Il Perdono e la Speranza nella Divina Commedia

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In occasione del “Dantedì” 2025, nel pomeriggio del 25 marzo, presso la Sala delle Vele del Circolo Ufficiali M.M. , alla presenza di un nutrito e variegato pubblico, con numerosi studenti liceali, la professoressa Josè Minervini, presidente della Società D.Alighieri, Comitato di Taranto, ha tenuto una  Conversazione sul tema “Il Perdono e la Speranza nella Divina Commedia”. La conferenza è stata introdotta dal saluto della Dottoressa M. Tarantino, in rappresentanza delle associazioni AMMI e AIMC e della Signora M.Cristina Prampolini Scapati, presidente del SERRA CLUB .

Prima di entrare nel vivo dell’argomento, la professoressa Minervini ha voluto dedicare idealmente questa Conversazione al compianto Mons. Prof. Cosimo Damiano Fonseca, recentemente scomparso, suo stimatissimo docente, punto di riferimento della cultura meridionale, storico e medievalista tra i più noti e apprezzati.

La relatrice introduce il primo argomento, oggetto della conversazione, con la seguente affermazione: “Quando si parla del Perdono nella Divina Commedia, si parla  del Purgatorio”.

Per comprendere appieno il significato e il valore del termine “ Perdono”  è necessario risalire alla storia e all’ etimologia del termine stesso. Nel mondo classico non esiste il concetto del perdono perché le divinità pagane sono prive di misericordia. Questo sentimento di compassione per la sofferenza altrui, che spinge a soccorrere e perdonare, appartiene solo al Dio cristiano. Infatti il perdono rappresenta l’eccezionalità (espressa dal prefisso “per”) del dono della Misericordia divina. E l’eccezionalità dell’atto del perdono da parte di Dio viene sottolineata  già nell’Antipurgatorio, nel primo incontro di Dante con le anime degli Scomunicati ( c. III) .

Dante apre spiragli di salvezza anche per queste anime, a dimostrazione di quanto sia grande la Misericordia  di Dio a fronte di un sincero pentimento in punto di morte. Dante non esita ad esprimere questo concetto, ponendosi contro la posizione della Chiesa dell’epoca che riservava  agli scomunicati una condanna sociale e spirituale senza appello. Attraverso il colloquio con lo scomunicato più illustre, Manfredi d’Altavilla che, pentitosi in punto di morte,  concluse la sua vita nell’abbraccio di Dio, Dante esprime una grande Verità teologica: l’amore e il perdono divino rendono inefficace la scomunica della Chiesa ufficiale, spesso utilizzata per fini politici.

La relatrice prosegue analizzando altri incontri di Dante nel suo viaggio in Purgatorio, e così troviamo coloro che perirono di morte violenta, ma che perdonarono i loro uccisori, come Buonconte da Montefeltro che morì invocando la Vergine Maria. L’incontro con queste anime offre a Dante l’occasione per ricordare a tutti noi che non bisogna mai dubitare del perdono e della Misericordia di Dio, anche quando il giudizio degli uomini è spesso contro ogni speranza di salvezza. Con questa riflessione viene introdotto l’altro tema dell’ incontro, la Speranza, una delle tre Virtù teologali, senza le quali non può esserci salvezza.

Dal punto di vista etimologico, la parola” Speranza” si ricollega al latino “Spes” che proviene a sua volta dalla radice sanscrita “Spa” che significa “tendere verso una meta”. Sant’Agostino e Dante hanno entrambi affrontato il tema della Speranza che è una virtù che dà forza e orienta verso il futuro. Nel primo trattato della Storia sulla Speranza, Sant’Agostino scrive “La Speranza ha due bei figli: la rabbia e il coraggio, la rabbia nel vedere come vanno le cose, il coraggio nel vedere come potrebbero andare”.  Un monito quanto mai attuale oggi in cui è necessario avere il coraggio di coltivare la Speranza in un mondo finalmente pacificato.

Il tema stesso del Giubileo, “Pellegrini di Speranza”,  è un invito ai credenti a intraprendere un cammino di fede e di rinnovamento spirituale verso Dio, lo stesso compiuto da Dante. Nel suo viaggio all’Inferno, il Sommo Poeta ha conosciuto la “speranza cionca” (c. IX ), ma già nel c. III, la famosa scritta sulla simbolica porta di accesso , lascia spazio solo alla disperazione.   Voluta e creata dalla Giustizia divina, la porta dell’Inferno sancisce l’immutabilità della condanna : “Lasciate ogne speranza voi ch’intrate”.

Il canto che  segna, invece, il trionfo della Speranza è il XXV del Paradiso nel quale campeggia la figura di S. Giacomo che interroga Dante su cosa sia per lui la Speranza. E il sommo vate, sostenuto da Beatrice, risponde: “ Speme è uno attender certo de la gloria futura, il quale produce Grazia divina e precedente merto”.  Versi che, a conclusione della sua pregevole Conversazione, la professoressa Minervini così efficacemente parafrasa: “Il Perdono guarda al passato, la Speranza al futuro”.

TERESA CATANESE ZINZI