
Sarà il giovane Vescovo Mons. Nicola Canino (1937-1951) a portare a pieno compimento l’opera dei suoi predecessori, costruendo una nuova ala e portando la capacità ricettiva dell’edificio a oltre sessanta alunni. Fu questo presule a decorare, con gli affreschi del pittore calabrese Diego Grillo, la Cappella (consacrata il 1 aprile 1951), il Seminario, la Sala delle Udienze, l’Episcopio, il salone attiguo alla Cattedrale e la Cattedrale stessa. Mons. Canino, che preferì risiedere in Seminario piuttosto che in Episcopio, offrì all’Istituto la parte migliore di sé stesso con settimanali colloqui spirituali e frequenti lezioni di canto gregoriano.
Il Vescovo Mons. Maurizio Raspini (1953-1965) completò l’ammodernamento delle strutture, promosse l’Opera delle Vocazioni Ecclesiastiche e predispose un nuovo Regolamento.
Dopo le alterne vicende vissute negli anni 1968-1978 e la chiusura negli anni 1978-1980, il Seminario oppidese si è avviato verso la sua storia attuale ad opera di Mons. Benigno Luigi Papa (1981-1990) e dei suoi successori.
Oggi il Seminario gestisce anche il Liceo Ginnasio “San Paolo”, continuando il suo secolare impegno culturale e la sua azione vocazionale, spirituale e formativa. Il Liceo è stato promosso per due anni di seguito dalla “Fondazione Agnelli” come “Miglior Liceo Classico della Calabria”. Dal 2019 il Liceo è stato Gemellato con la Provincia Italia della Società “San Paolo” fondata dal Beato Giacomo Alberione.
Il 31 luglio scorso in Seminario si è ufficialmente formalizzata la costituzione del Serra Club Oppido Mamertina – Palmi, Associazione laicale a servizio delle Vocazioni che sta già portando enorme supporto umano, spirituale ed economico al Pio Istituto.

Don Giancarlo Musicò
Rettore Seminario Diocesano di Oppido Mamertina

Condividiamo il video di presentazione del Seminario Vescovile della Diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, realizzato dall’Associazione Culturale “Al passo coi tempi” e trasmesso dall’emittente locale Gemma TV.

Età libera e servizio

Condividiamo la testimonianza di Michelino Musso, responsabile dell’Ufficio Comunicazioni Sociali della Diocesi di Asti.