Club di Acqui. La storia della Sacra Sindone.
ACQUI Venerdì 6 marzo il Serra Club ha organizzato un incontro sulla sto-ria della Sacra Sindone. La serata si è aperta nel Santuario della Madonni-na con la concelebrazione della messa da parte del vice cappellano don Domenico Pisano con il parroco don Wiston Carrera, il diacono Carlo Gallo e i seminaristi Michael Shokolo e Mark Tipoi che saranno ordinati diaconi il prossimo 26 aprile. Al termine, il trasferimento dei partecipanti nel sa-lone mons. Principe per ascoltare la relazione sulla storia della Sacra Sin-done del dott. Luigi Sacco, ex farmacista di Canelli e socio fondatore del Serra Club. Presentato dal past president Michele Giugliano che ha sosti-tuito la presidente Monica Cavino impossibilitata ad intervenire, il relatore ha aperto la sua relazione affermando: “L’argomento di cui parlerò è il più studiato e discusso di sempre dando origine a due fazioni contrapposte: quelli che credono nell’autenticità e quelli che la negano. La Chiesa non si è pronunciata sulla Sindone, ma ne autorizza la venerazione come “icona della passione di Cristo”, secondo le parole del cardinale Anastasio Balle-strero già arcivescovo di Torino. Che la storia della Sindone inizi da Geru-salemme è inutile ricordarlo: in quel tardo pomeriggio del venerdì santo quando Giuseppe di Arimatera, saputo che Gesù era morto, si presenta a Pilato e ne chiede il corpo, gli viene concesso e lui, come raccontano i Vangeli, compra un lenzuolo di lino “sindon in greco”, vi avvolge il corpo e lo colloca in un sepolcro nuovo scavato nella roccia. Notiamo che la parola nuovo esclude la presenza di altre salme, quindi la contaminazione. Tutto in gran fretta in quanto incombe il sabato, con l’obbligo di sospendere ogni attività. La mattina di Pasqua le pie donne trovano il sepolcro vuoto, corrono a dirlo agli Apostoli. Pietro e Giovanni, sempre di corsa, vanno al sepolcro. Giovanni, più giovane, arriva per primo ma non entra: per ri-spetto aspetta che entri prima Pietro. Vedono i lini, ma i Vangeli non dico-no se li prendono. Non si sa, quindi, chi li prende in custodia. Nei Vangeli apocrifi c’è qualche accenno, ma la prima data significativa è il 541, quan-do ad Edessa, cittadina prossima di Costantinopoli ,si scopre un’effigie di Gesù su di un tessuto che è oggetto di venerazione popolare- Ad un certo punto,l’Imperatore in carica pretende che gli venga consegnata l’immagine e al rifiuto dei cittadini se la prende con la forza. A questo punto si scopre che quello che sembrava un quadro in realtà è un lenzuolo che reca i segni della passione di Gesù come sono descritti nei Vangeli: se-gni dei chiodi, delle spine nel capo, il colpo di lancia nel costato. Dopo mil-le peripezie, durante la quarta crociata e vari cambi di proprietà, final-mente la Sindone arriva in Francia: è il 1353 e da allora la Sindone cono-sce varie vicissitudini, perché siamo in piena guerra dei 100 anni. Nel 1453 la stessa viene venduta dall’ultima erede della famiglia Charny ai Savoia che sono ancora conti ed hanno per capitale Chambery. Nel 1532 un fu-rioso incendio mette a rischio la Sindone; addirittura si fonde il conteni-tore d’argento che la contiene e una goccia del metallo fuso cade sul len-zuolo. Lo stesso l’anno dopo viene affidato alle suore Clarisse di Chambery che eseguono dei rammendi e la fissano su una tela d’Olanda. Nel 1572 Torino diventa la nuova capitale del Ducato dei Savoia e sei anni dopo la Sindone viene trasferita a Torino, nonostante la protesta dei cittadini di Chambery. L’occasione è data da Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano, il quale aveva fatto un voto: se la peste, una delle tante, fosse cessata in fretta sarebbe andato a piedi a venerare la Sindone. Il Duca di Savoia, per favorire il Vescovo già malandato di salute, traferisce la Sindone “provvi-soriamente”, come promette ai savoiardi. Ma come sappiamo nulla è più definitivo del provvisorio. Il telo verrà conservato nella chiesa di S. Loren-zo, poi nel 1694 nell’apposita cappella progettata dal Guarini. Nel 1713 il Ducato diventa Regno ed è l’occasione di una ostensione della Sindone, ostensioni che si si ripeteranno ad ogni fausta occasione. Facciamo un bel salto ed arriviamo al 1898, quando l’avvocato e fotografo dilettante Secondo Pia ottiene il permesso di fotografare la Sindone. Come Lui stes-so racconta, per poco non gli cade dalle mani la lastra col negativo, perché quel negativo in realtà è un positivo. Il fatto suscita una tale impressione che il Pia viene accusato di aver ritoccato le foto. Naturalmente non è ve-ro, ma con la sua foto il Pia dà l’avvio agli studi sulla Sindone che si susse-guiranno negli anni. Nel 1983 muore Umberto II, il re di maggio, e nel suo testamento lascia la Sindone al Vaticano. S. Giovanni Paolo II stabilisce che la stessa rimanga a Torino e ne nomina l’Arcivescovo suo custode. Nella notte tra l’11 e il 12 aprile del 1997 scoppia un incendio nella cappella che la ospita, dove sono in corso lavori di manutenzione, ma il lenzuolo non corre rischi grazie ad un intervento provvidenziale dei Vigili del Fuoco. Con un altro intervento di restauro, nel 2002, si rimuovono i lembi del lenzuolo bruciato nel 1532 e i rattoppi delle Clarisse. Ora la Sindone è conservata arrotolata in un involucro di sicurezza assoluta. A favore dell’ autenticità c’è un argomento inoppugnabile: i pollini. I pollini, come ben sanno le per-sone che soffrono di allergie, sono presenti in milioni nell’atmosfera. Max Freai, botanico e criminologo svizzero, durante un’ostensione notò la pre-senza di molti pollini sulla Sindone. Fece dei prelievi e con sorpresa scoprì che non erano contenuti nelle raccolte conservate presso le Università, ma appartenevano a piante medio orientali, due in particolare erano tipi-che della zona di Gerusalemme.” Il relatore ha chiuso con le parole di uno scienziato: “Nella scienza non esistono scoperte decisive, men che meno definitive. La scienza deve essere umile. Come scienziato mi sembra evi-dente che la Sindone non è un oggetto dalle facili spiegazioni. Come uomo mi piace una frase di Barry Schwortz: la Sindone non è qui per rispondere alle nostre domande, ma per porci delle domande. A queste domande siamo chiamati a rispondere fra qualche settimana quando mediteremo sulla Passione e morte del nostro Redentore. Ma non ci fermeremo alla morte, perché Cristo la morte l’ha vinta. Noi siamo seguaci di un risorto”. Un lungo applauso dei numerosi presenti ha manifestato l’alto gradimento della relazione. A nome di tutti i soci, i past president del Serra, Michele Giugliano e Efisio Chiavegato, hanno consegnato a Luigi Sacco una targa a ricordo per la sua interessante e puntuale ricerca. (O P )













