Il Monastero Sacro Cuore di Erice

LA NOSTRA STORIA

Il Monastero Sacro Cuore nasce ad Alcamo (TP) il 24 giugno 1914 come fondazione del Protomonastero S. Chiara di Assisi, grazie a sr. Carmela Cherubina Paglicci Reattelli, sr. Chiara Giuseppa Corsini e sr. Maria Cherubina Bonifazi, donne dal cuore fecondo e aperte al soffio dello Spirito. Le Madri venute da Assisi trovarono in sito una piccola comunità religiosa senza però alcuna appartenenza ad un Ordine o Istituto, che prestissimo si arricchì di numerose vocazioni. Nonostante le inevitabili fatiche degli inizi, molte sono state le consolazioni di Dio per questo piccolo gregge voluto dalla Sua infinita misericordia. Dopo le vicende della I Guerra Mondiale, il monastero fu canonicamente eretto il 21 ottobre 1922 ed il 13 novembre dello stesso anno fu celebrato il primo Capitolo elettivo.  Tre giorni dopo, il 16 novembre, il nuovo Monastero fu inaugurato con il titolo di “S. Chiara del Sacro Cuore”. Con immensa riconoscenza possiamo ben dire che il «santo coraggio» lasciatoci in eredità da Madre Carmela Cherubina Paglicci Reattelli, sr. Chiara Giuseppa Corsini e sr. Maria Cherubina Bonifazi, incentivato dal desiderio e dall’urgenza di spandere il ‘seme clariano’ sino alle periferie della società di quel tempo, trova ancora vita e compimento nell’Oggi della nostra comunità. Infatti, un lungo e sofferto discernimento nato da alcune importanti problematiche strutturali e architettoniche del monastero, ci ha spinte alla ricerca di una struttura più adeguata alla nostra vita clariana facendoci salire “la montagna del Signore”, così come viene definita Erice (TP). Lo scorso 29 Ottobre 2020 abbiamo inaugurato la nostra presenza nel cinquecentesco convento donatoci dai Frati Minori Cappuccini di Palermo, con un piccolo gruppo di sorelle, dopo aver restaurato, grazie alla Divina Provvidenza, due piani della nostra nuova sede. Dopo il restauro di altri ambienti del pian terreno e ancora in attesa di un finanziamento pubblico che ci permetterà di completare i lavori, il 2 agosto 2021 l’intera comunità si ritrova finalmente riunita a Erice. Con gioia desideriamo innalzare il nostro grazie a Dio Padre delle misericordie per gli immensi benefici di cui ci ha colmate!

IL NOSTRO LAVORO

Vivendo il lavoro come grazia, la fatica quotidiana ci unisce in comunione con l’umanità che per vivere deve mantenersi.  E il lavoro, svolto per “l’utilità comune”, viene vissuto come luogo in cui si incarna il sacrificio della lode tanto gradito a Dio. Il nostro lavoro, dunque, che ci impegniamo a svolgere “con fedeltà e devozione”, come leggiamo nel cap. VII della nostra Regola, oltre alle quotidiane faccende domestiche, consiste nella realizzazione di preziosi ricami liturgici in oro e seta, nel restauro dei paramenti antichi, nella decorazione di ceri pasquali e candele, nella produzione di un vasto settore della legatoria con la creazione di copribreviari, coprimessali, coprilezionari, album fotografici e quaderni con coperte in cuoio, pelle, tela e carta decorativa.

ACCOGLIENZA

Nel cuore del terreno adiacente al monastero, nel nostro piccolo Eremo San Francesco, restaurato grazie alla solidarietà di alcuni fratelli e sorelle, diamo la possibilità di accoglienza autogestita per momenti di ritiro (personale o di gruppi), di riposo e di condivisione della preghiera liturgica della Comunità. Per chi lo desidera, la Chiesa del Monastero è aperta sia al mattino che al pomeriggio per la preghiera personale e, previo appuntamento, si può avere la possibilità di un incontro con le sorelle della comunità. Negli orari di ricevimento si può suonare alla nostra portineria o telefonare, per affidare le proprie intenzioni di preghiera alla comunità o scriverci per email.

LA VITA NEL MONASTERO

Il carisma delle sorelle povere di S. Chiara ha mosso i suoi primi passi nel 1211, anno in cui Chiara, nobile donna della città di Assisi, lasciò gli agi della casa paterna per seguire Cristo Povero e crocifisso. La novità evangelica della vita di Chiara e delle sue prime compagne consiste nel mettere insieme, in una sintesi armonica e creativa allo stesso tempo, la vita monastica tradizionale e la spiritualità di minorità e di povertà loro donata dal Poverello d’Assisi. Esse, cogliendo in pienezza il nesso operato da Francesco tra povertà evangelica e nozze con Cristo, scelgono di vivere una vita integralmente contemplativa tra le mura di un angusto luogo, così come fu definito il Monastero di S. Damiano. La povertà abbracciata da Chiara e dalle sue sorelle, oltre che ad essere una povertà materiale e spirituale è quindi anche una povertà di spazio, che trova forma ed espressione nella vita claustrale. L’avventura di Chiara e delle prime compagne non ha inizio da una regola ben definita: la loro forma vitae assume una fisionomia propria nei solchi della quotidianità. Tratto caratteristico della spiritualità delle sorelle povere è il tenere insieme, come in un mosaico dai variopinti tasselli, una vita di preghiera, di contemplazione e di lavoro, di silenzio e di fraternità. L’amore con cui Chiara ama il Cristo Suo Signore prende corpo in un’esistenza vissuta nel silenzio orante, nella continua lode a Dio, nell’intercessione costante per le deboli membra del Suo mistico corpo e nella cura attenta e materna verso ogni sorella. L’odierno documento Vultum Dei Quarere di Papa Francesco, così si rivolge a noi monache: “Siate fari, per i vicini e soprattutto per i lontani (…) Con la vostra vita trasfigurata e con parole semplici, ruminate nel silenzio, indicateci Colui che è via, verità e vita, l’unico Signore che offre pienezza alla nostra esistenza e dona vita in abbondanza”.

Eremo Francescano Santa Maria Maddalena

L’esperienza degli eremiti, che è all’origine del monachesimo, ancora oggi è presente nella Chiesa e ve ne sono vari esempi. Ci accostiamo a questa realtà e cominciamo a conoscerla, tramite la testimonianza di fr. Cristiano di Gesù, che vive da eremita nell’Eremo Francescano Santa Maria Maddalena. L’eremo si trova ad Adelano di Zeri (MS), a circa 25 km da Pontremoli. Continua a leggere

A Palermo in dialogo con le Superiore Religiose.

Con l’incontro del 27 ottobre 2021, svoltosi presso il Convento delle Suore Cappuccine dell’Immacolata di Lourdes di Palermo, si avviano tempi e spazi dedicati all’ascolto di Vescovi, Rettori di Seminari, Superiori Religiosi, e di tutti coloro che sono coinvolti nella pastorale vocazionale. L’ascolto, nello stile della sinodalità, vuole fare attenti alle realtà ed alle esigenze di tutti, per rendere un servizio più rispondente al tempo che viviamo.

L’incontro è stato organizzato dall’USMI (Unione Superiore Maggiori d’Italia) dell’Arcidiocesi di Palermo: il primo incontro in presenza, dopo i tempi in cui si è supplito con gli incontri online. Tornare a incontrarsi è stato già in sé un motivo di gioia.

L’incontro ha avuto come suo centro una riflessione di p. Enzo Marchese, OFMCap, sulla sinodalità. Nel corso dell’esposizione del tema, fr. Enzo ha fatto anche riferimento a quanto offerto alla riflessione dell’Arcidiocesi di Palermo dal Card. Mario Grech nel corso dell’Assemblea diocesana che ha aperto l’anno pastorale.

Quindi è stato dato uno spazio a Maria Lo Presti, quale Vicepresidente alle Vocazioni del Serra Club Italia. Si è presentato il Serra Club, sul quale vi è stato modo di chiarire alcuni aspetti della sua realtà; ci si è soffermati sull’attività avviata dalla Commissione Vocazioni a partire dal settembre scorso. Tutto ciò ha suscitato interesse. Si è anche richiamata una delle attività del Serra, il Concorso Scolastico, già nota e per cui si è prospettata una partecipazione.

Varie religiose conoscevano bene San Junipero Serra, essendo state in America Latina.

Aperto il momento degli interventi, ci si è soffermati su alcuni aspetti problematici della vita religiosa. Certamente, il primo problema avvertito è quello della carenza di risposta alla vocazione. Ma più profondamente, si annota che la realtà della vita religiosa, la sua bellezza, e il valore della consacrazione, sono poco percepiti nella loro essenza, anche nella comunità cattolica. Spesso ci si chiede delle religiose cosa facciano, e si valutano le loro ‘opere’. Mentre si sollecita una riflessione sul valore in sé della persona consacrata, segno nel tempo della vocazione alla vita futura. Da ciò si comprende come guardare alle vocazioni, e non solo a quelle presbiterali, richieda una riflessione più ampia sul contesto socio-culturale in cui ci muoviamo.

Lo scambio è stato cordiale e vivace; ricco di spunti di riflessione, il dialogo è stato fruttuoso: ci si è conosciuti meglio e si sono prospettate delle idee per collaborazioni.

La riunione si è conclusa con un momento di fraternità attorno a dei dolcetti, e con il desiderio di incontrarsi ancora.

Maria Lo Presti

Nomaldefia

“Nomadelfia” dal greco significa: “legge della fraternità”.

Su questa legge don Zeno Saltini (1900 – 1981) ha fondato un nuovo popolo: Nomadelfia.

Don Zeno, padre e fondatore di Nomadelfia

Zeno Saltini nasce a Fossoli di Carpi (Modena) il 30 Agosto 1900 in una famiglia patriarcale benestante.
È il nono tra i dodici figli di Cesare e Filomena.
Nel 1914 rifiuta la scuola e va a lavorare in campagna con gli operai del nonno, Giuseppe Saltini.
Soldato di leva a Firenze, nel 1920, ha una violenta discussione con un amico anarchico, il quale sostiene che Cristo e la Chiesa sono di ostacolo al progresso umano. Lui sostiene il contrario, pur riconoscendo che i cristiani sono in gran parte incoerenti. Ma l’anarchico è istruito e vince lo scontro verbale. Zeno decide: “Gli risponderò con la mia vita. Cambio civiltà cominciando da me stesso. Non voglio più essere né padrone né servo “. Riprende gli studi.
Nel dicembre 1929 si laurea in legge all’Università Cattolica di Milano.
Nel 1931, dopo un solo anno di seminario, celebra la Prima Messa nel duomo di Carpi e si fa padre di un ragazzo appena uscito dal carcere, Danilo “Barile”, il primo di 5000 figli.
Nel 1941 Irene, una ragazza di 18 anni, scappa di casa per farsi mamma di questi bambini. È la prima mamma di vocazione. In seguito, altre giovani donne la seguiranno.
Anche diversi sacerdoti si uniscono a don Zeno.
Dopo l’8 settembre 1943 don Zeno, che già prima era stato arrestato e denunciato al Tribunale militare, riesce ad attraversare il fronte e a raggiungere la zona libera al Sud.
Molti dei giovani Piccoli Apostoli partecipano alla Resistenza e sette perdono la vita. Tra loro anche un sacerdote, mentre altri tre sacerdoti vengono imprigionati e rischiano la fucilazione per l’aiuto dato agli Ebrei.
Nel 1947 i Piccoli Apostoli, sparsi in varie località del modenese, occupano l’ex campo di concentramento di Fossoli che trasformano nella città “dove la fraternità è legge”: Nomadelfia.
Si formano le prime famiglie di sposi, disposti anch’essi ad accogliere come figli i fanciulli in stato di abbandono.
Nel febbraio 1948 i Nomadelfi approvano e sottoscrivono sull’altare la loro Costituzione. Poco dopo 120 bambini del brefotrofio di Roma vengono accolti a Nomadelfia.
Nel 1950 don Zeno propone al popolo una nuova politica con il “Movimento della Fraternità Umana”, ma questo impegno gli fa crescere attorno ostilità e contrasti.
Il 5 febbraio 1952, con un decreto del S. Ufficio, don Zeno viene allontanato e la Comunità è sciolta.
Alla fine del 1953 chiede ed ottiene pro-gratia la riduzione allo stato laicale per poter continuare a vivere come padre del suo popolo.
Nel 1962 don Zeno riprende l’esercizio del sacerdozio e Nomadelfia viene eretta a parrocchia.
Gli ultimi anni sono anni sempre permeati dall’ansia di andare al popolo per proporre una strada diversa. Nascono iniziative come le Serate, la Nomade, la Carovana, il teatro-tenda.
Il 12 agosto 1980 don Zeno con i figli di Nomadelfia offre una Serata di danze al Papa Giovanni Paolo II a Castel Gandolfo e, pochi mesi dopo quell’abbraccio, muore a Nomadelfia il 15 gennaio 1981.
Dopo la morte del fondatore, Nomadelfia ha continuato sulla strada che don Zeno ha tracciato. E domenica 21 maggio 1989 Papa Giovanni Paolo II è a Nomadelfia. Tra l’altro in quella occasione dice: “Siete una parrocchia che si ispira al modello descritto dagli Atti degli Apostoli… Una società che prepara le sue leggi ispirandosi agli ideali predicati da Cristo. Vi chiedo di amare la Chiesa, poiché anch’essa vi ama ed apprezza la vostra esperienza”.
I nomadelfi hanno portato a termine negli anni ’90 il lavoro di fusione delle costituzioni e la costituzione è stata definitivamente approvata dalla S. Sede il 18 giugno 2000. Era l’anno centenario della nascita di don Zeno.
Il 10 maggio 2018 anche papa Francesco è venuto a Nomadelfia e l’ha definita “una realtà profetica che si propone di realizzare una nuova civiltà, attuando il Vangelo come forma di vita buona e bella”.

Nomadelfia un piccolo popolo comunitario

È una popolazione di 300 persone, 50 famiglie, che attualmente hanno costituito un piccolo paese su un territorio di 4 Km2 in Toscana vicino a Grosseto. È un popolo diverso, “nuovo”, perché formato da persone volontarie: cattolici che vivono insieme con lo scopo di costruire una nuova civiltà fondata sul Vangelo.
Per la Chiesa è una “associazione privata” e una parrocchia comunitaria.
Per lo Stato è un’associazione civile.
Nomadelfia è un piccolo popolo comunitario, più che una comunità. Ha una sua storia, una sua cultura, una sua legge, un suo linguaggio, un suo costume di vita, una sua tradizione. È una popolazione con tutte le componenti: uomini, donne, sacerdoti, famiglie, figli.
È un popolo fondato sulla libertà. Nomadelfi non si nasce, si diventa per libera scelta. Coloro che desiderano diventare nomadelfi, compresi gli stessi figli, devono chiedere di essere ammessi ad un periodo di prova della durata di tre anni. Al termine, se accettati, firmano la Costituzione sull’altare davanti a tutto il popolo.
Chi si fa nomadelfo si impegna per tutta la vita. Tuttavia è libero di ritirarsi in qualsiasi momento.
È un popolo fondato sulla comunione fraterna dei beni. Tutti i beni sono in comune.
Le risorse economiche provengono dal lavoro, dai contributi assistenziali per i figli accolti, e dalla Provvidenza, specialmente attraverso le attività di apostolato: stampa, Serate, incontri.

È un popolo fondato sulla generosità.

I nomadelfi accettano una vita per gli altri, obbedienti alle disposizioni degli organi competenti e disponibili a qualsiasi iniziativa, lavoro, spostamento.

È un popolo fondato sulla fede.

La comunità, la libertà, la generosità trovano la loro sorgente nella fede. I nomadelfi sono cattolici praticanti e la Chiesa li ha costituiti in parrocchia nel 1962.

È un popolo con una Costituzione.

Per lo Stato italiano Nomadelfia è un’associazione civile, organizzata sotto forma di cooperativa di lavoro.
Internamente vige una Costituzione che nei valori si ispira al Vangelo e nell’organizzazione si richiama ai principi degli Stati di diritto.
È una democrazia diretta, nella quale tutti i membri effettivi partecipano in Assemblea all’approvazione delle leggi, prendono le decisioni più importanti, rinnovano le cariche costituzionali.
Il potere esecutivo è esercitato dalla Presidenza, che organizza la vita quotidiana, compone i gruppi familiari, accoglie e affida figli alle famiglie, ammette nuovi postulanti, assegna il lavoro alle singole persone. Il Consiglio Amministrativo cura l’amministrazione.
Il Consiglio degli Anziani elegge e controlla l’Economato, e arbitra in caso di mancata unanimità dell’Assemblea.
Il Collegio dei Giudici interviene nei casi di contrasto e di incoerenza. Chi sbaglia è perdonato purché si penta.
Il Successore del fondatore è un sacerdote. Garantisce che la vita si svolga in armonia con lo spirito del fondatore, del Vangelo e della Costituzione.

Una famiglia di famiglie: i gruppi familiari

Le famiglie sono aperte all’accoglienza di figli in affido e vivono assieme ad altre quattro o cinque nel “gruppo familiare”. Il gruppo familiare è la realtà fondamentale di Nomadelfia, è una soluzione perché una famiglia è di sostegno all’altra, specialmente nell’attenzione alle persone più deboli: i bambini e gli anziani. Oltre alle famiglie di coniugi ci sono le famiglie di mamme di vocazione, donne che abbracciano la verginità per donare la maternità a figli che ne hanno bisogno.
I figli accolti sono consegnati all’altare alle mamme di vocazione e agli sposi con le parole che Gesù ha rivolto dalla croce alla Madonna e a Giovanni: “Donna, ecco tuo figlio. Figlio, ecco tua madre”.
Uno dei principi fondamentali è la condivisione educativa: uomini e donne sono tenuti ad esercitare la paternità e la maternità su tutti i figli, anche su quelli che non appartengono alla loro famiglia. Devono quindi trattarli alla pari e intervenire nell’educazione di tutti secondo una linea pedagogica comune, ispirata al Vangelo.
Una volta raggiunta la maggiore età, i figli sono liberi di rimanere oppure di uscire dalla comunità. In questo caso vengono aiutati a sistemarsi.
In Nomadelfia non esiste proprietà privata, ma nella fraternità tutti i beni sono in comune secondo la preghiera di Gesù all’Ultima Cena: “Padre, tutto quello che è mio è tuo, tutto quello che è tuo è mio, così siano essi…”.

Lavoro: un atto d’amore

Un lavoro senza padroni e senza dipendenti.
Nel lavoro è nata una soluzione sociale che supera il dualismo “padrone e operaio” ed anche le più avanzate esperienze di compartecipazione e di cooperativismo: la fraternità. I Nomadelfi lavorano nei laboratori, negli uffici, nelle scuole della comunità.
Un lavoro senza sfruttamento: tutti sono corresponsabili.
Le attività di lavoro vengono gestite fraternamente e non è ammessa nessuna forma di sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
La presidenza nomina per ogni attività un responsabile, che dovrà gestirla in armonia con le altre attività della popolazione.
Per ogni lavoro è importante la disponibilità.
Non c’è carriera e tutti sono disponibili a qualsiasi tipo di lavoro al quale sono indirizzati dalla presidenza, che, logicamente, tiene conto sia delle esigenze delle comunità sia delle capacità personali.
A particolari lavori, come ad esempio la guardia notturna, la stalla nei giorni festivi, il servizio di autobus interno o l’accompagnamento delle comitive di visitatori, partecipano a turno tutte le persone idonee.
Nessuno è pagato. Anzi, non c’è alcuna forma di proprietà privata, ma solo l’uso dei beni. In Nomadelfia non esiste il disoccupato; diversamente abili e anziani continuano a lavorare in proporzione alle loro possibilità. Nessuno perciò si sente inutile.
Per risolvere il problema dei lavori stagionali (come la potatura, la vendemmia, la raccolta delle olive), pesanti (come lo spietramento dei campi, la manutenzione delle strade), e ripetitivi si organizzano “lavori di massa” ai quali tutta la popolazione partecipa.
Con attrezzature meccaniche e con lavori di massa si è costruita una diga con un laghetto artificiale di 300.000 m3 e una rete di irrigazione.
Orari di lavoro: durante i giorni feriali, compreso il sabato, i nomadelfi lavorano al mattino per 5 ore nelle aziende, nei laboratori, nelle scuole, negli uffici. Al pomeriggio il lavoro specializzato può essere sostituito da “lavori di massa”.

Cultura vivente

La cultura di Nomadelfia deriva da un patrimonio di fede, di conoscenze e di esperienze, che spingono all’amore per il prossimo e alla costruzione di una società nuova.
Per don Zeno, però, possedere una cultura non significa soltanto “conoscere”, ma vivere ciò che si conosce: è il concetto di “cultura vivente”, un impegno alla coerenza.
Ogni giorno, dopo il lavoro, i Nomadelfi si radunano in una sala comune per un’ora di studio e di riflessione. Per approfondire la propria missione si riascoltano specialmente i discorsi di don Zeno, ai quali seguono riflessioni comunitarie. A volte si studiano i problemi della società attraverso documentari o relazioni di qualche nomadelfo preparato sull’argomento, o partecipando a conferenze di personalità esterne.
È una forma di educazione permanente alla quale partecipano spesso anche i figli.
Questo impegno quotidiano è completato ogni anno da un corso di esercizi spirituali di dieci giorni, per mettere a fuoco gli aspetti fondamentali di Nomadelfia e per rivedere la propria vita.

La scuola familiare

La scuola di Nomadelfia è “familiare”. È nata nel 1968, quando i genitori hanno ottenuto dal Ministero della Pubblica Istruzione di potere istruire i figli sotto la propria responsabilità, con l’obbligo di presentare i figli come privatisti agli esami di Stato di quinta elementare e terza media.

Scuola “vivente”.
È “vivente” perché ogni momento della vita è scuola in quanto l’ambiente familiare, sociale e naturale nel quale i ragazzi vivono è di per sé educativo. I gruppi di scuola si chiamano “cicli” e sono generalmente omogenei per età, interessi ed esperienze.
Non esistono voti e non ci sono né promozioni né bocciature. I programmi sono sviluppati secondo le linee pedagogiche di Nomadelfia.
La frequenza scolastica è obbligatoria fino a 18 anni. Se poi lo desiderano, i figli si presentano presso le scuole pubbliche per sostenere gli esami di maturità.

Scuola di popolo.
Ogni ciclo è affidato a uno o due “coordinatori”. Nelle superiori collaborano altri adulti e anche insegnanti esterni per materie specifiche.
Numerose sono le visite a città e paesi, per studiare la vita dei vari popoli. Gli scritti e i disegni, nati dalle riflessioni e dalle osservazioni dei ragazzi, vengono raccolti in libri sui quali si rivivono le esperienze fatte. Tutto questo materiale viene presentato agli esami di Stato, destando vivo interesse.
Notevole importanza riveste la scuola di danza che prepara bambini e giovani alle “Serate di Nomadelfia”.

Nomadelfia è una proposta

Nomadelfia non vive per se stessa, ma per gli altri. È aperta verso la società, poiché di essa si interessa concretamente prendendosi cura in particolare dei minori abbandonati, e creando diverse iniziative di apostolato per diffondere il suo messaggio di fraternità, rivolto a tutti, credenti e non credenti.

Una proposta per i visitatori.
Nomadelfia è aperta a tutti ed ospita ogni anno, in periodi non di emergenza Covid, circa 10.000 visitatori che vengono accompagnati da nomadelfi messi a loro disposizione per illustrarne struttura e finalità. Alcuni chiedono di rimanere per qualche giorno e vengono ospitati nei gruppi familiari, partecipando alla vita quotidiana della comunità.

Una proposta con gli incontri.
Numerose sono le richieste di incontri nelle scuole, nelle parrocchie, presso associazioni in tutta Italia, che desiderano conoscere l’esperienza di Nomadelfia.

Una proposta con le “Serate”.
Don Zeno si è fatto promotore di varie iniziative in favore del popolo.
L’iniziativa che da più di 30 anni impegna la maggior parte dei nomadelfi è denominata “Serate di Nomadelfia”, che ha superato le 1000 repliche.
Le Serate sono incontri con le popolazioni per conoscerle e farsi conoscere. Con questi spettacoli i nomadelfi portano il Vangelo sulle piazze, non come singoli, bensì come popolo che dà una testimonianza della propria vita. Assieme a un momento di riflessione sulla proposta di Nomadelfia attraverso un documentario e un discorso sul tema “Il Vangelo è codice del vivere”, si offrono due ore di gioia con danze e figurazioni acrobatiche eseguite dai bambini e dai giovani.

La Congregazione delle Suore Collegine della S. Famiglia

NEL CUORE DELLA SOCIETÀ COL CUORE DI DIO

La Congregazione delle Suore Collegine della S. Famiglia viene fondata a Sezze nel Lazio l’11 giugno del 1717 con l’approvazione del breve Ad Apostolicae dignitatis da parte di papa Clemente XI, perché il compassionevole cuore del Servo di Dio, il Card. Pietro Marcellino Corradini (1658-1743), la cui veste cardinalizia è intrisa di carità, legge il bisogno – urgenza di educare le figlie del popolo nelle arti femminili, nel far di conto e nella formazione cristiana… al fine di rinnovare e riedificare la società a partire dal modello di famiglia umana e cristiana, il cui fulcro è la donna, con la sua dignità, la sua formazione umana, culturale, morale e spirituale.

Il Corradini affida quest’opera d’arte alle Convittrici della S. Famiglia, oggi Suore collegine, perché, implicate dal basso, assumendo il profilo di consacrate madri, maestre e sorelle, diventassero per le figlie del popolo custodi del gran tesoro che sono le persone.

La fisionomia stabilita per il nuovo Istituto vuole che le religiose uniscano la dimensione spirituale contemplativa del modello monastico a quella pastorale di vita attiva degli Istituti di vita attiva per giungere così ad una felice sintesi di azione e contemplazione, vita attiva e contemplativa. Tale modello, voluto fortemente dal Corradini, comporta la non adozione della clausura, dal momento che l’impegno a favore della popolazione femminile richiede il servizio anche fuori del monastero.

Presto la fama dell’opera del Corradini si diffonde oltre il Lazio: infatti, Don Stefano Compagnone, secondo Confessore del Conservatorio setino, casa madre della Congregazione delle Suore Collegine, tornato in Sicilia, insieme a don Carlo Loi e Vasquez e mons. Carlo Vanni, anch’essi attenti alla formazione delle giovani palermitane, fa conoscere all’allora Arcivescovo di Palermo Mons. Giuseppe Gasch la bontà dell’opera corradiniana sì da ottenere il via per la fondazione della prima casa collegina a Palermo nel quartiere Olivella; correva l’anno 1721.

La Congregazione si diffonde in poco tempo a macchia d’olio nei vari centri dell’isola e le sue case da subito vengono chiamate “Collegi di Maria”. Quest’ultimi attraverseranno tutte le vicissitudini di un sud che ha sofferto, ma anche lottato, per la sua identità e per il riscatto dalla sua marginalità rispetto ad uno Stato sentito lontano ed estraneo. La storia dei Collegi di Maria vive dunque le alterne vicende storiche, sociali, morali e spirituali dell’Italia post-unitaria, e non solo, a fianco della gente, istruendo, educando e testimoniando l’attenzione ai piccoli, che sono i prediletti del Signore.

Le Collegine pertanto, nel corso di tre secoli, entrano a pieno titolo nei processi formativi avendo preceduto quello che sarà, rispetto alla sua fondazione, un provvedimento successivo dello Stato: istituire cioè la scuola pubblica. Le consacrate, gravide del carisma educativo, che portano dentro al loro DNA e che esprimono nella missione educativa e di evangelizzazione, (consapevoli o no, nel piano misterioso di Dio tutto è grazia, anche l’inconsapevolezza del bene), possono dunque penetrare nei tessuti formativi a buon titolo e facendo “la parte migliore”. Le ragazze del popolo, ma anche tutte le altre, dono della Provvidenza alla loro missione, sono fatte oggetto e destinatarie di una formazione globale, progressiva … ne sono testimoni le pennellate ispirative e pedagogiche, che si evincono dal primo testo delle Costituzioni.

In trecento anni di storia, la Congregazione è stata in frontiera a difendere e promuovere il diritto dei bambini ad essere riconosciuti nella propria dignità e a potere godere del diritto alla cura, alla custodia, allo studio, all’autonomia… in Italia come all’estero.

Il carisma della Congregazione è la carità educativa di Gesù Maestro, che si esprime in primis nella missione della Scuola e dell’evangelizzazione. Le icone bibliche che lo ispirano sono quelle di Gesù che accoglie i bambini secondo l’adagio evangelico: “Lasciate che i bambini vengano a me!”(Mc 10,14) e la compassione che Gesù prova davanti alle folle che lo seguono da giorni (Mc 6,34 ss.); compassione che si fa pane e parola, evangelizzazione e nutrimento. Mai, infatti, per le suore collegine è venuto meno il binomio promuovere – educare, consapevoli che prima viene la dignità della persona, riconosciuta in tutte le sue dimensioni, e poi la formazione. Ancora oggi, in Italia come nelle missioni in terra d’Europa, d’Africa e Messico, le suore collegine animano scuole di ogni ordine e grado, orfanotrofi e case famiglia, e curano la formazione dei giovani e la catechesi.

La passione educativa, sollecitata dall’urgenza del “prendersi cura” delle giovani generazioni col cuore stesso di Dio, pone le suore collegine in frontiera, lì dove, la fame della dignità, della conoscenza, della giustizia e della libertà, le sfida alla continua necessità di “educare educandosi ed evangelizzare evangelizzandosi”.

Suor Paolina Mastrandrea

Suora collegina della s. Famiglia

 

 

La Congregazione Benedettina Silvestrina

Con la presentazione della Congregazione Benedettina Silvestrina ha inizio il progetto, presentato al CNIS svoltosi a Torino lo scorso ottobre, finalizzato a fare conoscere la ricchezza della spiritualità della vita consacrata, nella radicalità di un incontro d’amore con il Signore. Papa Benedetto XVI ha definito i consacrati sentinelle di luce all’interno del popolo di Dio, che scorgono e annunciano la vita nuova  già presente nella nostra storia. Invitiamo pertanto i Serra Club a voler dare voce agli Istituti Religiosi presenti nei propri territori condividendone, attraverso il portale, la storia, la specificità del carisma, la missione ed anche qualche dato statistico circa la loro diffusione.

Attendiamo il contributo di tutti!!!

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La Congregazione Benedettina Silvestrina, in origine denominata Ordine di San Benedetto di Montefano, è sorta a Fabriano nelle Marche nel secolo XIII a opera di San Silvestro abate, la cui memoria liturgica si celebra il 26 novembre (il 31 dicembre si festeggia San Silvestro papa). Attualmente opera in cinque continenti.

Fondatore

Silvestro nacque a Osimo, una città a metà strada tra Ancona e Loreto, nel 1177. Secondo la tradizione apparteneva alla nobile famiglia dei Guzzolini.

Ancora adolescente Silvestro fu inviato dal padre Gislerio a Bologna per addottorarsi in legge. Dopo breve tempo, però, sentendo la chiamata del Signore, all’insaputa del genitore si applicò allo studio della teologia e della sacra scrittura. Ritornato a Osimo, dovette superare l’ostilità del padre –  che per dieci anni non gli rivolse la parola – prima di poter abbracciare lo stato ecclesiastico e di essere assunto tra i canonici della cattedrale di Osimo.

Ben presto, tuttavia, Silvestro ebbe dei contrasti con il proprio vescovo, che teneva un comportamento non del tutto esemplare e cercava ogni pretesto per privarlo del beneficio canonicale.

Un giorno Silvestro rimase particolarmente colpito dal passo evangelico: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Matteo 16,24) e comprese che tali parole erano dette proprio per lui.

Silvestro rimase anche turbato davanti al sepolcro aperto di un giovane parente da poco defunto, già di bellissimo aspetto e ora in decomposizione, e pensò: «Quello che lui era, io lo sono; quello che lui è, io lo sarò». E presa coscienza della vanità del mondo, nel 1227 lasciò il canonicato e la città natale, ritirandosi a vita solitaria fra i dirupi della gola della Rossa nel territorio di Serra San Quirico in una grotta denominata Grottafucile, dove condusse vita di aspra penitenza e di assidua preghiera, cibandosi spesso soltanto di erbe crude.

A Grottafucile Silvestro accolse i primi discepoli e costituì una comunità monastica sotto la Regola di San Benedetto. Intitolò il suo primo monastero alla Vergine Maria.

Nel 1231 Silvestro fondò un secondo monastero presso Fabriano, in prossimità della cima di Monte Fano, dedicandolo a San Benedetto. Questo cenobio fu scelto dal fondatore come Casa Madre della sua famiglia monastica, che ottenne l’approvazione canonica da Innocenzo IV nel 1248 con la denominazione di «Ordine di San Benedetto di Montefano».

Alla morte, avvenuta il 26 novembre 1267, Silvestro lasciava 12 monasteri e 120  monaci. Le sacre spoglie di Silvestro furono riposte nella chiesa di Montefano, dove tuttora sono conservate in un’urna di bronzo e cristallo.

Subito dopo la morte Silvestro godette di culto a livello popolare, ma il riconoscimento ufficiale della sua santità avvenne dopo più di tre secoli. Fu nel 1598 che, per espressa volontà di Clemente VIII,  il nome di Silvestro venne inserito nel martirologio romano al 26 novembre, dies natalis del Santo, cioè giorno della sua nascita al cielo, alla vera vita, a cui tutti siamo chiamati e verso cui tendiamo: l’incontro definitivo con il Signore.

Con la bolla Sanctorum virorum del 23 settembre 1617 Paolo V riconobbe ufficialmente la santità di Silvestro Guzzolini, fondatore della Congregazione dei monaci silvestrini, insigne per virtù e miracoli, arricchito da Dio di grandi doni spirituali e in particolare favorito del privilegio di ricevere la comunione dalle mani della Beata Vergine.

L’importante riconoscimento segnò il passaggio del titolo del monastero di Montefano da «San Benedetto» a «San Silvestro» e dell’Ordine da «Ordine di San Benedetto di Montefano» a «Congregazione Silvestrina».

Nel 1890 Leone XIII inserì il nome di San Silvestro nel calendario universale della Chiesa.

San Silvestro è compatrono della città di Fabriano insieme con San Romualdo, fondatore dei monaci camaldolesi.

Storia

Dopo la morte del fondatore la Congregazione Silvestrina si sviluppò soprattutto nell’Italia centrale con molti monasteri, non più fondati in luoghi solitari come al tempo di Silvestro, ma prevalentemente in aree urbane o suburbane.

Sotto il governo dei priori generali Bartolo da Cingoli (1273-1298) e Andrea di Giacomo da Fabriano (1298-1325) vennero fondati dodici monasteri e furono acquisite due parrocchie (San Marco di Firenze e San Benedetto di Fabriano).

Con il successore di Andrea di Giacomo ebbe inizio la serie dei tredici priori generali commendatari nominati direttamente dai papi. Sotto il regime commendatario la Congregazione Silvestrina conobbe un lungo periodo di stasi e di contenimento, imputabile anche all’instabilità politica dello Stato Pontificio, alle pestilenze (terribile la peste nera del 1348), alle ricorrenti carestie e ai terremoti.

Nel 1544 Paolo III abolì la commenda nella Congregazione Silvestrina e ridusse a tre anni la durata del mandato del priore generale, fino allora a vita.

La ripresa della Congregazione Silvestrina ebbe inizio durante il concilio di Trento (1545-1563) con la visita apostolica del gesuita Nicolò Bobadilla (1555-1556), uno dei primi compagni di sant’Ignazio di Loyola, e proseguì per tutto il Cinquecento.

Dal 1565 fino ai primi anni del Seicento la Congregazione Silvestrina ebbe stretti rapporti con il monachesimo portoghese e brasiliano. I contatti sono confermati anche dalla presenza nel coro della chiesa del monastero di San Benedetto a Rio de Janeiro di una tela della seconda metà del Seicento raffigurante San Silvestro che riceve la comunione dalle mani della Vergine Maria.

Nel 1610 il titolo di «priore generale» fu sostituito con quello di «abate generale», la cui sede nel 1925 venne trasferita a Roma (in precedenza era a Fabriano). Il mandato dell’abate generale fu prolungato a quattro anni nel 1683 e a sei nel 1764, come è al presente.

Nella prima metà del Seicento la Congregazione Silvestrina conobbe un forte incremento numerico e una notevole diffusione geografica, anche se limitata ai confini nazionali. Nel 1650 i monasteri silvestrini erano 29 e i monaci 150.

La soppressione dei piccoli conventi (con meno di 6 religiosi), attuata dal papa Innocenzo X nel 1652, fu una vera bufera che si abbatté sulla Congregazione Silvestrina: vennero forzatamente chiusi ben quindici monasteri, i cui beni furono in gran parte incamerati dai vescovi diocesani per la costruzione dei seminari.

Nel Settecento non si ebbero nuove fondazioni fra i Silvestrini: all’inizio del secolo i monaci erano 145, distribuiti in 15 monasteri: dieci nelle Marche, due in Umbria, due nel Lazio e uno in Abruzzo (S. Antonio di Pescina, fondato nel 1660 dopo la soppressione innocenziana).

Valore episodico, anche se il fatto riveste notevole interesse per il monachesimo benedettino italiano che nel Settecento rimase estraneo al vasto fenomeno di evangelizzazione di continenti extraeuropei, ebbe l’iniziativa missionaria del silvestrino Giuseppe Marziali in Cocincina (oggi Vietnam meridionale) negli anni 1732-1740.

L’Ottocento è il secolo delle soppressioni (1810, 1861, 1866), ma per la Congregazione Silvestrina è anche l’inizio di un processo di espansione all’estero, che è proseguito fino ai nostri giorni: nel 1845 fu aperta una missione in Sri Lanka (il primo vescovo europeo di Colombo fu il silvestrino Giuseppe Bravi), cui seguirono le fondazioni negli Stati Uniti d’America (1910), in Australia (1949), in India (1962), nelle Filippine (1999) e, da ultimo, nella Repubblica Democratica del Congo (2006).

Attualmente i monasteri silvestrini sono 23 e i monaci 210.

La Congregazione Silvestrina fa parte della Confederazione Benedettina – istituita da papa Leone XIII nel 1893 – che comprende 19 Congregazioni monastiche.

Ora et labora

Il motto ora et labora ha da sempre delineato l’immagine del monaco e del monastero benedettino. La giornata del monaco è scandita dalla preghiera e dal lavoro.

La comunità monastica si riunisce a ore fisse durante il giorno, cominciando dal mattino presto, per i vari momenti della «Liturgia delle Ore» e per la celebrazione eucaristica. Ci sono poi i tempi della preghiera personale e della lettura orante della Parola di Dio (lectio divina). L’ufficio divino in coro (opus Dei) fa parte integrante della vita monastica, consacrata al culto di Dio.

La vita comune è concepita come vita di famiglia, nello spirito di Cristo, di cui l’abate/priore fa le veci, senza distinzione tra sacerdoti e fratelli, nella comunione dei beni.

Il monaco emette i voti di stabilità (stabilitas), di obbedienza (obedientia) e di conversione dei costumi (conversio morum), che comprende anche i voti di castità e povertà.

Sono aggregati spiritualmente alla comunità monastica gli oblati secolari, cioè singoli o coppie che ispirano il proprio cammino di fede ai valori della Regola di San Benedetto in un rapporto equilibrato tra tensione verso Dio e impegno nelle responsabilità quotidiane.

Gli oblati si incontrano periodicamente presso la comunità monastica cui sono associati, pregano con i monaci, ascoltano la Parola e tentano di coltivare con semplicità lo stile di vita spirituale che San Benedetto propone.

Il lavoro nella Congregazione Silvestrina ha avuto lungo i secoli molteplici espressioni, dovute sia al diverso rapporto con la società nelle varie epoche, sia all’ambiente in cui le comunità silvestrine operarono: dall’opus manuum (lavoro dei campi), prevalente nel secolo XIII, allo studio e all’insegnamento nei secoli successivi, dall’impegno nella trascrizione dei codici a quello dell’apostolato (cura d’anime – missioni), dall’inserimento nella vita civile ed ecclesiastica alla predicazione, dall’attività educativa a quella artistica e artigianale.

In particolare merita di essere segnalato il ruolo non irrilevante svolto dai monaci di Montefano – come studi recenti hanno ampiamente dimostrato – nelle vicende e nello sviluppo della lavorazione della carta, le cui origini a Fabriano si fanno risalire al secolo XIII. I silvestrini hanno posseduto opifici per la lavorazione della carta fino al 1725.

All’interno dei monasteri viene praticata anche l’ospitalità: nella foresteria sono accolte persone che desiderano condividere la preghiera e l’esperienza spirituale dei monaci.

Con la diffusione della Congregazione Silvestrina in Asia e in Africa, dove è concentrata la maggior parte dei suoi monasteri, il labora si concretizza soprattutto nell’attività educativa delle popolazioni locali, in massima parte non cattoliche. Migliaia sono i ragazzi, gli adolescenti e i giovani che vengono istruiti nelle scuole dirette dai monaci, frequentate soprattutto da alunni di religione induista, buddista e musulmana. Gli alunni si abituano così a praticare la tolleranza, il rispetto reciproco, la convivenza pacifica e collaborativa, che lasciano ben sperare per il futuro di quelle popolazioni.

Tolleranza, rispetto e pacifica convivenza sono i valori contenuti nella Regola consegnata da San Benedetto alle sue comunità, che il San Silvestro ha fatto propri e che i suoi monaci continuano a trasmettere per creare una società più coesa, nel rispetto delle diverse opinioni politiche, abitudini culturali e credenze religiose.