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Don Repole: “Non siamo alieni in questo mondo”

Una riflessione del Direttore della Facoltà teologica di Torino sul tempo di dolore e difficoltà causati dalla pandemia. «Ci è impossibile celebrare insieme l’Eucaristia, ma non ci è impossibile santificare quel tempo»

Coronavirus, don Repole: solo nella speranza di una vita che sconfigge la morte possiamo dire “andrà tutto bene”

TORINO. «Tutto ha il suo momento, e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo», dice il Sapiente in un antico libro della Bibbia. C’è «un tempo per piangere e un tempo per ridere… un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci». Ciò che ci è chiesto è di comprendere quale tempo si stia abitando. Qualcosa di vero sempre, che diventa indispensabile in alcuni frangenti della storia. Specie quelli in cui si tratta di vedere, senza dabbenaggine, che si è alle prese con un momento straordinario.

Potrà sembrare strano, ma quello che fatichiamo a interiorizzare in questi giorni amari, come cittadini e come credenti, è che siamo alle prese con un tempo non più normale. Non è normale vedersi portare via il padre ammalato su un’ambulanza senza poterlo abbracciare, confortare, accudire, nell’incertezza straziante di poterlo ancora rivedere. Non è normale che in una città moderna del 2020 sfilino i carri dell’esercito per trasportare decine di bare in attesa di sepoltura, in una solitudine agghiacciante. Non è normale non potersi più fidare dell’altro né di sé stessi, perché non si sa chi dei due possa essere letale. No: tutto questo non è normale! Dobbiamo vederlo e dircelo. E possiamo anche scrivere, colorare e convincerci che «andrà tutto bene». Facciamolo, per carità, se serve a farci forza e a trovare stimoli per poter resistere e non soccombere. Forse abbiamo addirittura il dovere di farlo, per preservare i più piccoli e indifesi dalla pesantezza che si è abbattuta sui nostri cuori.

Ma sarebbe bene non negarci la realtà. Non andrà tutto bene per le centinaia di vittime di cui ci viene dato l’annuncio ogni sera, come in un bollettino di guerra, né per le famiglie che quei morti li piangono. E non andrà tutto bene neppure per chi sopravvivrà. Perché ormai dovrebbe essere evidente a tutti: la normalità a cui ritorneremo non sarà semplicemente identica a quella che si è interrotta qualche settimana fa.

Ciò che è certo è che in un momento così anormale, non si può continuare a vivere come se tutto fosse semplicemente normale. Sarebbe insipiente e distruttivo. Nella vita sociale siamo stati chiamati a rinunciare a molte delle realtà che ci sono normalmente necessarie. Lo ha detto bene il premier Giuseppe Conte: dobbiamo astenerci dagli abbracci, in questo momento, se vogliamo tornare ad abbracciarci ancora, come è normale che sia.

Lo stesso sta accadendo nella comunità cristiana. Abbiamo dovuto interrompere i ritmi della nostra vita comunitaria. Siamo chiamati a vivere la mancanza straziante dell’Eucaristia domenicale. Siamo ormai consapevoli che non celebreremo in modo naturale la Domenica delle Palme e soprattutto la Pasqua, cuore e centro della fede in Cristo. Ciò che stupisce è che si possa ragionare di queste oggettive mancanze, come se non ci trovassimo in una situazione eccezionale. Fa pensare che si sia potuto dire che la Chiesa, specie nei suoi preti, stia mostrando paura e indebita sottomissione nell’accettare queste restrizioni.

È vero, nella normalità non possiamo vivere senza quel pane spezzato della Domenica. È quella Eucaristia la nostra sorgente. Abbiamo necessità di ascoltare insieme la Parola di Dio, di nutrirci insieme della carne di Cristo, di toccarci e sperimentare in quel tocco che siamo fratelli in cui scorre la medesima vita. E questo semplicemente perché tutto nel cristianesimo ha a che fare con la concretezza della carne. «La carne è il cardine della salvezza», diceva Tertulliano. Ma si può semplicemente continuare a fare tutto come prima, quando proprio quella carne è ammalata e portatrice di malattia? Si possono celebrare i gesti della fede, che portano la salvezza, con il dubbio atroce che possano invece essere portatori di morte? Sarebbe coraggio quello di preti che, pur in modo generoso, continuassero ad incontrare le persone come se niente fosse, con il pericolo di contagiare e far contagiare decine e centinaia di persone?

Forse solo se si conserva un’idea “soprannaturalistica” della salvezza, che non avrebbe nulla a che fare con la concretezza delle nostre vite. E forse solo se si professa una fede che non può tener conto dei dati che ci fornisce la scienza e, dunque, di un aspetto rilevante della modernità. Probabilmente non è di coraggio che abbiamo bisogno in questo momento. Forse abbiamo necessità di visione. Quella che ci serve per riconoscere che alcune oggettive mancanze possono rappresentare oggi una pienezza e alcuni oggettivi silenzi possono diventare parole. Ci serve visione come Chiesa per aiutarci a riscoprire che la festa non si riduce al precetto domenicale. Ci è impossibile celebrare insieme l’Eucaristia, ma non ci è impossibile santificare quel tempo, come segno che la nostra vita non viene da noi, che non siamo all’origine di noi stessi e del mondo. Ci serve visione per aiutarci a vedere finalmente che siamo impastati della stessa umanità di tutti, che in questi giorni prova paura, sconcerto, rabbia, dolore.

Non siamo degli alieni in questo mondo. Se una specificità abbiamo – e non ci è tolta neppure in queste ore – è di far diventare quei sentimenti invocazione, preghiera, persino grido. Serve visione per far crescere la fiducia che Cristo è Vivente anche oggi e può parlare, attraverso il silenzio di questi giorni, nella vita di ciascuno. La stessa che può aiutarci a non fuggire troppo frettolosamente il senso di precarietà e impotenza che ci ha assalito, perché forse è proprio da lì che potrà emergere per la società e per la Chiesa qualcosa di inedito. E soprattutto serve visione per riconoscere che mai come in questo momento abbiamo la possibilità di annunciare come cristiani quel che troppo spesso taciamo: Cristo è risorto e solo nella speranza di una vita che sconfigge la morte, possiamo davvero dire che «andrà tutto bene».

Si può essere certi che questa è la forza di molti tra quanti, medici e infermieri, mettono a repentaglio la loro vita per salvare quella altrui; di molti cristiani comuni che sprigionano tutta la loro creatività per non lasciare solo chi lo è già fin troppo in tempo di normalità; o di quel prete di Bergamo che avrebbe volentieri rinunciato ad essere curato purché potesse beneficiare delle cure un uomo più giovane di lui.

Se in tempi di anormalità dobbiamo cercare dove si trova la Chiesa e quale sia il senso dell’Eucaristia che ci manca è soprattutto lì che dobbiamo guardare.

* Direttore della Facoltà teologica di Torino

Fonte: lastampa.it

 

Fondazione Beato Junipero Serra: adempimenti del 5 per mille

ADEMPIMENTI DEGLI OBBLIGHI DI TRASPARENZA E DI PUBBLICITA’

LEGGE 4 AGOSTO 2017 – ARTICOLO 1, COMMI 125-129

Soggetto ricevente:

Fondazione Beato Junipero Serra – C.F. ….. 95018870105 

Denominazione e CF soggetto erogante: Agenzia delle Entrate – CF 06363391001

Data dell’incasso: 07.08.2019

Somma incassata: 12063,01

Causale del rapporto economico: Contributo 5 per mille anno 2017

 

ELARGIZIONI RAMO ONLUS

Seminario Vescovile di Acireale: euro 2.000,00 (duemila//00).

Pontificio Seminario Regionale Pugliese “Pio XI”: euro 2000,00 (duemila//00)

Seminario Maggiore Interdiocesano di Basilicata “Giovanni Paolo II”: euro 2.000,00 (duemila//00)

Seminario Arcivescovile di Palermo “San Mimiano”: euro 4.000,00 (quattromila//00)

Seminario Arcivescovile di Taranto: euro 3.000,00 (tremila//00).

 ELARGIZIONI RAMO NON ONLUS

Seminario Vescovile di Acireale: euro 2.000,00 (duemila//00)

BORSA DI STUDIO BRAUZZI (RAMO NON ONLUS)

Seminario Vescovile di Acireale: euro 1.500,00 (millecinquecento//00).

Suora-medico da navi migranti a’trincea’ Bergamo

 

Fonte: Ansa

Suor Angela è un medico e non è la prima volta a trovarsi in ‘trincea’. Lo aveva fatto già imbarcandosi sulle navi della Guardia Costiera per soccorrere i migranti in mare. Oggi è in prima linea contro il Covid-19: coperta dalla testa ai piedi visita i malati di Bergamo che possono essere curati a casa, visto che gli ospedali sono pieni.
Suor Angela Bipendu, 46 anni, è nata a Kananga, nella Repubblica Democratica del Congo, ed arriva dalla diocesi di Luiza. Da 24 anni è una religiosa della congregazione delle Discepole del Redentore, e da 16 è in Italia dove si è laureata in medicina all’Università di Palermo. Ora è a Bergamo: “quando ho sentito che cosa stava accadendo mi sono fatta avanti”, racconta in una intervista all’ANSA. Deve bardarsi completamente e, con i dispositivi di protezione che ha a disposizione, riesce a visitare 4-5 pazienti al giorno. “Magari avessi più mezzi per proteggermi, potrei visitarne anche più malati al giorno”. “Vedo tristezza, angoscia, paura. Sono tutti in quarantena, separati dai familiari. Io mi presento sempre: dico loro che, oltre ad essere un medico, sono una suora. Do loro una parola di conforto, un segno di speranza perché sono disperati”.
Suor Angela aveva già visto la disperazione negli occhi della gente sulle navi della Guardia Costiera di soccorso ai migranti dal 2016 al 2018. “Ho curato ipotermie, ustioni. Ma ho anche assistito donne partorire” dice ricordando quell’altra emergenza che l’ha vista in prima linea come medico volontario del Corpo italiano di Soccorso dell’Ordine di Malta. Lei emblema di quella ‘Chiesa in uscita’ cara a Papa Francesco.
E la religiosa pensa anche al suo Paese che appena un mese fa ha visto guarire l’ultimo paziente di ebola. “Io ero in Italia e la mia famiglia vive in una regione che non era stata toccata da questa malattia – dice riferendosi ad ebola -. Oggi mi preoccupa molto il Covid. Sento la mia famiglia e mi dice che se non moriranno di coronavirus il rischio è che moriranno di fame. E’ difficile stare 2-3 settimane, un mese a casa, in un Paese in cui si vive giorno per giorno”.
“Qui in Italia parecchi malati hanno paura che non torneranno alla vita di prima. Ma io dico sempre: la vita riprenderà, questo male così come è arrivato se ne andrà. Resteranno le ferite ma si ricomincerà”.
Nel bergamasco è ospite delle madri Canossiane ma in questi giorni vive da sola in una stanza della loro foresteria. Sono quattro le suore e sono anziane. “Non posso farle rischiare, però le vado a trovare al convento di Almé, le chiamo, dico loro di affacciarsi alla finestra. Sono contente di vedermi anche da lontano. Loro pregano per me e in fondo in questo modo è tutta la comunità ad essere impegnata in questa lotta”.(ANSA).

Santa Pasqua 2020. Lettera del Presidente.

“Resurrexit sicut dixit”. Cristo è veramente risorto, Alleluja!

Carissimi amici,

ci apprestiamo a vivere una Settimana Santa diversa da come avremmo voluto, non potremo partecipare alla Messa Crismale, alla Messa in Coena Domini, all’Adorazione della Croce, alla Messa delle Palme e infine alla Celebrazione della Resurrezione di Cristo, ma certamente saremo uniti tra noi e a Colui che risorgendo ci ha liberati dalla morte.

In allegato, condivido con voi le bellissime parole che il nostro Consulente Episcopale S.E. Mons. Patron Wong mi ha inviato perché ve ne facessi partecipi tutti.

Nel segno del Cristo Risorto auguro a tutti voi ed ai vostri cari di vivere in letizia ed amore la Santa Pasqua.

Enrico Mori

Signore, non lasciarci in balia della tempesta

Il Papa prega per la fine della pandemia

Di seguito il testo integrale dell’omelia pronunciata da Papa Francesco al momento di preghiera straordinario in tempo di epidemia

«Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.

 

È facile ritrovarci in questo racconto. Quello che risulta difficile è capire l’atteggiamento di Gesù. Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, proprio nella parte della barca che per prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno, fiducioso nel Padre – è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme –. Quando poi viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v. 40).

 

Cerchiamo di comprendere. In che cosa consiste la mancanza di fede dei discepoli, che si contrappone alla fiducia di Gesù? Essi non avevano smesso di credere in Lui, infatti lo invocano. Ma vediamo come lo invocano: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?» (v. 38). Non t’importa: pensano che Gesù si disinteressi di loro, che non si curi di loro. Tra di noi, nelle nostre famiglie, una delle cose che fa più male è quando ci sentiamo dire: “Non t’importa di me?”. È una frase che ferisce e scatena tempeste nel cuore. Avrà scosso anche Gesù. Perché a nessuno più che a Lui importa di noi. Infatti, una volta invocato, salva i suoi discepoli sfiduciati.

 

La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità. La tempesta pone allo scoperto tutti i propositi di “imballare” e dimenticare ciò che ha nutrito l’anima dei nostri popoli; tutti quei tentativi di anestetizzare con abitudini apparentemente “salvatrici”, incapaci di fare appello alle nostre radici e di evocare la memoria dei nostri anziani, privandoci così dell’immunità necessaria per far fronte all’avversità.

 

Con la tempesta, è caduto il trucco di quegli stereotipi con cui mascheravamo i nostri “ego” sempre preoccupati della propria immagine; ed è rimasta scoperta, ancora una volta, quella (benedetta) appartenenza comune alla quale non possiamo sottrarci: l’appartenenza come fratelli.

 

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, la tua Parola stasera ci colpisce e ci riguarda, tutti. In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato. Ora, mentre stiamo in mare agitato, ti imploriamo: “Svegliati Signore!”.

 

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Signore, ci rivolgi un appello, un appello alla fede. Che non è tanto credere che Tu esista, ma venire a Te e fidarsi di Te. In questa Quaresima risuona il tuo appello urgente: “Convertitevi”, «ritornate a me con tutto il cuore» (Gl 2,12). Ci chiami a cogliere questo tempo di prova come un tempo di scelta. Non è il tempo del tuo giudizio, ma del nostro giudizio: il tempo di scegliere che cosa conta e che cosa passa, di separare ciò che è necessario da ciò che non lo è. È il tempo di reimpostare la rotta della vita verso di Te, Signore, e verso gli altri. E possiamo guardare a tanti compagni di viaggio esemplari, che, nella paura, hanno reagito donando la propria vita. È la forza operante dello Spirito riversata e plasmata in coraggiose e generose dedizioni.

È la vita dello Spirito capace di riscattare, di valorizzare e di mostrare come le nostre vite sono tessute e sostenute da persone comuni – solitamente dimenticate – che non compaiono nei titoli dei giornali e delle riviste né nelle grandi passerelle dell’ultimo show ma, senza dubbio, stanno scrivendo oggi gli avvenimenti decisivi della nostra storia: medici, infermiere e infermieri, addetti dei supermercati, addetti alle pulizie, badanti, trasportatori, forze dell’ordine, volontari, sacerdoti, religiose e tanti ma tanti altri che hanno compreso che nessuno si salva da solo. Davanti alla sofferenza, dove si misura il vero sviluppo dei nostri popoli, scopriamo e sperimentiamo la preghiera sacerdotale di Gesù: «che tutti siano una cosa sola» (Gv 17,21). Quanta gente esercita ogni giorno pazienza e infonde speranza, avendo cura di non seminare panico ma corresponsabilità. Quanti padri, madri, nonni e nonne, insegnanti mostrano ai nostri bambini, con gesti piccoli e quotidiani, come affrontare e attraversare una crisi riadattando abitudini, alzando gli sguardi e stimolando la preghiera. Quante persone pregano, offrono e intercedono per il bene di tutti. La preghiera e il servizio silenzioso: sono le nostre armi vincenti.

 

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». L’inizio della fede è saperci bisognosi di salvezza. Non siamo autosufficienti, da soli; da soli affondiamo: abbiamo bisogno del Signore come gli antichi naviganti delle stelle. Invitiamo Gesù nelle barche delle nostre vite. Consegniamogli le nostre paure, perché Lui le vinca. Come i discepoli sperimenteremo che, con Lui a bordo, non si fa naufragio. Perché questa è la forza di Dio: volgere al bene tutto quello che ci capita, anche le cose brutte. Egli porta il sereno nelle nostre tempeste, perché con Dio la vita non muore mai.

 

Il Signore ci interpella e, in mezzo alla nostra tempesta, ci invita a risvegliare e attivare la solidarietà e la speranza capaci di dare solidità, sostegno e significato a queste ore in cui tutto sembra naufragare. Il Signore si risveglia per risvegliare e ravvivare la nostra fede pasquale. Abbiamo un’ancora: nella sua croce siamo stati salvati. Abbiamo un timone: nella sua croce siamo stati riscattati. Abbiamo una speranza: nella sua croce siamo stati risanati e abbracciati affinché niente e nessuno ci separi dal suo amore redentore. In mezzo all’isolamento nel quale stiamo patendo la mancanza degli affetti e degli incontri, sperimentando la mancanza di tante cose, ascoltiamo ancora una volta l’annuncio che ci salva: è risorto e vive accanto a noi. Il Signore ci interpella dalla sua croce a ritrovare la vita che ci attende, a guardare verso coloro che ci reclamano, a rafforzare, riconoscere e incentivare la grazia che ci abita. Non spegniamo la fiammella smorta (cfr Is 42,3), che mai si ammala, e lasciamo che riaccenda la speranza.

 

Abbracciare la sua croce significa trovare il coraggio di abbracciare tutte le contrarietà del tempo presente, abbandonando per un momento il nostro affanno di onnipotenza e di possesso per dare spazio alla creatività che solo lo Spirito è capace di suscitare. Significa trovare il coraggio di aprire spazi dove tutti possano sentirsi chiamati e permettere nuove forme di ospitalità, di fraternità, e di solidarietà. Nella sua croce siamo stati salvati per accogliere la speranza e lasciare che sia essa a rafforzare e sostenere tutte le misure e le strade possibili che ci possono aiutare a custodirci e custodire. Abbracciare il Signore per abbracciare la speranza: ecco la forza della fede, che libera dalla paura e dà speranza.

 

«Perché avete paura? Non avete ancora fede?». Cari fratelli e sorelle, da questo luogo, che racconta la fede rocciosa di Pietro, stasera vorrei affidarvi tutti al Signore, per l’intercessione della Madonna, salute del suo popolo, stella del mare in tempesta. Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: «Voi non abbiate paura» (Mt 28,5). E noi, insieme a Pietro, “gettiamo in Te ogni preoccupazione, perché Tu hai cura di noi” (cfr 1 Pt 5,7).

Foto: Tgcom24

Messaggio del Santo Padre Francesco per la Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA 57ª GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA PER LE VOCAZIONI (3 maggio 2020)

Le parole della vocazione

 

Cari fratelli e sorelle!

Il 4 agosto dello scorso anno, nel 160° anniversario della morte del santo Curato d’Ars, ho voluto offrire una Lettera ai sacerdoti, che ogni giorno spendono la vita per la chiamata che il Signore ha rivolto loro, al servizio del Popolo di Dio.

In quell’occasione, ho scelto quattro parole-chiave – dolore, gratitudine, coraggio e lode – per ringraziare i sacerdoti e sostenere il loro ministero. Ritengo che oggi, in questa 57ª Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni, quelle parole si possano riprendere e rivolgere a tutto il Popolo di Dio, sullo sfondo di un brano evangelico che ci racconta la singolare esperienza capitata a Gesù e Pietro durante una notte di tempesta sul lago di Tiberiade (cfr Mt 14,22-33).... Continua a leggere

Il legame tra il sacerdote e le persone semplici

Condividiamo questo splendido messaggio di Don Virginio Colmegna, Presidente della Fondazione “Casa della Carità” a Milano.

 

“Il Signore chiama a tutte le ore”. Testimonianza di don Giovanni Toldo.

Da molti anni Direttore della Caritas Diocesana di Siena, don Giovanni Tondo è stato precedentemente impegnato nella Pastorale giovanile Foraniale, nella Pastorale vocazionale, nel servizio dei poveri, nel catechismo presso la Parrocchia di S.Spirito in Siena fino all’ordinazione diaconale ed a quella presbiterale, avvenuta nella Cattedrale di Siena, la notte di Pentecoste 2019, per imposizione delle mani di S.E.R. Monsignor Antonio Buoncristiani, allora Arcivescovo Metropolita di Siena – Colle di Val d’Elsa Montalcino. ... Continua a leggere

Aumentano i preti uccisi dal coronavirus. Il Papa telefona al vescovo di Bergamo

Papa Francesco: telefona al vescovo di Bergamo. Mons. Beschi, “colpito dalla sofferenza per moltissimi defunti e vicino a famiglie per distacco doloroso”

“Il Santo Padre è stato molto affettuoso manifestando la sua paterna vicinanza a me, ai sacerdoti, ai malati, a coloro che li curano e a tutta la nostra comunità. Ha voluto chiedere dettagli sulla situazione che Bergamo sta vivendo, sulla quale era molto informato”. Lo scrive il vescovo di Bergamo, mons. Francesco Beschi, annunciando in un messaggio alla diocesi di aver ricevuto questa mattina una telefonata da Papa Francesco, che gli ha chiesto notizie sull’emergenza Coronavirus in città. “È rimasto molto colpito dalla sofferenza per i moltissimi defunti e per il distacco che le famiglie sono costrette a vivere in modo così doloroso – riferisce il presule -. Mi ha pregato di portare a tutti e a ciascuno la sua benedizione confortatrice e portatrice di grazia, di luce e di forza. In modo particolare mi ha chiesto di far giungere la sua vicinanza ai malati e a tutti coloro che, in diverso modo, stanno prodigandosi in modo eroico per il bene degli altri: medici, infermieri, autorità civile e sanitarie, forze dell’ordine”. Il vescovo riferisce anche che il Papa ha espresso “un sentimento di profondo compiacimento verso i nostri sacerdoti, colpito dal numero dei morti e dei ricoverati, ma anche impressionato in positivo dalla fantasia pastorale con cui è stata inventata ogni forma possibile di vicinanza alle famiglie, agli anziani e ai bambini, segno della vicinanza stessa di Dio”. Da Papa Francesco la promessa che “ci porta nel suo cuore e nelle sue preghiere quotidiane”.

Fonte: SIR