Newsletter dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale delle Vocazioni

---

Cristo ci vuole vivi!

Cari fratelli e sorelle,

saluto tutti voi partecipanti a questo Convegno, che vuole favorire l’attuazione del Sinodo dei Vescovi dedicato ai giovani. Vi ringrazio per il lavoro che portate avanti nei rispettivi campi di servizio, e anche per lo sforzo di confrontarvi e condividere le esperienze. Da parte mia, vorrei indicarvi alcune linee che mi stanno particolarmente a cuore.

Leggi tutto

---
Convegno Nazionale Vocazioni

Convegno Nazionale Vocazioni

«Datevi al meglio della vita» (ChV 143) 

E’ questo il tema del prossimo Convegno Nazionale Vocazioni, che si terrà come di consueto a Roma dal 3 al 5 Gennaio 2020. Quest’anno cambia la sede: Ergife Palace Hotel, Via Aurelia 916 – 00165 Roma.  

E’ possibile iscriversi online o inviando via mail la scheda in allegato.

Leggi tutto.

---
"Scegli la vita". Accompagnare la vocazione tra vizi e virtù

“Scegli la vita”

Accompagnare la vocazione tra vizi e virtù

Tra vizi e virtù è un semplice strumento che vuole aiutare – in particolare i giovani e gli adolescenti – a coltivare il buon grano che c’è nella loro vita, per non occuparsi della zizzania (cf. Francesco, Evangelii gaudium, 24). «Formare la coscienza è il cammino di tutta la vita in cui si impara a nutrire gli stessi sentimenti di Gesù Cristo assumendo i criteri delle sue scelte e le intenzioni del suo agire (cfr Fil 2,5)». (cf. XV Assemblea Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, Documento finale, 108). Perché la vocazione è un sentiero lungo tutta la vita, che sempre si snoda tra vizi e virtù.

Disponibile su: vocazioni.store

Leggi tutto.

---

Mese straordinario missionario. Battezzati e inviati

Approssimandosi la Giornata Mondiale Missionaria, che si celebra il 20 ottobre, il Papa ha pubblicato un suo messaggio con il quale esorta tutti noi credenti a riscoprire la missionarietà della nostra fede che abbiamo ricevuto in dono con il battesimo. ” Battezzati e inviati”  è quindi un invito a fare memoria della nostra vocazione e insieme un’esortazione ad andare ancora e sempre per le strade del mondo ad annunciare e testimoniare.

Il documento è di seguito disponibile  per tutti quelli che volessero  usarlo come sussidio di preparazione spirituale o trarne spunti di riflessione per la crescita personale.

“ANDATE ORA NEL MONDO”

BATTEZZATI E INVIATI – INCORAGGIATI E ACCOMPAGNATI

Ora andate nel mondo.
Abbiate coraggio e fiducia!
Siete stati battezzati con l’acqua della Vita
e fortificati con il Crisma del Salvatore.

Agite nel vostro quotidiano,
perché là è la vostra vita e la vostra missione.
Forse è poco appariscente e piccola,
ma preziosa davanti a Dio e per gli uomini.

Osate andare verso l’incognito,
quando vi chiama, allora partite!
Fino alla fine della creazione e oltre.
Là dove sarete utili, fermatevi.

Gesù stesso vi ha inviati.
Siate in cammino nel suo Nome.
Orsù, andate, non abbiate paura.
Abbiate fiducia in Lui poiché Lui si fida di voi.

La sua benedizione vi preceda e sia con voi!
Ricevetela nel Nome del Padre e del Figlio
e dello Spirito Santo.

Amen.

Andate e portate la pace.

 

 

Cari giovani, Gesù Cristo è più che mai Vivo

Riportiamo la lettera che don Vincenzo Bracci rivolge ai giovani invitandoli a sperimentare, attraverso l’ascolto della Sua parola, l’incontro e l’amicizia con Gesù Cristo.

Don Vincenzo Bracci è Priore del Monastero San Silvestro, di Fabriano, dal 2015. La sua vita sacerdotale ha sempre avuto una speciale predilezione e vicinanza verso il mondo giovanile, essendo stato per 32 anni docente di religione presso il Liceo Scientifico di Fabriano e l’Istituto Commerciale di Matelica. Contemporaneamente è stato parroco di San Benedetto in Fabriano e di Santa Teresa in Matelica, membro del Consiglio presbiterale e del Consiglio pastorale della diocesi di Fabriano-Matelica, animatore di gruppi giovanili sia dell’Azione Cattolica che di altre associazioni ecclesiali.

 

Lettera aperta ai giovani

Carissimi,

Sono don Vincenzo, un monaco amico di voi giovani, e ho pensato fosse importante scrivervi e inviarvi questo messaggio che scaturisce dal più profondo del cuore. Credo che mai come in questo tempo voi abbiate bisogno di un messaggio forte, di valori e di ideali autentici che danno un senso e un significato profondo alla vostra vita. Da parte mia, so dove trovare questo messaggio che da 2000 anni continua a risuonare nelle strade del mondo e riempie i cuori di speranza incrollabile e di gioia inesauribile.... Continua a leggere

Il ministero è un dono non una funzione

Roma, 19 settembre 2019. Papa Francesco, nell’omelia della Messa del mattino a Casa Santa Marta, si rivolge ai ministri della Chiesa e sottolinea che quando ci appropriamo del dono, e lo centriamo su noi stessi, “lo trasformiamo in funzione”, perdendo il cuore del ministero, episcopale o presbiterale che sia. Dalla mancanza di contemplazione del dono nascono “tutte le deviazioni che conosciamo”.

Per scaricare e leggere tutta l’omelia clicca qui sotto.

CHIESA E VOCAZIONI NELL’ANNUARIO PONTIFICIO

Presso il Palazzo Apostolico Vaticano è ubicato l’Ufficio Centrale di Statistica della Chiesa cattolica. Istituito il 15 agosto 1967 da Papa Paolo VI, l’Ufficio Centrale di Statistica è l’organismo ufficiale della Santa Sede, al quale è affidato il compito di raccogliere, coordinare e pubblicare tutti i dati elaborati che riguardano la vita della Chiesa. A tale importante Ufficio, che è annesso alla prima sezione della Segreteria di Stato, è affidata, inoltre, la redazione, in lingua italiana, dell’Annuario Pontificio, strumento informativo per essere aggiornati sulla situazione e condizione della Chiesa nel mondo, che è presentato al Papa, prima della sua pubblicazione. Al Direttore di questo importante organismo del Vaticano, funzione attualmente ricoperta dal croato Mons. Tomislav Dukez, è affidato, infatti, l’incarico di illustrare a S. Santità l’andamento e i dati più significativi che riguardano il cattolicesimo mondiale. Gli argomenti trattati nell’Annuario Pontificio sono i più vari: dai membri della Chiesa, alle strutture pastorali, alle circoscrizioni ecclesiastiche, ai vescovi sacerdoti e diaconi, ai religiosi e religiose, alle stazioni missionarie, ai missionari laici e catechisti, ai seminari maggiori e minori e, ovviamente, alle vocazioni. Alla direzione di questo Ufficio è stato preposto anche il nostro Cappellano del Serra Club di Roma, Mons. Vittorio Formenti, ininterrottamente per ben venti anni dal 1996 al 2016.
Dalla lettura dell’Annuario Pontificio 2019, in correlazione con l’Annuarium Statisticum Ecclesiae 2017, essendo i dati statistici riferiti all’anno 2017, si rileva che l’andamento delle vocazioni sacerdotali, dopo la parentesi di un pur lieve incremento nel 2016, è tornato a registrare una flessione anche se non molto significativa. Per quanto riguarda i sacerdoti, infatti, a fronte dei 414.969 presenti nel mondo nel 2016 si è passati a 414.582 nel 2017, con un calo di 387 unità. Anche i candidati al sacerdozio nell’universo cattolico registrano un decremento, che passa da 116.160 nel 2016 a 115.328 nel 2017, con un calo questa volta più significativo di 832 unità. Questa diminuzione di vocazioni colpisce, in particolare, l’Europa e l’America, dove la crisi appare più evidente, a fronte della Chiesa africana e asiatica che risulta, invece, più soddisfacente. Risultano, invece, in crescita i vescovi, i diaconi permanenti, i missionari laici e i catechisti. La distribuzione dei seminaristi maggiori per continente rimane sostanzialmente stabile. Con riferimento all’anno 2017, l’Europa contribuisce con il 14,9% al totale mondiale, l’America per il 27,3%, l’Asia per il 29,8% e l’Africa per il 27,1%.
Per quanto riguarda la popolazione cattolica, la situazione resta, invece, immutata in quanto non si registrano riduzioni. I cattolici battezzati continuano, infatti, a rappresentare il 17,7% della popolazione mondiale con un miliardo e 313 milioni su 7 miliardi e 408 milioni di esseri umani, come per l’anno precedente, ma anche in questo caso con una crescita sostanziale in Africa e in Asia, una riduzione in Europa e in America.
Come riportato da Famiglia Cristiana, in un approfondimento sulla crisi sacerdotale e vocazionale, sono 42.220 i sacerdoti attivi in Italia: uno ogni 1.487 abitanti. Il loro numero è in calo: nel decennio 2006-2016, i seminaristi sono scesi del 18,6% e i 372 presbiteri ordinati l’anno scorso non bastano a prendere il posto di quelli deceduti.
Da questa reale situazione una breve riflessione. Da anni ormai l’Europa vive un calo sensibile di vocazioni al sacerdozio e in Italia siamo testimoni della crisi che investe la nostra Chiesa e i nostri Seminari, cui si aggiungono la diminuzione del numero dei cattolici praticanti e la presenza di presbiteri in età sempre più avanzata. Con la conseguenza che oggi ci sono più preti nati in Africa e in Asia che prestano il loro ministero presso le nostre parrocchie. Questo non ci deve fare perdere d’animo: ci vuole coraggio e speranza. La pastorale vocazionale nella Chiesa e per la Chiesa deve essere accolta come una sfida a tutto campo. Occorre amore e impegno per viverla al meglio e soprattutto preghiera, tanta preghiera per le vocazioni perché la messe è ancora molta anche se gli operai sono pochi.
Don Michele Gianola, Direttore dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale delle Vocazioni della Cei, riporta sempre Famiglia Cristiana, invita ad andare oltre i numeri, pur importanti, e sprona tutti a cambiare prospettiva: “Chi tra noi adulti intende la vita come vocazione? Chi pensa davvero che le nostre scelte quotidiane sono da vivere nella relazione con Dio? Quanti invece ritengono che la “vocazione” riguardi soltanto i preti e le suore e che non abbia a che fare con la vita?”. C’è da preoccuparsi per il calo delle vocazioni? “Non bisogna fare un dramma”, conclude don Gianola: “Gli ordinati sono ben consapevoli delle sfide quotidiane”.

Cosimo Lasorsa

Mons. Valles: La famiglia, luogo fondamentale per la scoperta delle Vocazioni

 

È la prima scuola di discepolato, ovvero il “terreno a cui sono affidati i semi delle vocazioni”. Il presidente della Conferenza episcopale: “La chiamata di Dio è più facile da ascoltare nel contesto di una famiglia che ha fede”.

Davao (AsiaNews/CbcpNews) – I genitori svolgono un ruolo fondamentale nella scoperta e nella promozione delle vocazioni religiose. Lo afferma mons. Romulo Geolina Valles, arcivescovo di Davao (isola di Mindanao) e presidente della Kapulungan ng mga Katólikong Obispo ng Pilipinas (Cbcp) – la Conferenza episcopale delle Filippine.

Ieri, mons. Valles ha presieduto l’ordinazione di tre diaconi presso la cattedrale di San Pietro (foto). Durante la cerimonia, l’arcivescovo ha sottolineato che la famiglia è la prima scuola di discepolato, ovvero il “terreno a cui sono affidati i semi delle vocazioni”. “La chiamata di Dio – ha ribadito durante l’omelia – è più facile da ascoltare quando avviene o è recepita nel contesto di una famiglia che ha fede”.

Incentivare le vocazioni nelle parrocchie o nelle scuole è utile, ha sostenuto mons. Valles, ma “nulla batte il ruolo delle famiglie come ‘luogo principale’ per incoraggiare alla vita consacrata”. “Anche la fede nella comunità è molto importante. Oggi è più facile per le persone apprezzare il sussurro dello Spirito Santo”, ha aggiunto.

Alla presenza di familiari e amici, il presidente della Cbcp ha dato a tre giovani il benvenuto nel clero dell’arcidiocesi. Sono Michael Ondras, Jr., Ruperto Jamili III, e Alfredo Bustamente, Jr., che di recente hanno completato la propria formazione teologica. In quanto diaconi, ha detto loro, sono chiamati ad essere servi e ad “un tipo di servizio che ci richiede di essere gli ultimi”.

“Questo è l’orientamento da seguire per essere un diacono. Tuttavia, esso è solo transitorio perché in seguito consentirà di diventare sacerdoti”, ha concluso l’arcivescovo. “Accompagneremo il viaggio del nostro popolo nel regno di Dio. Questa è l’indicazione della Chiesa, il ministero dei suoi servitori”.

(AsiaNews)

La lettera del Papa ai Sacerdoti

 

Ai miei fratelli presbiteri.

Cari fratelli,

ricordiamo il 160° anniversario della morte del santo Curato d’Ars, proposto da Pio XI come patrono di tutti i parroci del mondo. Nella sua festa voglio scrivervi questa lettera, non solo ai parroci ma anche a tutti voi, fratelli presbiteri, che senza fare rumore “lasciate tutto” per impegnarvi nella vita quotidiana delle vostre comunità. A voi che, come il Curato d’Ars, lavorate in “trincea”, portate sulle vostre spalle il peso del giorno e del caldo (cfr Mt 20,12) e, esposti a innumerevoli situazioni, “ci mettete la faccia” quotidianamente e senza darvi troppa importanza, affinché il Popolo di Dio sia curato e accompagnato. Mi rivolgo a ciascuno di voi che, in tante occasioni, in maniera inosservata e sacrificata, nella stanchezza o nella fatica, nella malattia o nella desolazione, assumete la missione come un servizio a Dio e al suo popolo e, pur con tutte le difficoltà del cammino, scrivete le pagine più belle della vita sacerdotale.

Qualche tempo fa ho manifestato ai Vescovi italiani la preoccupazione che, in non poche regioni, i nostri sacerdoti si sentono ridicolizzati e “colpevolizzati” a causa di crimini che non hanno commesso e dicevo loro che essi hanno bisogno di trovare nel loro vescovo la figura del fratello maggiore e il padre che li incoraggi in questi tempi difficili, li stimoli e li sostenga nel cammino.

Come fratello maggiore e padre anch’io voglio essere vicino, prima di tutto per ringraziarvi a nome del santo Popolo fedele di Dio per tutto ciò che riceve da voi e, a mia volta, incoraggiarvi a rinnovare quelle parole che il Signore ha pronunciato così teneramente nel giorno della nostra ordinazione e costituiscono la sorgente della nostra gioia: «Non vi chiamo più servi … vi ho chiamato amici» (Gv 15,15).

DOLORE

«Ho osservato la miseria del mio popolo» (Es 3,7).

Negli ultimi tempi abbiamo potuto sentire più chiaramente il grido, spesso silenzioso e costretto al silenzio, dei nostri fratelli, vittime di abusi di potere, di coscienza e sessuali da parte di ministri ordinati. Indubbiamente, è un tempo di sofferenza nella vita delle vittime che hanno subito diverse forme di abuso; anche per le loro famiglie e per tutto il Popolo di Dio.

Come sapete siamo fortemente impegnati nell’attuazione delle riforme necessarie per dare impulso, dalla radice, ad una cultura basata sulla cura pastorale in modo che la cultura dell’abuso non riesca a trovare lo spazio per svilupparsi e, ancor meno, perpetuarsi. Non è un compito facile e, a breve termine, richiede l’impegno di tutti. Se in passato l’omissione ha potuto trasformarsi in una forma di risposta, oggi vogliamo che la conversione, la trasparenza, la sincerità e la solidarietà con le vittime diventino il nostro modo di fare la storia e ci aiutino ad essere più attenti davanti a tutte le sofferenze umane.

Neanche questo dolore è indifferente ai presbiteri. Questo l’ho potuto constatare nelle diverse visite pastorali sia nella mia diocesi che in altre, dove ho avuto l’opportunità di tenere incontri e colloqui personali con i sacerdoti. Molti di essi mi hanno manifestato la loro indignazione per quello che è successo, e anche una specie di impotenza, poiché oltre «alla fatica della dedizione hanno vissuto il danno provocato dal sospetto e dalla messa in discussione che in alcuni o molti può aver introdotto il dubbio, la paura e la sfiducia». Numerose sono le lettere di sacerdoti che condividono questo sentimento. D’altra parte, è consolante trovare dei pastori che, quando vedono e conoscono la sofferenza delle vittime e del Popolo di Dio, si mobilitano, cercano parole e percorsi di speranza.

Senza negare e misconoscere il danno causato da alcuni dei nostri fratelli, sarebbe ingiusto non riconoscere tanti sacerdoti che, in maniera costante e integra, offrono tutto ciò che sono e hanno per il bene degli altri (cfr 2 Cor 12,15) e portano avanti una paternità spirituale che sa piangere con coloro che piangono; sono innumerevoli i sacerdoti che fanno della loro vita un’opera di misericordia in regioni o situazioni spesso inospitali, lontane o abbandonate anche a rischio della propria vita. Riconosco e vi ringrazio per il vostro coraggioso e costante esempio che, nei momenti di turbolenza, vergogna e dolore, ci mostra come voi continuate a mettervi in gioco con gioia per il Vangelo.

Sono convinto che, nella misura in cui siamo fedeli alla volontà di Dio, i tempi della purificazione ecclesiale che stiamo vivendo ci renderanno più gioiosi e semplici e, in un futuro non troppo lontano, saranno molto fruttuosi. «Non scoraggiamoci! II Signore sta purificando la sua Sposa e ci sta convertendo tutti a sé. Ci sta facendo sperimentare la prova perché comprendiamo che senza di Lui siamo polvere. Ci sta salvando dall’ipocrisia, dalla spiritualità delle apparenze. Egli sta soffiando il suo Spirito per ridare bellezza alla sua Sposa, sorpresa in flagrante adulterio. Ci farà bene prendere oggi il capitolo 16 di Ezechiele. Questa è la storia della Chiesa. Questa è la mia storia, può dire ognuno di noi. E alla fine, ma attraverso la tua vergogna, tu continuerai a essere il pastore. Il nostro umile pentimento, che rimane silenzioso tra le lacrime di fronte alla mostruosità del peccato e all’insondabile grandezza del perdono di Dio, questo, questo umile pentimento è l’inizio della nostra santità».

GRATITUDINE «Continuamente rendo grazie per voi» (Ef 1,16).

La vocazione, più che una nostra scelta, è risposta a una chiamata gratuita del Signore. È bello tornare in continuazione a quei passaggi evangelici che ci mostrano Gesù che prega, sceglie e chiama «perché stessero con lui e per mandarli a predicare» (Mc 3,14).

Vorrei ricordare qui un grande maestro di vita sacerdotale del mio paese natale, padre Lucio Gera, il quale, parlando a un gruppo di sacerdoti in tempi di molte prove in America Latina, diceva loro: “sempre, ma soprattutto nelle prove, dobbiamo ritornare a quei momenti luminosi in cui abbiamo sperimentato la chiamata del Signore a consacrare tutta la nostra vita al suo servizio”. È quello che mi piace chiamare “la memoria deuteronomica della vocazione” che ci permette di ritornare «a quel punto incandescente in cui la Grazia di Dio mi ha toccato all’inizio del cammino. È da quella scintilla che posso accendere il fuoco per l’oggi, per ogni giorno, e portare calore e luce ai miei fratelli e alle mie sorelle. Da quella scintilla si accende una gioia umile, una gioia che non offende il dolore e la disperazione, una gioia buona e mite».

Un giorno abbiamo pronunciato un “sì” che è nato e cresciuto nel seno di una comunità cristiana grazie a quei santi «della porta accanto» che ci hanno mostrato con fede semplice quanto valeva la pena dare tutto per il Signore e il suo Regno. Un “sì” la cui portata ha avuto e avrà una trascendenza insospettata, e che molte volte non saremo in grado di immaginare tutto il bene che è stato ed è capace di generare. È bello quando un anziano sacerdote è circondato e visitato da quei piccoli – ormai adulti – che agli inizi ha battezzato e, con gratitudine, vengono a presentargli la loro famiglia! Lì abbiamo scoperto che siamo stati unti per ungere e l’unzione di Dio non delude mai e mi fa dire con l’Apostolo: «Continuamente rendo grazie per voi» (Ef 1,16) e per tutto il bene che avete fatto.

Nei momenti di difficoltà, di fragilità, così come in quelli di debolezza e in cui emergono i nostri limiti, quando la peggiore di tutte le tentazioni è quella di restare a rimuginare la desolazione spezzando lo sguardo, il giudizio e il cuore, in quei momenti è importante – persino oserei dire cruciale – non solo non perdere la memoria piena di gratitudine per il passaggio del Signore nella nostra vita, la memoria del suo sguardo misericordioso che ci ha invitato a metterci in gioco per Lui e per il suo Popolo, ma avere anche il coraggio di metterla in pratica e con il salmista riuscire a costruire il nostro proprio canto di lode perché «eterna è la sua misericordia» (cfr Sal 135).

La gratitudine è sempre un’“arma potente”. Solo se siamo in grado di contemplare e ringraziare concretamente per tutti i gesti di amore, generosità, solidarietà e fiducia, così come di perdono, pazienza, sopportazione e compassione con cui siamo stati trattati, lasceremo che lo Spirito ci doni quell’aria fresca in grado di rinnovare (e non rattoppare) la nostra vita e missione. Lasciamo che, come Pietro la mattina della “pesca miracolosa”, il nostro constatare tutto il bene ricevuto ci faccia risvegliare la nostra capacità di stupirci e di ringraziare così da portarci a dire: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore» (Lc 5,8) e, ancora una volta, ascoltiamo dalle labbra del Signore la sua chiamata: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini” (Lc 5,10); perché «eterna è la sua misericordia» (cfr Sal 135).

Fratelli, grazie per la vostra fedeltà agli impegni assunti. È veramente significativo che, in una società e in una cultura che ha trasformato “il gassoso” in valore ci siano delle persone che scommettano e cerchino di assumere impegni che esigono tutta la vita. Sostanzialmente stiamo dicendo che continuiamo a credere in Dio che non ha mai rotto la sua alleanza, anche quando noi l’abbiamo infranta innumerevoli volte. Questo ci invita a celebrare la fedeltà di Dio che non smette di fidarsi, credere e scommettere nonostante i nostri limiti e peccati, e ci invita a fare lo stesso. Consapevoli di portare un tesoro in vasi di creta (cfr 2 Cor 4,7), sappiamo che il Signore si manifesta vincitore nella debolezza (cfr 2 Cor 12,9), non smette di sostenerci e chiamarci, dandoci il centuplo (cfr Mc 10,29-30) perché «eterna è la sua misericordia».

Grazie per la gioia con cui avete saputo donare la vostra vita, mostrando un cuore che nel corso degli anni ha combattuto e lottato per non diventare angusto ed amaro ed essere, al contrario, quotidianamente allargato dall’amore di Dio e del suo popolo; un cuore che, come il buon vino, il tempo non ha inacidito, ma gli ha dato una qualità sempre più squisita; perché «eterna è la sua misericordia».

Grazie perché cercate di rafforzare i legami di fraternità e di amicizia nel presbiterio e con il vostro vescovo, sostenendovi a vicenda, curando colui che è malato, cercando chi si è isolato, incoraggiando e imparando la saggezza dall’anziano, condividendo i beni, sapendo ridere e piangere insieme…: come sono necessari questi spazi! E persino rimanendo costanti e perseveranti quando avete dovuto farvi carico di qualche ardua missione o spingere un fratello a prendersi le proprie responsabilità; perché «eterna è la sua misericordia».

Grazie per la testimonianza di perseveranza e “sopportazione” (hypomoné) nell’impegno pastorale, il quale tante volte, mossi dalla parresia del pastore, ci porta a lottare con il Signore nella preghiera, come Mosè in quella coraggiosa e anche rischiosa intercessione per il popolo (cfr Nm 14,13-19; Es 32,30-32; Dt 9,18-21); perché «eterna è la sua misericordia».

Grazie perché celebrate quotidianamente l’Eucaristia e pascete con misericordia nel sacramento della riconciliazione, senza rigorismi né lassismi, facendovi carico delle persone e accompagnandole nel cammino della conversione verso la nuova vita che il Signore dona a tutti noi. Sappiamo che attraverso gli scalini della misericordia possiamo scendere fino al punto più basso della condizione umana – fragilità e peccato inclusi – e ascendere fino al punto più alto della perfezione divina: «Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro». E così essere «capaci di riscaldare il cuore delle persone, di camminare nella notte con loro, di saper dialogare e anche di scendere nella loro notte, nel loro buio senza perdersi»; perché «eterna è la sua misericordia».

Grazie perché ungete e annunciate a tutti, con ardore, “nel momento opportuno e non opportuno” il Vangelo di Gesù Cristo (cfr 2 Tm 4,2), sondando il cuore della propria comunità «per cercare dov’è vivo e ardente il desiderio di Dio, e anche dove tale dialogo, che era amoroso, sia stato soffocato o non abbia potuto dare frutto»; perché «eterna è la sua misericordia».

Grazie per tutte le volte in cui, lasciandovi commuovere nelle viscere, avete accolto quanti erano caduti, curato le loro ferite, offrendo calore ai loro cuori, mostrando tenerezza e compassione come il Samaritano della parabola (cfr Lc 10,25-37). Niente è così urgente come queste cose: prossimità, vicinanza, essere vicini alla carne del fratello sofferente. Quanto bene fa l’esempio di un sacerdote che si avvicina e non si allontana dalle ferite dei suoi fratelli!. Riflesso del cuore del pastore che ha imparato il gusto spirituale di sentirsi uno con il suo popolo; che non dimentica di essere uscito da esso e che solo servendolo troverà e potrà spiegare la sua più pura e piena identità, che gli consente de sviluppare uno stile di vita austero e semplice, senza accettare privilegi che non hanno il sapore del Vangelo; perché «eterna è la sua misericordia».

Ringraziamo anche per la santità del Popolo fedele di Dio che siamo invitati a pascere e attraverso il quale il Signore pasce e cura anche noi con il dono di poter contemplare questo popolo «nei genitori che crescono con tanto amore i loro figli, negli uomini e nelle donne che lavorano per portare il pane a casa, nei malati, nelle religiose anziane che continuano a sorridere. In questa costanza per andare avanti giorno dopo giorno vedo la santità della Chiesa militante». Rendiamo grazie per ognuno di loro e lasciamoci soccorrere e incoraggiare dalla loro testimonianza; perché «eterna è la sua misericordia».

CORAGGIO «Il mio desiderio è che vi sentiate incoraggiati» (cfr Col 2,2).

Il mio secondo grande desiderio, facendomi eco delle parole di san Paolo, è di accompagnarvi a rinnovare il nostro coraggio sacerdotale, frutto soprattutto dell’azione dello Spirito Santo nelle nostre vite. Di fronte a esperienze dolorose, tutti abbiamo bisogno di conforto e incoraggiamento. La missione a cui siamo stati chiamati non implica di essere immuni dalla sofferenza, dal dolore e persino dall’incomprensione; al contrario, ci chiede di affrontarli e assumerli per lasciare che il Signore li trasformi e ci configuri di più a Lui. «In ultima analisi, la mancanza di un riconoscimento sincero, sofferto e orante dei nostri limiti è ciò che impedisce alla grazia di agire meglio in noi, poiché non le lascia spazio per provocare quel bene possibile che si integra in un cammino sincero e reale di crescita».

Un buon “test” per sapere come si trova il nostro cuore di pastore è chiedersi come stiamo affrontando il dolore. Molte volte può capitare di comportarsi come il levita o il sacerdote della parabola che si voltano dall’altra parte e ignorano l’uomo che giace a terra (cfr Lc 10,31-32). Altri si avvicinano male, intellettualizzano rifugiandosi in luoghi comuni: “la vita è così”, “non si può fare nulla”, dando spazio al fatalismo e allo scoraggiamento; oppure si avvicinano con uno sguardo di preferenze selettive generando così solo isolamento ed esclusione. «Come il profeta Giona, sempre portiamo latente in noi la tentazione di fuggire in un luogo sicuro che può avere molti nomi: individualismo, spiritualismo, chiusura in piccoli mondi…», i quali lungi dal far commuovere le nostre viscere finiscono per allontanarci dalle ferite proprie, da quelle degli altri e, quindi, dalle ferite di Gesù.

In questa stessa linea, vorrei sottolineare un altro atteggiamento sottile e pericoloso che, come amava dire Bernanos, è «il più prezioso degli elisir del demonio» e il più dannoso per noi che vogliamo servire il Signore perché semina scoraggiamento, orfanezza e porta alla disperazione. Delusi dalla realtà, dalla Chiesa o da noi stessi, possiamo vivere la tentazione di aggrapparci ad una tristezza dolciastra, che i padri dell’Oriente chiamavano accidia. Il card. Tomáš Špidlík diceva: «Se ci assale la tristezza per la vita come tale, per la compagnia degli altri, per il fatto che siamo soli, allora c’è sempre qualche mancanza di fede nella Provvidenza di Dio e nella sua opera. La tristezza paralizza il coraggio di proseguire nel lavoro, nella preghiera, ci rende antipatici i nostri vicini. Gli autori monastici, che dedicano una lunga descrizione a questo vizio, lo chiamano il nemico peggiore della vita spirituale».

Conosciamo quella tristezza che porta all’assuefazione e conduce gradualmente alla naturalizzazione del male e dell’ingiustizia con il debole sussurro di quel “si è sempre fatto così”. Tristezza che rende sterili tutti i tentativi di trasformazione e conversione, propagando risentimento e animosità. «Questa non è la scelta di una vita degna e piena, questo non è il desiderio di Dio per noi, questa non è la vita nello Spirito che sgorga dal cuore di Cristo risorto» e per la quale siamo stati chiamati. Fratelli, quando quella tristezza dolciastra minaccia di impadronirsi della nostra vita o della nostra comunità, senza spaventarci né preoccuparci, ma con determinazione, chiediamo e facciamo chiedere allo Spirito che «venga a risvegliarci!, a dare uno scossone al nostro torpore, a liberarci dall’inerzia! Sfidiamo l’abitudinarietà, apriamo bene gli occhi e gli orecchi, e soprattutto il cuore, per lasciarci smuovere da ciò che succede intorno a noi e dal grido della Parola viva ed efficace del Risorto».

Consentitemi di ripeterlo, tutti abbiamo bisogno del conforto e della forza di Dio e dei fratelli in tempi difficili. A tutti noi servono quelle accorate parole di san Paolo alle sue comunità: «Vi prego quindi di non perdervi d’animo a causa delle mie tribolazioni per voi» (Ef 3,13); «Il mio desiderio è che vi sentiate incoraggiati» (cfr Col 2,2), e così poter compiere la missione che ogni mattina il Signore ci dona: trasmettere «una grande gioia, che sarà di tutto il popolo» (Lc 2,10). Ma, appunto, non come teoria o conoscenza intellettuale o morale di ciò che dovrebbe essere, bensì come uomini che immersi nel dolore sono stati trasformati e trasfigurati dal Signore, e come Giobbe arrivano ad esclamare: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (42,5). Senza questa esperienza fondante, tutti i nostri sforzi ci porteranno sulla via della frustrazione e del disincanto.

Durante la nostra vita, abbiamo potuto contemplare come «con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia». Anche se ci sono diverse fasi in questa esperienza, sappiamo che al di là delle nostre fragilità e dei nostri peccati, Dio «ci permette di alzare la testa e ricominciare, con una tenerezza che mai ci delude e che sempre può restituirci la gioia». Quella gioia non nasce dai nostri sforzi volontaristici o intellettualistici ma dalla fiducia di sapere che le parole di Gesù a Pietro continuano ad agire: nel momento in cui sarai “passato al vaglio”, non dimenticare che Io stesso «ho pregato per te, che non venga meno la tua fede» (Lc 22,32). Il Signore è il primo a pregare e combattere per te e per me. E ci invita ad entrare pienamente nella sua preghiera. Possono addirittura esserci dei momenti in cui dovremmo immergerci «nella preghiera del Getsemani, la più umana e drammatica delle preghiere di Gesù (…). C’è supplica, tristezza, angoscia, quasi un disorientamento (Mc 14,33)».

Sappiamo che non è facile restare davanti al Signore lasciando che il suo sguardo percorra la nostra vita, guarisca il nostro cuore ferito e lavi i nostri piedi impregnati dalla mondanità che ci si è attaccata lungo la strada e ci impedisce di camminare. È nella preghiera che sperimentiamo la nostra benedetta precarietà che ci ricorda il nostro essere dei discepoli bisognosi dell’aiuto del Signore, e ci libera dalla tendenza prometeica «di coloro che in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie forze e si sentono superiori agli altri perché osservano determinate norme».

Fratelli, Gesù più di chiunque altro conosce i nostri sforzi e risultati, così come i fallimenti e gli insuccessi. Lui è il primo a dirci: «Venite a me, voi tutti, che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita» (Mt 11,28-29).

In una tale preghiera sappiamo che non siamo mai da soli. La preghiera del pastore è una preghiera abitata sia dallo Spirito «il quale grida: Abbà, Padre!» (Gal 4,6), sia dal popolo che gli è stato affidato. La nostra missione e identità ricevono luce da questo doppio legame.

La preghiera del pastore si nutre e si incarna nel cuore del Popolo di Dio. Porta i segni delle ferite e delle gioie della sua gente che nel silenzio presenta davanti al Signore affinché siano unti con il dono dello Spirito Santo. È la speranza del pastore che confida e lotta affinché il Signore possa sanare la nostra fragilità, quella personale e quella delle nostre comunità. Ma non perdiamo di vista il fatto che è proprio nella preghiera del Popolo di Dio dove il cuore del pastore si incarna e trova il suo posto. Questo ci rende tutti liberi dal cercare o volere risposte facili, veloci e prefabbricate, permettendo al Signore di essere Lui (e non le nostre ricette e priorità) a mostrarci un cammino di speranza. Non perdiamo di vista il fatto che, nei momenti più difficili della comunità primitiva, come leggiamo nel libro degli Atti degli Apostoli, la preghiera è diventata la vera protagonista.

Fratelli, riconosciamo la nostra fragilità, sì; ma permettiamo che Gesù la trasformi e ci proietti in continuazione verso la missione. Non perdiamo la gioia di sentirci “pecore”, di sapere che Lui è nostro Signore e Pastore.

Per mantenere il cuore coraggioso è necessario non trascurare questi due legami costitutivi della nostra identità: il primo, con Gesù. Ogni volta che ci sleghiamo da Gesù o trascuriamo la nostra relazione con Lui, a poco a poco il nostro impegno si inaridisce e le nostre lampade rimangono senza l’olio in grado di illuminare la vita (cfr Mt 25,1-13): «Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me…perché senza di me non potete far nulla» (Gv 15,4-5). In questo senso, vorrei incoraggiarvi a non trascurare l’accompagnamento spirituale, avendo un fratello con cui parlare, confrontarsi, discutere e discernere in piena fiducia e trasparenza il proprio cammino; un fratello sapiente con cui fare l’esperienza di sapersi discepoli. Cercatelo, trovatelo e godete la gioia di lasciarvi curare, accompagnare e consigliare. È un aiuto insostituibile per poter vivere il ministero facendo la volontà del Padre (cfr Eb 10,9) e lasciare il cuore battere con «gli stessi sentimenti di Cristo Gesù» (Fil 2,5). Quanto bene ci fanno le parole del Qoèlet: «Meglio essere in due che uno solo… Infatti, se cadono, l’uno rialza l’altro. Guai invece a chi è solo: se cade, non ha nessuno che lo rialzi» (4,9-10).

L’altro legame costitutivo: aumentate e nutrite il vincolo con il vostro popolo. Non isolatevi dalla vostra gente e dai presbiteri o dalle comunità. Ancora meno non rinchiudetevi in gruppi chiusi ed elitari. Questo, alla fine, soffoca e avvelena lo spirito. Un ministro coraggioso è un ministro sempre in uscita; ed “essere in uscita” ci porta a camminare «a volte davanti, a volte in mezzo e a volte dietro: davanti, per guidare la comunità; in mezzo, per incoraggiarla e sostenerla; dietro, per tenerla unita perché nessuno rimanga troppo, troppo indietro, per tenerla unita, e anche per un’altra ragione: perché il popolo ha “fiuto”! Ha fiuto nel trovare nuove vie per il cammino, ha il “sensus fidei” [cfr Lumen Gentium, 12]. Che cosa c’è di più bello?». Gesù stesso è il modello di questa scelta evangelizzatrice che ci introduce nel cuore del popolo. Quanto bene ci fa vederlo vicino a tutti! Il donarsi di Gesù sulla croce non è altro che il culmine di questo stile evangelizzatore che ha contrassegnato tutta la sua esistenza.

Fratelli, il dolore di tante vittime, il dolore del Popolo di Dio, così come il nostro, non può andare perduto. È Gesù stesso che porta tutto questo peso sulla sua croce e ci invita a rinnovare la nostra missione per essere vicini a coloro che soffrono, per stare, senza vergogna, vicini alle miserie umane e, perché no, viverle come proprie per renderle eucaristia. Il nostro tempo, segnato da vecchie e nuove ferite, ci impone di essere artigiani di relazione e comunione, aperti, fiduciosi e in attesa della novità che il Regno di Dio vuole suscitare oggi. Un regno di peccatori perdonati, invitati a testimoniare la sempre viva e attiva compassione del Signore; «perché eterna è la sua misericordia».

LODE «L’anima mia magnifica il Signore» (Lc 1,46).

È impossibile parlare di gratitudine e incoraggiamento senza contemplare Maria. Lei, donna dal cuore trafitto (cfr Lc 2,35) ci insegna la lode capace di aprire lo sguardo al futuro e restituire speranza al presente. Tutta la sua vita è stata condensata nel suo canto di lode (cfr Lc 1,46-55), che anche noi siamo invitati a cantare come promessa di pienezza.

Ogni volta che vado in un Santuario Mariano, mi piace “guadagnare tempo guardando e a lasciandomi guardare dalla Madre, chiedendo la fiducia del bambino, del povero e del semplice che sa che lì c’è sua madre e che può mendicare un posto nel suo grembo. E nel guardarla, ascoltare ancora una volta come l’indio Juan Diego: «Che c’è, figlio mio, il più piccolo di tutti? Che cosa rattrista il tuo cuore? Non ci sono forse qui io, io che ho l’onore di essere tua madre?».

Guardare Maria è tornare «a credere nella forza rivoluzionaria della tenerezza e dell’affetto. In lei vediamo che l’umiltà e la tenerezza non sono virtù dei deboli ma dei forti, che non hanno bisogno di maltrattare gli altri per sentirsi importanti».

Se qualche volta lo sguardo inizia a indurirsi, o sentiamo che la forza seducente dell’apatia o della desolazione vuole mettere radici e impadronirsi del cuore; se il gusto di sentirci parte viva e integra del Popolo di Dio comincia a infastidirci e ci sentiamo spinti verso un atteggiamento elitario… non avere paura di contemplare Maria e intonare il suo canto di lode.

Se qualche volta ci sentiamo tentati di isolarci e rinchiuderci in noi stessi e nei nostri progetti proteggendoci dalle vie sempre polverose della storia, o se lamenti, proteste, critiche o ironia si impadroniscono del nostro agire senza voglia di combattere, di aspettare e di amare… guardiamo a Maria affinché purifichi i nostri occhi da ogni “pagliuzza” che potrebbe impedirci di essere attenti e svegli per contemplare e celebrare Cristo che vive in mezzo al suo Popolo. E se vediamo che non riusciamo a camminare diritto, che facciamo fatica a mantenere i propositi di conversione, rivolgiamoci a Lui come lo faceva supplicandolo, quasi in modo complice, quel grande parroco, anche poeta, della mia diocesi precedente: «Questa sera, Signora, la promessa è sincera. Ma, per ogni evenienza, non dimenticarti di lasciare la chiave fuori». Lei «è l’amica sempre attenta perché non venga a mancare il vino nella nostra vita. È colei che ha il cuore trafitto dalla spada, che comprende tutte le pene. Quale madre di tutti, è segno di speranza per i popoli che soffrono i dolori del parto finché non germogli la giustizia… Come una vera madre, cammina con noi, combatte con noi, ed effonde incessantemente la vicinanza dell’amore di Dio».

Fratelli, ancora una volta, «continuamente rendo grazie per voi» (Ef 1,16) per la vostra dedizione e missione con la certezza che «Dio rimuove le pietre più dure, contro cui vanno a schiantarsi speranze e aspettative: la morte, il peccato, la paura, la mondanità. La storia umana non finisce davanti a una pietra sepolcrale, perché scopre oggi la “pietra viva” (cfr 1 Pt 2,4): Gesù risorto. Noi come Chiesa siamo fondati su di Lui e, anche quando ci perdiamo d’animo, quando siamo tentati di giudicare tutto sulla base dei nostri insuccessi, Egli viene a fare nuove le cose».

Lasciamo che sia la gratitudine a suscitare la lode e ci incoraggi ancora una volta alla missione di ungere i nostri fratelli nella speranza. Ad essere uomini che testimoniano con la loro vita la compassione e la misericordia che solo Gesù può donarci.

Il Signore Gesù vi benedica e la Santa Vergine vi custodisca. E, per favore, vi chiedo di non dimenticare di pregare per me.

Fraternamente,

Francesco