Club di Roma: un appello al perdono ed alla pace in Cristo a partire da noi stessi

Mercoledì 19 ottobre 2022 si è svolta la prima conviviale del nuovo anno sociale 2022-2023 del Serra Club di Roma, nel Circolo Funzionari Polizia di Stato, nella suggestiva cornice della Capitale, a pochi passi dal Ponte della Musica. Eleganza ma anche sobrietà e raccoglimento, in questo momento così delicato dell’umanità, hanno caratterizzato la serata, con autorità, soci e sacerdoti, dedicata ai seminaristi della Diocesi di Roma ed organizzata dal Presidente Dott. Roberto Razzano con il Direttivo, che ha avuto il privilegio, dopo la Santa Messa, di vedere come relatore la guida dei serrani romani e non solo, il Cappellano del Club e del Distretto 72 Lazio Campania Mons. Vittorio Formenti, sul tema “Il perdono e la pace a partire dal cuore dell’uomo”.

“Cari amici Serrani – ha dichiarato mons. Vittorio Formenti – mi è gradito rivolgere un cordiale saluto di benvenuto a tutti voi e ai vostri familiari. Il mio tributo di ossequio va altresì ai graditi ospiti che ci onorano della loro presenza, in quanto rappresentano un prezioso supporto ad uno degli scopi del nostro Sodalizio, rendendo più consistente il valore della borsa di studio che annualmente il Club offre ad un seminarista della Diocesi di Roma. Siamo una minuscola monade nel panorama dell’associazionismo cattolico riconosciuto dalla Santa Sede, ma siamo altresì fieri di vivere con entusiasmo gli scopi che gli storici fondatori del Serra ci hanno lasciato, quale supporto alla crescita delle vocazioni sacerdotali nel mondo. E chiedo venia se approfitto dello spazio di tempo che mi viene concesso per un ricordo. Non essendo sicuro della data di aggregazione al Club di Roma, sono andato a verificarla nelle mie vecchie agende. Era il lontano ottobre dell’anno 1992, invitato, ma per quanti l’anno conosciuta, sarebbe meglio dire obbligato, dall’indimenticabile e dinamica Dott.ssa Vincenzina Pastore. Entrai nel Serra come supporto al compianto Mons. Piero Pennacchini. Sono dunque trascorsi trent’anni. Vi devo una montagna di gratitudine per gli esempi di straordinaria caratura umana e cristiana ricevuta dai Serrani di ieri e di oggi che hanno alimentato in me la necessità di rendere grazie al Signore per il dono incommensurabile del sacerdozio, arrivato al suo 54° anniversario di ordinazione. Al vertice dei numerosi Serrani nel frattempo passati a miglior vita, rammento un nome per tutti: il Dott. Ugo La Cava. Prima di entrare nel cuore del tema dell’anno, “il perdono e la pace a partire dal cuore dell’uomo”, consentitemi alcune premesse. Siamo oggi tutti più che preoccupati per alcune notizie di cronaca che rendono difficile la nostra quotidianità, a partire da un termine che non avremmo mai più voluto sentire, la guerra, combattuta con migliaia di morti e immani rovine, tra due popoli che radicano nel cristianesimo la loro religiosità. Si aggiungano i disastri climatici, le conseguenze delle migrazioni incontrollate dei popoli, il crepuscolo di una politica finalizzata al bene dei cittadini, l’incapacità a costruire seri percorsi di dialogo, l’inverno demografico dell’Italia e dell’intera Europa e, ultimo arrivato, il forzoso rincaro dell’energia necessaria a ricchi e poveri. Questo solo per citare alcune tematiche di valenza macroscopica. In tale contesto di situazioni nazionali e mondiali potremmo tutti essere presi da un sentimento di sconforto e di incapacità personale per un contributo al miglioramento. La domanda: che cosa possiamo fare noi per invertire questi scenari apocalittici? Credo che, come cittadini, ma anche e soprattutto come credenti, siamo chiamati ad un pensiero ‘alto’,  e ad un pensiero ‘altro’. Alto, in quanto orientato a finalità transgenerazionali e per la salvaguardia dell’ambiente nel quale viviamo. Tutti dovremmo sentirci coinvolti in scelte coraggiose che determineranno azioni politiche non di corto periodo, bensì di medio e lungo orizzonte. Lo affermo nell’ottica del più assoluto, profondo e scontato rispetto per le scelte individuali di schieramento politico di ognuno di noi, ma tenendo conto che oggi si mettono in discussione valori fondanti come la famiglia, e tale con un papà e una mamma, il diritto alla vita di quello che dal termine latino viene semplicemente chiamato feto, e che invece dovrebbe essere chiamato “nascituro”. E ancora i diritti dell’infanzia ad una condizione educativa aliena da condizionamenti ideologici. A tale proposito rammento con dolente sgomento un recente incontro di dissacrante protervia e le urla sguaiate delle cosiddette femministe per proclamare il diritto all’aborto senza condizioni, in un raduno proprio all’ombra della Basilica di Santa Maria Maggiore, dove viene venerata la Theotokos, la Madre di Dio, colei che ha accettato il progetto di una difficile maternità corredentrice, intrisa di dolore fino alla presenza sul Golgota per la morte del Figlio. Altro: in quanto disincagliato dalle secche del particolarismo partitico che favorisce interessi egoistici, a inevitabile danno soprattutto dei più poveri e indifesi, oltre che foriero di una politica mondiale dove sono ancora i prepotenti a dettare la legge. ‘Argumenta non numerantur, sed ponderantur’, sentenziava il Diritto romano. Le proposte politiche andrebbero pesate con il bilancino dell’oro, e non contate con la logica dei prepotenti, sovente detentori di un potere non delegato dai cittadini votanti. Il Magistero e l’azione pastorale di Papa Francesco ci possono essere d’aiuto per non essere sopraffatti da un pessimismo cosmico o di disfattismo. Alla luce di queste considerazioni ha quasi il sapore di un’utopia disquisire di shalom, di perdono, di cuore che ama. Ma noi lo facciamo nell’ottica della Parola di Dio, ricordando la più bella delle parabole del Vangelo, quella di un padre che, con un gesto liberatorio, abbraccia il figlio prodigo che lo aveva lasciato per una vita gaudente e spensierata. Il perdono e la pace necessitano per tutti di nutrirsi di tanta preghiera, tenendo conto che il termine pace, onorato a parole da tutti, riveste significati poliedrici diversi. La shalom della quale parla la Scrittura è la componente prima dell’agape, l’essenza stessa di Dio. La concezione mondana più diffusa e rimarcata intende per pace l’assenza di ogni conflitto armato. La concezione cristiana richiama invece con questo termine pregnante qualcosa di ben più profondo e sostanziale. La pace, scriveva Benedetto XVI, “va perseguita sui sentieri del perdono”. Ed è ben difficile mettersi nella prospettiva del perdono accordato semplicemente, senza condizioni unilaterali e ideologiche, nel rispetto della verità storica e della giustizia, tenendo costantemente davanti agli occhi la misericordia che tutti abbiamo gratuitamente ottenuto in virtù della missione redentiva di Cristo. Per impedire le guerre a volte non basta l’equilibrio della prepotenza e della paura. Un esempio: le Nazioni Unite, sono nate nel 1945 anche sulle macerie di un’abbazia millenaria come Montecassino, centro di preghiera e spiritualità, scrigno di storia e di arte, o peggio su quanto è rimasto dopo le bombe su Hiroshima e Nagasaki, dopo la distruzione di Dresda in Germania, di Coventry nel Regno Unito. Ma soprattutto sui sessantacinque milioni di vittime della seconda guerra mondiale. E, tuttavia, quante sono le guerre che hanno continuato fino ai nostri giorni a mietere vittime innocenti e a fare altre macerie dopo la nascita dell’ONU? ‘Quante persone dovranno morir, finché siano troppe a morir’, cantava nei passati anni sessanta Luigi Tenco, su testo di Bob Dylan. L’ONU è un organismo elefantiaco che non ha mai risolto alcun conflitto, e nel quale peraltro tutte le nazioni sono uguali, ma qualcuna è più uguale delle altre, per usare un’espressione di George Orwell. Suonano pertanto come una beffa le parole di Isaia scolpite nel monumento prospiciente la sede: “Forgeranno le loro spade in vomeri, e le loro lance in falci”. Troppe sono ancora – e Francesco lo ha ripetutamente richiamato- le voracità fameliche delle potenti lobby delle armi. Ecco perché lo spazio lasciato dalla pace è infido, malsano, provvisorio. La vera e duratura pace non può crescere sulle radici della scaltrezza politica, degli interessi selvaggiamente inseguiti dalle contrapposte paure. Per dire sostanzialmente sì alla pace necessita che tutti ci sforziamo di ritrovare una forma comune di pensare e, soprattutto di perdonare e di amare. Il perdono rappresenta un’arte e un esercizio difficile, ma è il solo che può spezzare la spirale dell’odio, eliminando ostilità sempre rinascenti. E la palestra più immediata, pur non scontata, per l’esercizio del perdono è rappresentata dai rapporti interpersonali nella famiglia: perdono tra moglie e marito, perdono tra genitori e figli. Questo messaggio dunque non è solo per i politici, per i reggitori di popoli, ma è per ognuno di noi, in quanto ognuno porta in sé i germi dell’anelito alla pace, ma anche quelli della propensione alla belligeranza. Non si nasce santi o delinquenti ma, crescendo tocca liberamente a noi scegliere quale delle due strade percorrere. Ognuno quindi è chiamato ad una verifica leale e coraggiosa della realtà aggrovigliata e ambigua del proprio mondo interiore. Sentiamoci tutti chiamati a ricercare e ad amare la verità che sgorga dal messaggio evangelico, a conservare una coscienza intemerata, senza mai violentare la coscienza altrui, affermando con rinnovato impegno le nostre convinzioni di credenti in un mondo secolarizzato, ma nel contempo ad ascoltare, valutare e rispettare quelle degli altri, sintonizzandoci con le corde dei loro cuori. Siamo chiamati ad allenarci al perdono, che non è mai una cosa scontata, rompendo la logica satanica della vendetta. Sforziamoci di temere il male che potremmo fare al prossimo molto di più di quello che dal prossimo potremmo subire. Chiudo con le parole di speranza di Gesù pronunciate prima dell’ultima cena: ‘Vi lascio la mia pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo la do a voi. Vi ho detto questo perché abbiate pace in me. Nel mondo avrete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo!’”.Un appello di responsabilità elevatosi dalla città di Roma, a noi stessi in primis, ai politici, a tutti, nel perdono e nella pace autentica, nel sodalizio tra il mondo laico e sacerdotale, in Cristo e in Maria Madre di tutte le Vocazioni e in S. Junipero Serra.

Viviana Normando.