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La Comunità dei Figli di Dio

La Comunità dei figli di Dio ha come carisma specifico quello di vivere una vita cristiana all’insegna di un monachesimo interiorizzato aperto a tutti, teso al riconoscimento del primato di Dio, volto all’accoglienza di chiunque si senta chiamato a tendere alla pienezza della carità.

La Comunità dei figli di Dio (CFD), fondata dal sacerdote servo di Dio Divo Barsotti, [Palaia (PI), 25 aprile 1914 – Settignano, (FI) 15 febbraio 2006] è un’Associazione pubblica di fedeli che desiderano vivere nel mondo il mistero dell’adozione filiale, avendo come strumenti quelli che nella Chiesa sono da sempre i mezzi propri della spiritualità monastica: ascolto della Parola di Dio, vita liturgica e sacramentale, preghiera del cuore, esercizio della carità fraterna. Nel mondo: i membri della Comunità non si ritirano negli eremi, non vivono ordinariamente in piena solitudine, ma vivono da monaci nel mondo, tra gli uomini e nelle strutture sociali. Lavorano negli uffici, nelle scuole, nei posti pubblici, nelle case; sono uomini e donne, giovani e anziani, sposati e non sposati: uniti in un’unica famiglia mediante una consacrazione, grazie alla quale si donano e si consegnano al Verbo di Dio, alla Vergine Madre e alla Chiesa.

 

Cenni storici – La Comunità è nata negli anni 1947-48 per opera di don Divo Barsotti. Arrivato a Firenze dalla diocesi di San Miniato nel 1945 e accolto dal Cardinal Elia Dalla Costa su sollecitazione di Giorgio La Pira, viveva presso un convento di suore vicino a Porta Romana. Fu un piccolo gruppetto di donne, già legate tra loro da un forte legame religioso, che chiese a don Divo di essere guidato nel cammino spirituale. Egli accettò la proposta. Il Padre – da allora fu sempre chiamato così – dette presto a loro un programma di vita ben preciso: celebrazione quotidiana della liturgia delle Ore, impegno a custodire il sentimento della Divina Presenza pur nel consueto scorrere della vita di ogni giorno, studio e meditazione della Sacra Scrittura e dei testi della grande Tradizione cristiana orientale e occidentale, incontro di gruppo tutte le settimane e una giornata al mese di Ritiro. Barsotti sentiva fortemente la necessità che nella Chiesa si risvegliasse la sensibilità al primato dei valori contemplativi come parte integrante della vocazione del battezzato, in qualunque stato di vita si trovasse a vivere. Di qui anche il nome scelto da don Divo per la famiglia religiosa che gli si andava formando intorno: Comunità dei figli di Dio, il nome stesso della Chiesa. Pian piano la Comunità andò crescendo e negli anni dal 1950 al 1960 si formarono gruppi in varie parti d’Italia: a Viareggio, Venezia, Palermo, Modena, Napoli… Anche la struttura della Comunità si andò pian piano delineando, fino alla sua ultima definizione, che si ebbe quando all’interno della Comunità si realizzò la ‘vita comune’, e si aprirono alcune case, maschili e femminili, con una impostazione di vita molto vicina alla disciplina religiosa in senso classico. La Comunità dei figli di Dio si costituì allora come “famiglia religiosa” pur comprendendo al suo interno tutti i diversi stati di vita; è la sua struttura attuale, oggi che la CFD si è diffusa anche all’estero (Gran Bretagna) fino in Africa (Benin), in America latina (Colombia), in Asia (Sri Lanka) e in Oceania (Australia).

Il nome – La Chiesa è già la Comunità dei figli di Dio! Il nostro nome non indica quindi nulla di specifico… «Non vogliamo nulla di specifico perché nella nostra vocazione è compresa e realizzata ogni vocazione cristiana». Il nostro nome indica solo il nostro desiderio di essere più consapevoli di quello che il battesimo ha operato nella nostra vita. «Chiunque è battezzato è figlio di Dio e fa parte della Chiesa… ma vive anche come figlio di Dio?». (D.Barsotti)

Vivere da figli – Noi ci richiamiamo al battesimo: vogliamo impegnarci seriamente e con costanza nel realizzare quanto il battesimo è in potenza, vogliamo vivere radicalmente la nostra vocazione cristiana: «vivere nel mondo il mistero dell’adozione filiale nella perfezione della carità”».

Altra è la natura, altro è il vivere secondo la natura che un essere riceve con la sua nascita… Quanto più è perfetta una natura, tanto più lungo è il tempo che è necessario perché la natura realizzi ogni sua potenzialità”. (D.Barsotti)

 

Struttura – Questa la struttura in quattro Rami:

– Laici che vivono nel mondo, sposati o non sposati, i quali, dopo un congruo periodo di preparazione, si consacrano a Dio nella Comunità. È questo il I Ramo della Comunità.

– Sposi o coppie di sposi che desiderano impegnarsi a vivere in famiglia seguendo i dettami dei consigli evangelici e quindi professando i voti di povertà, castità coniugale e obbedienza. È il II Ramo.

– Chi, pur restando a vivere nel mondo, vuole vivere la sua donazione a Dio nello stato verginale può professare i voti religiosi di povertà, castità piena e obbedienza (III Ramo).

– Infine il IV Ramo comporta la vita religiosa nelle case di vita comune, con fratelli e sorelle che lasciano tutto per vivere in piccole fraternità la cui impostazione di vita è tipicamente monastica: preghiera, silenzio, lavoro, studio.

Anche i sacerdoti diocesani possono far parte della Comunità, mantenendo la propria identità secolare e collocandosi o nel primo o nel terzo ramo.

Spiritualità La spiritualità della CFD vuole essere una spiritualità monastica. Soprattutto nell’Oriente cristiano lo stato di vita monastico è inteso come la realizzazione piena della condizione di grazia del battezzato. Essere monaci vuol dire vivere come specifica vocazione la tensione alla piena realizzazione della vocazione battesimale, comune a tutti. Su questa base don Divo Barsotti, ispirandosi alla spiritualità orientale e specificatamente russa, ha ritenuto possibile proporre al semplice battezzato, pur immerso nelle realtà del mondo, l’ideale monastico, nella dimensione di un ‘monachesimo del cuore’, un ‘monachesimo interiorizzato’. Per questo i mezzi che la Comunità offre per rispondere a questa specifica vocazione sono quelli propri della grande tradizione monastica: la vita liturgica e sacramentale, la preghiera e l’ascolto della Parola di Dio, la vita fraterna. Secondo dei programmi stabiliti, i membri della Comunità meditano ogni mese un libro della Sacra Scrittura in modo da leggere la Bibbia in un ciclo sessennale; frequentano per quanto possibile la vita sacramentale e liturgica della Chiesa; pregano ogni giorno con la liturgia delle Ore, almeno in alcune sue parti. Nel corso della settimana i consacrati si incontrano in piccoli gruppi; incontri in cui si prega, si fa formazione biblica, si assimila la spiritualità del Fondatore, ci si confronta e ci si aiuta nell’entrare sempre più nel cuore della vita spirituale. Ogni mese poi c’è un incontro allargato tra i vari gruppi esistenti nella stessa zona (Adunanza) e una mezza giornata di Ritiro, privilegiando la dimensione religiosa del silenzio. Durante l’anno infine si organizzano diversi corsi di Esercizi spirituali di cinque giorni in varie regioni d’Italia, e un pellegrinaggio per la conoscenza di luoghi significativi per la nostra spiritualità.

Siamo monaci – In che senso?

Siamo monaci, cioè uomini e donne «ordinati tutti all’ascolto della Parola di Dio e alla lode di Dio», impegnati a trasformarci in preghiera, a divenire una preghiera vivente e incessante (cf. 1Ts 5,17; Lc 18,1). «Il nostro primo impegno è l’ascolto della Parola di Dio… e nella lode divina, nella preghiera del giorno, noi offriamo alla Chiesa il nostro cuore e le nostre labbra perché la Chiesa intera preghi attraverso di noi» e facciamo nostri i bisogni di tutta l’umanità in un’intercessione universale e costante. Siamo chiamati «a divenire sacramento vivente della presenza viva di Dio. Per questo come Gesù dobbiamo vivere nel seno del Padre e rimanere nel mondo in mezzo ai fratelli. Il nostro monastero è il mondo, la nostra vita deve essere la vita stessa di Gesù». (D.Barsotti)

Siamo monaci perché ci ispiriamo al monachesimo primitivo, non per la fuga dal mondo e per le austerità della vita, «ma per una certa libertà e per un più diretto ordinarsi dell’anima a Dio. La nostra vocazione altro non è che l’impegno di vivere il nostro battesimo… Siamo monaci perché non vogliamo dimenticarci che Dio deve essere il primo amato, che Dio deve essere la meta ultima del nostro cammino. Il nostro deve essere un monachesimo interiorizzato» che si realizzerà «se vivremo una unione sempre più perfetta con Dio». «Saremo veramente monaci se tutta la nostra vita sarà una sola preghiera».

In fondo il nostro essere monaci si riassume molto bene nel “Cerco Dio solo” che pronunciamo nel rito della consacrazione (cf. Regola di San Benedetto 58).

“IL PRESEPE IN FAMIGLIA” con club di Massa Carrara

Anche nel periodo difficile che stiamo vivendo della terza ondata della pandemia, imprevista e preoccupante, il Serra Club di Massa Carrara, in collaborazione con la Parrocchia SS. Annunziata, in occasione del Santo Natale ha promosso la “Composizione del Presepe in famiglia”, che rappresenta ormai una nostra iniziativa tradizionale che ha raggiunto la 23• ma edizione.
Hanno aderito all’invito un numero consistente di ragazzi, ben 61, coinvolgendo con le famiglie oltre 200 persone in un bel momento di festa e di riflessione.
E’ stato per noi serrani un risultato che ci lusinga molto, perché si tratta di un evento di cristianità operativa che può essere di esempio in un contesto sociale in evoluzione e sempre più dissacrante.
Questa nostra iniziativa ha risposto bene “all’ Esortazione Apostolica del Santo Padre Francesco sul significato e valore del Presepe”.
Papa Francesco in questa Esortazione così ci ricorda: “Quando si pensa ai Presepi la mente corre subito a quello preparato in casa. Grande o piccolo che sia, quel Presepe ci appartiene perché esprime il calore della famiglia che tutta insieme si appresta a celebrare il Natale”. E continua: “E’ un insegnamento che rappresenta una vera forma di evangelizzazione, perché intende dare attualità alla trasmissione viva di un gesto che da secoli la Chiesa ha fatto suo per tenere la memoria viva del grande mistero della nostra fede”.
Nelle fotografie che i ragazzi hanno presentato si evidenzia la loro fantasia creativa che spesso ha dato vita a piccoli capolavori di bellezza.
I genitori che hanno collaborato con i figli alla composizione del Presepe, certamente sono stati riportati ai ricordi dell’infanzia e della fanciullezza carichi di nostalgia con il pensiero rivolto anche alle persone care che ci hanno lasciato e che ci hanno messo però nelle nostre mani questo prezioso momento, ed anche tutti noi, se saltiamo nel tempo con l’immaginazione, siamo portati a rivivere l’emozione e Io stupore del nostro primo Presepe. Era una beatitudine ritrovarci davanti al focolaio domestico avvolti da un’atmosfera armonica e dolce.

La cerimonia della premiazione, fatta nella Parrocchia, con la consegna di una pergamena come attestato di merito, date ai ragazzi dal Governatore del Distretto Signora Elena Baroncelli e dal nostro Presidente del Club Signora Elisabetta Agresti, e di un ‘Regalo” per la gradita partecipazione, dati dal Parroco della SS. Annunziata e Cappellano del nostro Club Don Cesare Benedetti.
La manifestazione si è svolta in un clima di festa, di gioiosa serenità e di amicizia.

D’Aloisio Gaetano

 

Una condivisione con il Serra

Ringraziamo don Carlo Rampone, Parroco a Villanova d’Asti, già rettore del Seminario interdiocesano Santa Maria del Cenacolo a Betania di Valmadonna (Alessandria), che ci ha offerto una sua testimonianza ed un messaggio di saluto al Serra e ai Serrani, cui si sente profondamente legato.

Di seguito il link al video.

 

Maria Lo Presti

Club di Oppido Mamertina. Giornata della Fondazione

Il Serra Club Oppido Mamertina- Palmi presieduto dalla dott.ssa Antonietta Bonarrigo,  ha celebrato la giornata della “Fondazione Beato Junipero Serra”.

L’evento si è tenuto a Oppido Mamertina  nell’aula magna del seminario vescovile.

La dott.ssa Bonarrigo,  dopo aver dato il benvenuto ai presenti,  ha affrontato  il tema: “Solidarietà sociale e sostegno nelle difficoltà: scopi e attività della Fondazione”.

La Bonarrigo ha subito sottolineato che il Serra  è un movimento internazionale laicale al servizio della Chiesa.

Nato in America,  ha assunto il nome del frate minore francescano, Junipero Serra, che nel ‘700 fu evangelizzatore di vaste aree del nuovo mondo”.

Tra gli scopi dei Club, c’è quello di aiutare il Seminario nell’occuparsi degli aspetti che riguardano il rapporto della Chiesa con i giovani, riunendoli insieme alle famiglie, per creare momenti di riflessione alla ricerca della possibilità che in ognuno di essi si riveli, se esiste, la vocazione al sacerdozio.

Ma non solo. Uno dei momenti fondamentali dell’attività dei “serrani” è la preghiera, che precede ogni incontro di lavoro. Inoltre, i volontari si prodigano per diffondere l’idea che la Chiesa, il Seminario e le vocazioni, si possono aiutare anche con una forma di missionariato laico che impegna uomini e donne.

Nell’attività del Club, c’è anche la divulgazione della cultura, della solidarietà e la promozione di quei valori etici che sono alla base della civile convivenza tra gli uomini.

Subito dopo la dott.ssa Lucia Ioculano si è soffermata sul tema “Sostegno del volontariato e delle organizzazioni non lucrative di utilità sociale e delle fondazioni riconosciute”.
A seguire la dott.ssa Giuseppina Latorre ha illustrato il tema: “Iniziative del nostro Club pro Fondazione Beato Junipero Serra”.
Dopo gli interventi del Diacono Stefano Scicchitano e del dott. Gino Gatto; ha concluso i lavori Mons. Francesco Milito vescovo della Diocesi Oppido Mamertina-Palmi.

Mons. Milito  dopo aver ringraziato tutti i  serrani presenti per l’impegno profuso e l’entusiasmo sin dall’inizio dimostrato, ha affermato:” Quando facciamo delle cose belle e buone all’origine c’è sempre Dio”.

Infine Mons. Milito si è soffermato sulle iniziative culturali del Club, e l’aiuto alle vocazioni e alle famiglie.

Dopo il convegno, si è svolta nella cappella del Seminario, la Celebrazione Eucaristica presieduta da Don Giancarlo Musicò, il quale nella sua omelia si è soffermato sulla figura di San Junipero Serra.

Junipero Serra, considerato uno dei personaggi più eminenti nella storia degli USA e “Padre fondatore della Patria”.

Spagnolo di nascita, uomo di grande cultura e forza morale, nella seconda metà del 700 svolse una intensissima opera missionaria in Messico ed in California.  La maggior parte delle città californiane, tra le quali San Francisco, Los Angeles e San Diego, sorsero attorno alle numerose Missioni da lui fondate e da queste presero il nome.

Morì nel 1784; beatificato da Papa Giovanni Paolo II nel settembre 1988, è stato canonizzato nel settembre 2015 in occasione del viaggio di Papa Francesco negli USA.

Caterina Sorbara

Benvenuto al Serrano più piccolo d’Italia

Il distretto 73 Puglia-Basilicata e, nello specifico, il Club di Lucera-Troia partecipa con gioia alla nascita del piccolo Giuseppe, figlio di due giovani serrani lucerini, Emanuela Abate e Vito De Girolamo, ai quali rivolgiamo i nostri auguri ricolmi di affetto.

In un periodo così critico, pervaso dalla tristezza e dalla malinconia, risuona ancor più forte il vagito di un neonato, un magnifico dono di gioia e segno del mistero della vita che continua e della speranza che rinasce. La natalità è il vero miracolo che salva il mondo e la coppia di sposi generatrice di vita è l’emblema concreto della Trinità di Dio, che è comunione d’amore.

San Giovanni Paolo II ci ricorda che “Il nostro Dio, nel suo mistero più intimo, non è solitudine, bensì una famiglia, dato che ha in sé paternità, filiazione e l’essenza della famiglia che è l’amore”. La famiglia cristiana è, dunque, al tempo stesso specchio e dimora della Trinità divina e, solo se lasciamo che Dio abiti con noi e in noi, le fondamenta della nostra casa poggeranno su una roccia e i fgli saranno come “pietre vive” e cresceranno come “virgulti d’ulivo”.

Compito precipuo di noi serrani, pertanto, non è soltanto quello di promuovere le vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata, ma alla vita nella sua totale pienezza, cercando di inculcare nelle menti dei giovani la consapevolezza che ognuno di noi è vocatus a realizzare una missione specifica affidataci dal Padre Celeste. Anche il matrimonio, quindi, è una vocazione, una risposta alla chiamata di Dio e i due coniugi, parafrasando Papa Francesco, sebbene navighino spesso in un mare agitato dalle burrasche, intenti a remare su una barca instabile, tuttavia non potranno mai naufragare, se il timoniere è Gesù Cristo.

Francesca Mignogna, Vice Presidente alle Comunicazioni del Serra Club Lucera-Troia

Compie novanta anni il Cardinale Saraiva Martins

Nel giorno dedicato dal calendario della Liturgia della Chiesa all’Epifania, Sua Eminenza il Cardinale Emerito José Saraiva Martins ha compiuto novant’anni essendo nato il 6 gennaio 1932 a Gagos do Jarmelo, Diocesi di Guarda, Provincia di Beira Alta in Portogallo.

Una data di nascita importante, certamente a lui cara, perché, dopo l’annuncio della Natività da parte dei pastori, celebra la festa cristiana della Manifestazione della divinità di Gesù al mondo attraverso il segno rivelatore dell’adorazione dei Re Magi.

Novant’anni di vita, sessantacinque dei quali dedicati alla Chiesa, dalla sua ordinazione nel 1957 e che continua a vivere intensamente nella fede e nella preghiera, componenti fondamentali del suo stile di sacerdote. Novant’anni di vita, sedici dei quali dedicati al Serra Italia dal 2002 al 2018, come Consulente Episcopale, durante i quali ci ha sempre accompagnato con la sua presenza ai nostri Congressi, con le sue omelie, con i suoi scritti che ancora oggi leggiamo con passione ed entusiasmo.

Un vero pilastro e una pietra miliare del Serra International Italia, che ha lasciato una traccia indelebile nella nostra storia di sostegno alle vocazioni sacerdotali.

In occasione di questo suo lungo cammino di fede e di professione sacerdotale, che ha percorso e che continua a percorrere da tanti anni, i serrani d’Italia e della Svizzere italiana, riconoscenti e grati per quanto Egli ha fatto e dedicato alla nostra missione, rinnovano, con un’unica voce, al Cardinal Saraiva Martins, affetto e riconoscenza per il suo instancabile servizio ministeriale di Pastore della Chiesa e testimone, per noi serrani, dell’amore di Dio, di quell’amore che non abbandona mai.

 

Cosimo Lasorsa

Costruire la città

Nella giornata conclusiva del Convegno Nazionale Vocazioni 2022, il Card. Gualtiero Bassetti, Arcivescovo di Perugia – Città della Pieve e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ha sottolineato quanto siano rilevanti testimonianze significative, esemplari, per un orientamento vocazionale. Ha così ricordato gli incontri fin da giovane, nella sua Firenze, con alcune personalità segnate da una spiritualità forte, vissuta nella concretezza della loro storia. Nel frattempo, ha delineato i tratti del suo percorso personale.

Di seguito il link alla relazione.

 

Maria Lo Presti

La storia possibile

La relazione di apertura del Convegno Nazionale Vocazioni 2022 è stata tenuta da S. E. mons. Paolo Bizzeti, Vicario apostolico dell’Anatolia. Già il titolo della relazione, La storia possibile, ha fatto entrare nell’esposizione del relatore che ha guardato alla sua storia vocazionale, fino all’attuale chiamata a svolgere il servizio episcopale per un territorio da cinque anni in attesa di un vescovo; un territorio in cui il cristianesimo è presente fin dalle sue origini. Mons. Paolo Bizzeti ha fatto riflettere sulla concretezza della storia personale, nella quale ciascuno può leggere la sua storia vocazionale.

Di seguito il link alla relazione.

 

Maria Lo Presti

Il Centro di accoglienza migranti della Diocesi di Oppido Mamertina – Palmi

La Caritas Diocesana: Vie nuove di speranza per Accogliere, Proteggere e promuovere, Integrare. Verso un noi sempre più grande

 In quest’anno pastorale, la Caritas Diocesana ha preso come punti di riferimento per programmare le sue attività a favore dei poveri del nostro territorio diocesano, che corrisponde alla Piana del Tauro con 33 Comuni e con oltre 160.000 abitanti, alcuni eventi, a partire dal 50° Anniversario di Caritas Italiana e dall’incontro con Papa Francesco di tutti gli animatori e operatori Caritas Diocesane d’Italia a Roma, il 2 luglio scorso. Durante l’incontro, il Santo Padre ha chiesto di percorrere con gioia tre vie: “partire dagli ultimi, custodire lo stile del Vangelo e sviluppare la creatività”.

Inoltre, il 14 novembre scorso, a San Ferdinando la Caritas diocesana con le Caritas parrocchiali ha celebrato la quinta Giornata mondiale dei poveri, dal tema I poveri li avete sempre con voi. Il nostro Vescovo Mons. Francesco Milito, durante la celebrazione Eucaristica, ha chiamato San Ferdinando “Città della Carità”.

Ancora, la 107.ma Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato, con il suo tema Verso un Noi sempre più grande, è stata celebrata dalla Caritas Diocesana con la proposta e promozione del Progetto “APRI”, acronimo dei quattro verbi di Papa Francesco riferiti ai migranti: “Accogliere, PRoteggere e promuovere, Integrare”.

Infine, il Sinodo Diocesano che stiamo celebrando, per “camminare nella verità, che è Cristo, come impegno ineludibile se non si vuole brancolare nel buio e cadere in un vuoto esistenziale”, come ci ha invitati a fare il nostro vescovo Mons. Francesco Milito, per “studiare il nostro tempo, leggere il nostro territorio con occhi aperti e sguardo in avanti, ritrovare unità di azione”, perché camminando insieme, “si potrà imparare quali processi possono aiutarci a vivere la comunione, a realizzare la partecipazione e ad aprirsi alla missione”.

Tra i poveri della nostra diocesi ci sono, certamente, anche i migranti che provengono dall’Africa e sono sbarcati sulle nostre coste, la maggior parte di loro con i barconi a perdere, senza nulla addosso, se non i pochi vestiti pure logori.

Incoraggiati dal nostro Vescovo Mons. Francesco Milito e dal Santo Padre Papa Francesco che, continuamente, invitano ogni comunità a “creare, con i migranti, tanti momenti di incontro e di amicizia, di solidarietà e di aiuto concreto”, perché la povertà non è un’entità astratta, ma “ha il volto di donne, di uomini e di bambini sfruttati per vili interessi, calpestati dalle logiche perverse del potere e del denaro”. Davanti a questi scenari, come Caritas Diocesana di Oppido Mamertina – Palmi, abbiamo cercato di non restare inerti e rassegnati, ma abbiamo cercato di “rispondere con una nuova visione della vita e della società”.

Abbiamo cercato di tendere la mano e di aiutare, con tutte le nostre forze, le persone che soffrono, i poveri, i fragili, e tra questi i Migranti e i rifugiati, senza escludere nessuno.

Con la speranza che tutte le iniziative e le attenzioni verso i poveri e i migranti  “possano radicarsi sempre più  nella nostra Chiesa locale” e, anche attraverso il Sinodo Diocesano che stiamo celebrando, “possa aprirsi a un movimento di evangelizzazione che incontri in prima istanza i poveri là dove si trovano perché non possiamo attendere che bussino alla nostra porta, è urgente che li raggiungiamo nelle loro case, negli ospedali e nelle residenze di assistenza, per le  strade e negli  angoli  bui  dove  a  volte si  nascondono, nei  centri  di  rifugio  e  di accoglienza, nella Tendopoli di San Ferdinando, nel Campo Container di Rosarno, nel campo immigrati di Russo di Taurianova e in tutti gli altri sperduti e diroccati casolari delle campagne della Piana, perché è importante capire come si sentono, cosa provano e quali desideri hanno  nel  cuore”.  “Essi hanno molto da insegnarci, poiché, oltre a partecipare del sensus fidei, con le proprie sofferenze conoscono il Cristo sofferente”.

Il Centro di accoglienza

Il Centro di accoglienza migranti della nostra Diocesi più conosciuto è certamente la tendopoli/baraccopoli di San Ferdinando, sita nella stessa 2^ Zona Industriale del Porto di Gioia Tauro che, nel mese di marzo 2019, ha sostituito l’altra vecchia tendopoli/baraccopoli, ghetto di San Ferdinando, dove per anni hanno trovato riparo i braccianti africani immigrati.

Frutto di un’azione sinergica tra Regione Calabria, Prefettura e Provincia di Reggio Calabria, Protezione civile regionale, Croce rossa, Caritas Diocesana di Oppido-Palmi e le amministrazioni comunali di San Ferdinando e Rosarno, la nuova tendopoli doveva essere una soluzione temporanea, in attesa di soluzioni più stabili, per assicurare ai migranti dignità e condizioni di accoglienza ed ospitalità decorose in un contesto di massima trasparenza e legalità, nel quadro di un più vasto progetto di integrazione condiviso dalle comunità locali e gestito in sinergia con l’associazionismo locale. Tutto questo purtroppo è stato realizzato solo in parte e da soluzione temporanea, la tendopoli è diventata soluzione stabile.

Attualmente nella tendopoli ci sono 76 tende, ormai logore e oltre cento baracche costruite negli ultimi mesi, quando la tendopoli è rimasta incustodita.

I braccianti africani che vi risiedono vengono dal Mali, dal Ghana, dal Gambia, dal Senegal, dalla Costa d’Avorio, dalla Nigeria, dal Niger, dal Burkina Faso e dalla Liberia.

Nella tendopoli ci sono 3 container con 4 bagni ciascuno e 5 container con 2 bagni e 2 docce ciascuno.

Ci sono due container donati, temporaneamente, alla Caritas Diocesana dal Comune di San Ferdinando, che sono adibiti a Centro di Ascolto Caritas e a deposito derrate alimentari della Caritas, ed anche vestiario e coperte.

C’è anche una tenda che funge da moschea con tre Imam che si alternano durante i momenti di preghiera.

Intorno alla tendopoli operano giorno e notte, h 24, le Forze dell’Ordine, con a turno i Carabinieri, la Polizia e la Guardia di Finanza.

La tendopoli, che è stata installata per 400 persone, fin dal primo momento ha mostrato molte criticità che non sono state mai risolte definitivamente a causa dei mancati finanziamenti da parte delle autorità competenti.

La prima criticità è la corrente elettrica che, soprattutto in inverno funziona malissimo per il sovraccarico inevitabile per riscaldarsi, cucinare e illuminare le tende. Per poter cucinare e per riscaldarsi, inoltre, i migranti collegano abusivamente molti fili elettrici volanti che, per il cattivo funzionamento, diventano un pericolo reale per ognuno. Nei giorni scorsi, un incendio dovuto al sovraccarico dei collegamenti abusivi ha distrutto completamente il quadro elettrico generale e adesso la tendopoli è completamente al buio.

La seconda sono i servizi igienici che sono insufficienti, comprese le docce, dove l’acqua calda, a causa delle continue interruzioni della corrente elettrica, non c’è quasi mai.

Inoltre i servizi igienici, a causa della scarsissima manutenzione e pulizia, sono continuamente sporchi e mal funzionanti con perdite di acque reflue e di liquami di fognatura maleodoranti che si sono sparse sotto i container dove hanno formato pozzanghere e poi tutto intorno ai container.

La terza criticità sono le tende che dopo un anno e mezzo già mostrano tutto il loro deterioramento, con strappi e squarci evidenti, dovuti al loro consumo, che provocano infiltrazione di acqua piovana e freddo.

La quarta criticità è l’acqua corrente che spesso viene meno, per vari motivi, soprattutto per manutenzione della condotta, anche per più di una giornata.

La quinta criticità è la spazzatura e lo smaltimento di rifiuti speciali, come la tela delle tende, che rimangono in mezzo al campo per settimane prima che la Ditta che ha l’appalto provveda per il ritiro.

Ogni intervento di manutenzione sia alla corrente elettrica, sia ai servizi igienici e alla fognatura, diventa spesso un problema insormontabile e passano tanti giorni prima che venga risolto, ma mai definitivamente.

Con l’inverno tutte queste criticità si sono moltiplicate, come è già successo l’inverno scorso.

Oltre alla tendopoli di San Ferdinando, in moltissimi altri luoghi del circondario, da moltissimi anni, ci sono altri insediamenti nei casolari, anche diroccati, delle campagne della località Marotta di Drosi dei Rizziconi, della località Olmolongo di Rizziconi, nella località collina tra Rizziconi e Rosarno, nella località Russo nel Comune di Taurianova dove c’è la comunità più numerosa con oltre 150 arrivi ogni anno e almeno 30 residenti stabili.

In questi luoghi i migranti si sono sistemati in condizioni di grande precarietà senza luce elettrica, senza acqua corrente e senza servizi igienici e vivono quasi da invisibili. A loro ci pensa ad aiutarli solo la Caritas e il Sindacato CGIL con la Segretaria Generale della Piana di Gioia Tauro che sta spendendo gran parte della sua vita per aiutare i migranti della Piana. Purtroppo per tutti loro non c’è lavoro sufficiente e quindi si trovano a passare tantissimo tempo senza lavorare, quindi senza guadagnare niente, e si trovano nella povertà più grande.

Le condizioni dei migranti, purtroppo, in questi anni non sono molto migliorate e, anche se c’è stato un aumento dei contratti agrari registrati per i bracciati africani, che è sicuramente una cosa buona, dovuta soprattutto al lavoro fatto dalle forze dell’Ordine specialmente dopo la legge regionale del 2016 contro il lavoro nero, lo sfruttamento e il caporalato in agricoltura, abbiamo ancora casi di assunzioni per un mese ma con versamento di contributi per una settimana o addirittura per tre o quattro giorni. La retribuzione agli immigrati è di 30/35 euro al giorno per 8 ore di lavoro, oppure a cottimo le aziende pagano i braccianti un euro e cinquanta a cassetta per i mandarini e un euro a cassetta per le arance. A queste cifre, spesso, bisogna sottrarre il “pizzo” dovuto ai caporali che va da 3 a 5 euro per il trasporto con i furgoni fino al posto di lavoro, andata e ritorno.

Tutto questo comporta che nemmeno un terzo dei braccianti immigrati africani che lavorano nella Piana di Gioia Tauro ha un contratto, e tutti vivono nell’incertezza del futuro e, soprattutto, con il problema che senza contratto di lavoro non potranno rinnovare il permesso di soggiorno, non potranno trovare una casa in affitto, non potranno avere una residenza.

E tutto questo porta pure il deteriorarsi delle condizioni psico-fisiche dei migranti che, ultimamente più spesso, hanno mostrato problemi psicologici e di salute, legati certamente alle condizioni di vita, alla stagione fredda, alla mancanza di riscaldamento.

In questi anni la Caritas è sempre stata presente in queste periferie geografiche ed esistenziali come segno di presenza della Chiesa, sia nell’emergenza che purtroppo spesso è diventata sistema, che nella normalità, cercando di instaurare un buon dialogo con i migranti con i quali ha costruito un ottimo rapporto di fiducia e di amicizia, facendo cadere i muri della paura, della diffidenza e dell’incomprensione. La Caritas, inoltre, in questi anni ha cercato di dialogare con le istituzioni pubbliche e private coinvolte, a diverso titolo, nella situazione immigrati e, in particolare, con la Prefettura, la Questura e il Comune di San Ferdinando e le altre amministrazioni dei comuni della Piana interessati al fenomeno dei migranti. La Caritas, per ognuno di loro, è stata interlocutrice principale in ogni occasione. È stata una interlocutrice soprattutto nei scorsi mesi tra luglio e settembre quando, dopo che il Vescovo sollecitava le istituzioni a vaccinare i migranti con due lettere datate 19 maggio e 10 luglio 2021,  nelle quali sollevava il problema di “estendere le vaccinazioni anche ai molti senza fissa dimora, stranieri irregolari e quanti non censiti dal S.S.N., stabilmente o saltuariamente presenti tra di noi, come atto di giustizia nei confronti di questi ultimi, ma anche nell’interesse di salvaguardia dell’intera popolazione normalmente e regolarmente residente, con il rischio sempre presente di nuovi focolai di infezione”, insieme a Celeste Logiacco, Segretaria Generale della CGIL della Piana, passando tenda per tenda e baracca per baracca, sono riusciti a convincere tutti i migranti della tendopoli/baraccopoli a vaccinarsi contro il Covid19. I migranti che avevano avuto la tendopoli zona rossa, hanno subito capito l’importanza della vaccinazione per uscire fuori dalla pandemia.

Più volte, come Caritas, abbiamo chiesto, durante gli incontri istituzionali in Prefettura, in Questura e con ogni politico con il quale ci siamo confrontati, ad ogni livello, di uscire dalla logica emergenziale, in favore di un’accoglienza diffusa da conseguire con il supporto della Regione Calabria, dei Comuni interessati e delle aziende che hanno bisogno della loro mano d’opera.

Su questo, inoltre, più volte in Prefettura sono stati fatti incontri durante i quali è stata fatta una ricognizione dei beni confiscati alla criminalità organizzata da poter destinare alla sistemazione alloggiativa dei migranti e, al riguardo, è emersa la disponibilità di immobili nei Comuni di Cittanova, Gioia Tauro, Rosarno, San Ferdinando e Taurianova, ma poi non si è dato seguito.

Sono state fatte anche promesse che riguardano degli incentivi per il fitto di immobili, con la creazione di un apposito fondo di garanzia regionale per i proprietari che concedono un immobile in locazione e l’intensificazione dei mezzi di trasporto per agevolare gli spostamenti dei migranti sul luogo di lavoro, ma anche tutto questo non ha avuto seguito.

Questo è un territorio ad alto tasso di spopolamento con centri abitati semideserti e moltissime abitazioni sfitte, con un patrimonio immobiliare vuoto assai vasto. L’auspicio è che gli enti locali collaborino per permettere il ripopolamento di questi luoghi, e queste abitazioni verrebbero messe a disposizione dei lavoratori stagionali con affitti calmierati.

Adesso, mentre molti migranti sono ritornati nella Piana per la raccolta degli agrumi e altri lavori agricoli, stiamo assistendo da parte delle autorità, ad un pericoloso silenzio. Oggi il dato più preoccupante è quello del silenzio e dell’immobilismo delle Istituzioni. Intanto stanno crescendo le baraccopoli di San Ferdinando, quella nella località Russo di Taurianova, quella di Marotta. Intanto il campo container di Rosarno si sta degradando sempre più. Centinaia e centinaia di migranti stanno vivendo in condizioni disumane e terribili, al freddo e al gelo.

La richiesta forte che, ancora una volta, vuole partire dalla Caritas Diocesana di Oppido Mamertina – Palmi e da tutte le organizzazioni umanitarie e dalla popolazione della Piana di Gioia Tauro, è quella dell’impegno delle Istituzioni Pubbliche interessate affinché venga eliminata l’attuale nuova tendopoli che intanto è diventata baraccopoli e tutti i ghetti piccoli e grandi nascosti nelle campagne della Piana e ai migranti venga assicurata una normale e civile abitazione con l’accoglienza diffusa tanto auspicata da tutti e che  mai più sorgano ghetti nei nostri territori.

Noi crediamo che a San Ferdinando bisogna creare un nuovo modo di vivere che va al di là della tendopoli e proponiamo l’accoglienza diffusa nei Comuni, come l’esperienza di Drosi dove, con la garanzia della Caritas, negli anni scorsi, siamo arrivati ad affittare ben 30 abitazioni private per l’accoglienza di 140 immigrati. Adesso, a Drosi, i migranti riescono ad affittare le case direttamente loro, perché hanno acquisito la fiducia dei proprietari.

Una richiesta forte che la Caritas pone, ancora una volta, alle Istituzioni è quella di saper veramente promuovere iniziative per politiche di integrazione piena, per l’inserimento dignitoso degli immigranti nelle realtà locali e comprensoriali, specialmente nel lavoro, nell’istruzione scolastica, nella sanità, nella socialità, nella tutela dell’identità culturale e religiosa, con un impegno nuovo e giusto, pacifico, solidale e strutturato.

La richiesta è quella di realizzare progetti e servizi non improvvisati per l’emergenza, ma programmati per l’ordinario, il quotidiano e il lungo termine. Chiediamo anche una giusta politica dei prezzi agricoli per far sì che i produttori abbiano più garanzia per i loro prodotti, anche con la tenuta dei prezzi, e possano assumere legalmente e serenamente la mano d’opera specialmente immigrata anche con la riaffermazione del ruolo dei centri per l’impiego e l’istituzione delle liste di prenotazione per il lavoro agricolo, per consentire l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro.

Si chiede, di conseguenza, una giusta retribuzione ai braccianti immigrati e un contratto di lavoro con l’assicurazione e i contributi previdenziali ed assistenziali; una dignitosa abitazione con luce elettrica, acqua corrente, e servizi igienici.

Prima di terminare, ricordiamo i tantissimi interventi del Vescovo S. E. Mons. Francesco Milito sulla questione immigrati, fin dal suo arrivo in Diocesi. Ricordiamo in modo particolare quattro suoi messaggi riguardo gli immigrati nella Diocesi di Oppido Palmi, le iniziative della Diocesi e i suggerimenti per la risoluzione dei problemi:

Ancora al “freddo e al gelo” – Avvento di Fraternità – 2012

Non ci costò l’aver amato – Natale 2012.

Da Natale a Pasqua: non ha colori la pelle di Dio – Quaresima 2013

“Settembre, andiamo. È tempo di migrare” Dove? Come? – Agosto 2013

Messaggi scritti dal nostro Vescovo Mons. Francesco Milito otto, nove anni fa, ma tutti attuali più che mai. Sembrano scritti oggi.

Ricordiamo, in particolare, il suo primo messaggio per l’avvento 2013, dal significativo titolo Ancora al “freddo e al gelo”, con l’invito rivolto ad ogni famiglia della diocesi, che poteva farlo, di dare una coperta ai fratelli immigrati bisognosi: ciò ha assunto un significato che è andato al di là del gesto stesso, perché ha mobilitato i fedeli tutti e ha fatto prendere coscienza, ancor di più, della situazione di emergenza che stavano vivendo gli immigrati. “Al freddo e al gelo” nelle tendopoli e nelle baracche oggi è “ancora lui che soffre nei fratelli immigrati”, ha affermato , con grande sensibilità, Mons. Milito, chiedendosi sé è “ammissibile” e “concepibile, ancora la riproposizione di una scena così grave? Ve lo confido come un padre, che avverte acute le emergenze dei suoi figli e chiede ai fratelli di non dimenticarsi di farsi prossimo degli altri che soffrono: mi aspetto che scatti un moto immediato di solidarietà efficace”.

L’appello di Mons. Milito allora è caduto in un periodo in cui le previsioni meteorologiche, recanti notizie di peggioramento delle condizioni atmosferiche, “aggiungono un motivo in più all’urgenza di non perdere tempo. Se la risposta sarà tale da fronteggiare la pesante indigenza dei nostri fratelli immigrati, a Natale, quando riecheggeranno nelle nostre Chiese e per il mondo le parole rivelatrici del suo mistero ‘E il Verbo si fece Carne e venne ad abitare in mezzo a noi’, saranno pienamente concrete”. “Le precarie condizioni, in cui continuano a versare gli immigrati, che servono al lavoro, ma che il lavoro, per complessi ma evidenti motivi, non riesce ad elevare – afferma il vescovo – non può lasciarci assolutamente indifferenti”.

Il nostro Vescovo si è rivolto, quindi, agli organismi civili competenti: “senza latitanze, senza assenze e silenzi inspiegabili, senza rinvii tocca prendere in mano la situazione, rafforzare e completare gli interventi urgenti di prima necessità, a salvaguardia dei diritti primari della dignità e della salute”.

All’importante messaggio è seguita la visita di Mons. Francesco Milito alla tendopoli di San Ferdinando, dove si è voluto rendere conto di persona dello stato di degrado spaventoso in cui vivevano oltre millecinquecento immigrati africani.

Nella tendopoli, costruita l’anno prima per far fronte a quella emergenza abitativa, gli immigrati avevano costruito baracche e ripari di ogni genere con lamiere, cartoni, plastiche e rami di alberi. Mons. Francesco Milito, visibilmente turbato, ha definito quelle abitazioni: “disumane ed inaccettabili”; “c’è da inorridire nel veder come vivono questi fratelli, ammassati in ambienti che di umano non hanno niente”.  “Sono scene – ha aggiunto il Vescovo – di straordinaria inciviltà di fronte alle quali occorre uno scatto di carità ma anche di civiltà”. Poi ha lanciato, ancora una volta, un altro appello alle istituzioni perché decidano di intervenire, “per alleviare il più possibile le condizioni di vita di questi nostri fratelli che arrivano nella Piana con la speranza di poter lavorare”. “Spero tanto – ha concluso il Vescovo – che le istituzioni non si girino dall’altra parte e facciano subito anch’esse qualcosa per permettere ai migranti di soggiornare in maniera dignitosa”.

Diac. Vincenzo Alampi

 

Tradizionale visita del Serra Club di Acireale ai sacerdoti anziani della diocesi

Condividiamo le foto riguardanti la nostra visita, dopo il fermo causa pandemia, ai sacerdoti anziani ospiti della struttura OASI di Aci S. Antonio, vicino ad Acireale. E’ stato sempre un momento di condivisione e fraternità che si è consolidato sempre più nel tempo. La nostra vicinanza e amicizia non può mancare soprattutto nei momenti difficili. Abbiamo partecipato con il Rettore e seminaristi ai Vespri, alla Novena e alla Celebrazione Eucaristica. Dopo uno scambio di Auguri.

Vera Pulvirenti