Mons. Roberto Filippini guida la riflessione sul tema della pace del Club di Cascina

Martedì 25 Novembre u.s. sono continuati gli incontri conviviali del Serra Club di Cascina preceduti dalla celebrazione dei Vespri e poi seguiti da una riflessione sul tema della pace in sintonia col tema sociale dell’anno in corso.

La odierna riflessione aveva per titolo: tutti dicono pace ma la pace non c’è. E a guidare la serata è stato il vescovo emerito di Pescia mons. Roberto Filippini. La sua, però, non è stata una analisi antropologica del perché, nonostante i molteplici richiami, la pace non ci sia. Si sarebbe trattato di una analisi troppo vasta e per di più non esauribile nella relazione di un singolo ma affrontabile in una sorta di tavola rotonda in cui in maniera interdisciplinare si fossero analizzate le cause culturali, sociali e strutturali dei conflitti. La sua è stata, invece, la testimonianza diretta, maturata durante un suo recente viaggio in Medio Oriente insieme agli altri Vescovi della Toscana, di come si vive la mancanza della pace in una terra a noi particolarmente cara: la Terra Santa. Una terra che è anche “terra nostra” perché soltanto in quei luoghi è possibile vivere i racconti biblici in una dimensione tridimensionale con la concretezza di un territorio che offre calore, colore, materialità, gusto alle narrazioni bibliche. Ed è stata una presa di coscienza di quanto difficile diventi la cura di quei luoghi a causa della fuga dei cristiani che, per l’assenza di pellegrinaggi, vedono venire meno le loro fonti di reddito e sostentamento.

Ma nel sintetizzare la riflessione di mons. Filippini conviene partire dal fondo: da un suo invito. L’invito a veder il film “Tutto quello che resta di te”. Un film che descrive la parabola discendente di una famiglia palestinese inizialmente benestante. Si inizia a Jaffa nel 1948 quando il nonno Sharif viene arrestato e privato della sua terra per poi essere trasferito in un campo profughi in Cisgiordania. Qui suo figlio Salim viene umiliato da un soldato israeliano davanti al proprio figlio Noor in tenera età il quale, ritenendosi offeso da quello che nella sua ingenuità infantile reputa un comportamento vile del padre, non vuole più parlargli. Ciò che farà dire al padre: non solo ci rubano la terra ma anche il rispetto dei nostri figli. Come reazione alla sottomissione del padre e alla umiliazione inflittagli, il ragazzo matura un odio viscerale verso gli israeliani e durante una manifestazione di protesta, 10 anni più tardi, ancora adolescente, viene ucciso. Di quella famiglia ormai non resta più nulla! Restano gli organi del ragazzo di cui i genitori acconsentono il trapianto. La madre racconta la storia ad un interlocutore israeliano che alla fine si scoprirà essere la persona a cui era stato trapiantato il cuore del ragazzo ucciso. Se da una parte la violenza sembra impedire lo sviluppo di sentimenti di fratellanza, dall’altra un gesto di umanità riapre le porte al dialogo.

La morale, se così si può dire, emersa anche dalla testimonianza di mons. Filippini, è che non saranno i muri a garantire la pace in quella regione. E che i confini, anche se non segnati da muri, quando separano un reciproco odio, sono essi stessi dei muri che impedendo il dialogo diventano prodromi ad un successivo conflitto e presupposto per una contesa permanente. Ha citato al riguardo una considerazione del Custode di Terrasanta, padre Francesco Pattòn, secondo il quale non sarà la creazione di due Stati a garantire la pace, ma più verosimilmente potrebbe esserlo un unico Stato in cui convivano entrambe i popoli eventualmente organizzato in “cantoni” alla stregua della Svizzera. Una realtà per realizzare la quale, però, servirebbero politici meno integralisti e più lungimiranti. Quei politici che in Italia, ad esempio, hanno consentito di giungere alla pacifica convivenza di etnie differenti in Alto Adige.

Muri di pietra o semplicemente virtuali che non solo non vanno eretti ma andrebbero abbattuti. Ed una strada per farlo sarebbe farsi “prossimi” e capire le sofferenze dell’altro. Mons. Filippini ha riferito la visita dei Vescovi all’ospedale geriatrico San Luigi posto in una zona di confine e gestito dalle suore di San Giuseppe in cui sono ospitati israeliani e palestinesi. Un luogo nel quale “si coglie nel dolore dell’altro il proprio dolore che porta a superare il muro delle divisioni”.

Infine, come dato storico, è stato fatto riferimento ai primi insediamenti ebraici di fine ottocento e al primo congresso sionista tenutosi a Basilea nel 1897. Un sionismo che pur mirando alla creazione di una patria ebraica in Palestina e avendo come obbiettivo principale quello di contrastare l’antisemitismo, conteneva in se un connotato umanista che ipotizzava una convivenza in pace coi palestinesi. Una ipotesi, quella di uno stato federale, quindi non solo attuale ma che avrebbe un radicamento storico proprio in quella che gli ebrei definiscono Aliot o Aliyah (ovvero ascesa) e che contrasta con l’odierna realtà belligerante in cui a fuggire non sono solo palestinesi e cristiani ma anche gli ebrei stessi facendo registrare un calo di 79000 ebrei dal settembre 2024 al settembre 2025.

Potremmo concludere che la pace non c’è perché se ne parla non nel senso di convivenza fra diversi ma nel senso di conclusione di conflitti con affermazione di una parte a danno dell’altra.

 

Paolo Chiellini

Vicepresidente alla comunicazione