Club di Cascina. Lectio magistralis sul tema dell’anno

Si è svolta Martedì 11 Novembre u.s. la terza riunione del Serra Club di Cascina, caratterizzata fra l’altro da una conviviale autogestita in cui ciascun serrano si è fatto carico di preparare qualcosa da mangiare amplificando in tal modo il senso della convivialità. L’incontro è poi proseguito con una relazione, ma soprattutto con una sorta di “lectio magistralis”, del teologo biblico don Cornelius (temporaneamente vice parroco di Cascina) sulla settima beatitudine del Vangelo di Matteo: Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio.

Siamo appunto nel Vangelo di Matteo. Si tratta dell’evangelista che si rivolge ad una comunità ebraica e che struttura il suo Vangelo in 5 discorsi: il discorso della montagna o delle beatitudini, il discorso missionario, il discorso in parabole, il discorso comunitario e il discorso escatologico. Cinque discorsi come cinque sono i libri del Pentateuco. Un evidente rimando simbolico utile nel parlare ad una comunità ebraica. Poi il luogo delle beatitudini: la montagna. Anche Gesù alla stregua di Mosè sale sul monte. Ma mentre Mosè riceve la legge, Gesù detta la legge. Gesù è veramente il Messia! Ora è Dio che parla e dice: “non crediate che sia venuto ad abolire la legge o i profeti; non sono venuto ad abolire ma a dare compimento”.

E’ in questa nuova ottica che dobbiamo vedere la parola pace. Nel Vecchio testamento la pace è usata come sinonimo di sicurezza (Isaia 38,2). E’ usata come sinonimo di tranquillità (Genesi, 15,15); come sinonimo di benessere e prosperità (salmi 122,6) e di assenza di guerra (Samuele 1°, 7,14).

Ma sempre nel Vecchio testamento si dice che il Messia porterà la pace piena. Cosa è la pace piena? E’ l’insieme di tranquillità, benessere, assenza di guerra o è qualcos’altro?

Notiamo intanto che Gesù non dice Beati i pacifici ma dice Beati gli operatori di Pace. Beati! Una parola che nei Vangeli è usata nei confronti di sole due persone: nei confronti della Madonna (pronunciata da Elisabetta) e nei confronti di Pietro quando riconosce che Gesù è il Figlio di Dio. Dire Beati, quindi, significa elevare gli operatori di pace ad una dignità massima.

Non solo. Si dice che saranno detti figli di Dio. Come non riandare, allora, alla Voce durante la trasfigurazione: “questi è il mio figlio, ascoltatelo”. Esseri detti “figli di Dio” assume il significato di essere accomunati a Gesù e in definitiva a Dio stesso. Significa essere in piena comunione con Dio. E’ questa la pace vera! La pace del coro degli angeli che saluta la nascita di Gesù in Luca 2,14.  La Pace che dà  Gesù nel suo commiato dagli apostoli (Giovanni 14,27). La pace con cui Gesù saluta gli apostoli nella sua prima apparizione dopo la resurrezione (Giovanni 26, 19). E questa Pace consiste nella nostra identità con Gesù che va oltre l’istintivo comportamento umano: “fu detto amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico ma Io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per coloro che vi perseguitano”.

E questa Pace dovrebbe essere il carattere identificativo del Cristiano: avere contezza dell’unione intima con Dio in grado di produrre una “estasi” di pace mai scalfita dalle evenienze quotidiane. Una Pace che il cristiano è, poi, chiamato a trasmettere o ancor meglio a fare emergere come si legge in Luca 10, 13: entrando in una casa … scenda la vostra (!) pace su di essa. Ecco, quindi, l’esortazione ad essere “operatori di Pace”. Avere contezza, come detto, di questa Pace piena e farla trasparire nei rapporti e nelle azioni quotidiane e in tal modo essere realmente operatori di pace. Una esortazione non espressamente richiamata nel vecchio testamento ma implicitamente già presente ad esempio nel libro dei Proverbi 12,20.

E infine la promessa: quella, se saremo operatori di Pace, di essere elevati a figli di Dio (Matteo, 5, 45). Essere, come detto, equiparati a Gesù e in definitiva a Dio stesso.

Paolo Chiellini

Vicepresidente alla comunicazione