Genova Nervi. Inaugurazione dell’anno serrano

Don Carlo Migliori

Come da tradizione, anche il tema dell’anno 2019/2020 è stato introdotto dal Cappellano del Serra di Genova Nervi, don Carlo Migliori, che lo ha illustrato a una platea numerosa e partecipe.

Richiamando un’intervista di Benedetto XVI all’Osservatore Romano (2016), don Carlo Migliori, ha preliminarmente descritto i due aspetti costitutivi della fede: da un lato, essa si manifesta in un contatto personale con Dio, di fronte al quale mi pongo “in assoluta immediatezza in modo cioè che io possa parlargli, amarlo ed entrare in comunione con Lui”.   [/read more]

Dall’altro lato, emerge il carattere comunitario: “fa parte dell’essenza della fede il fatto di introdurmi nel noi dei figli di Dio”. L’incontro con il Signore, quindi, mi toglie “dalla mia chiusa solitudine” per essere accolto nella Chiesa, che è mediatrice del mio incontro personale con Dio. La fede, osserva poi don Alberto Strumia[1], ha carattere esperienziale, non comprende solo le verità rivelate (fede come conoscenza), ma chi incontra il Signore, “sperimenta in se stesso un cambiamento esistenziale, strutturale della propria persona e della propria vita”.

Questa dimensione esperienziale, ha aggiunto il relatore, trova una bella definizione nella lettera agli Ebrei: “La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono” (Eb 11,1). Il legame tra fede e speranza evidenzia la dimensione esistenziale della fede: la persona, coinvolgendosi con la fede, la sceglie “come sua dimensione antropologica”.

Don Strumia si è chiesto come faccia “la fede ad essere una “prova” se è un accettare qualcosa di non dimostrato”. Qui entrano in gioco “l’affidabilità di colui che propone ciò che è da credere” (la proposta viene dalla Parola) e “la verifica non solo logica, ma anche sperimentale, esistenziale della bontà, della convenienza umana della scelta della fede”. Ribaltando l’espressione provare per credere, si può “iniziare a credere per provare, per verificare le conseguenze positive del credere”.

La prima tappa dell’esperienza della fede si attua nell’incontro con Gesù, che avviene “nella quotidianità, nel tempo e nello spazio” (san Giovanni Paolo II, udienza del 9.8.2000). Un po’ come avvenne tra Giovanni Battista e due suoi discepoli, quando videro l’Agnello di Dio (Gv 1, 35-42).

La seconda tappa si concretizza quando decido di ascoltare Gesù (come a Genesaret, dove la folla, piena di stupore, “gli faceva ressa intorno per ascoltare la parola di Dio” (Lc 5,2). Non a caso le guardie, di fronte all’irritazione dei sacerdoti e dei farisei, osservano che “mai un uomo ha parlato come parla quest’uomo!” (Gv 7,46). Pure l’apostolo Paolo sottolinea che “la fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo” (Rm 10,17).

Anche noi, come chi lo ha visto camminare sulle acque, se lo incontriamo riconosceremo che quel Gesù “non può che essere Dio” (Mt 14, 33). E, come i discepoli, gli diremo: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna” (Gv 6,68). Cristo diventerà il “criterio di giudizio” e il “centro affettivo” della nostra vita, come è avvenuto, in modo inequivocabile, a quei pescatori che, “tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono” (Lc 5,11).

Ecco, allora, che la fede ci trasforma,  nella creatura nuova descritta da san Paolo, perchè “non sono più io che vivo, ma è Cristo che vive in me!” (Gal 2,20). L’uomo che ha “la vita attraversata da Cristo”, osservava il Papa polacco, vede “sconvolta la propria storia e i propri progetti”, nel suo cuore si fa strada il pentimento e la capacità di amare. E’ quanto avviene con la Samaritana, colpita dal fatto che le abbia detto “tutto quello che ha fatto” (Gv 4, 29),  con Zaccheo, ecc.

Chi ha la fede sente il bisogno di condividere l’esperienza liberatrice che sta vivendo. E’ la tappa della missione (“nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati” Lc 24, 47), che può portare anche a “curare gli infermi, liberare da ogni male”. Cristo, infatti, è venuto  per “salvare l’uomo intero” (san Giovanni Paolo II).

Ma oggi parlare di “incontro con il Signore” sembra una metafora o frutto della fantasia. Ed è solo uno stato d’animo illusorio quello che proviamo quando ci immedesimiamo nei protagonisti della letteratura cristiana. Gli effetti benefici della Grazia ricevuta negli incontri descritti in quelle pagine non ci raggiungono. Vorremmo vivere, invece, l’esperienza dei discepoli “di una guarigione fisica (i miracoli), di un cambiamento interiore (le conversioni), del bene della sua compagnia”.

In verità, Gesù vuole la salvezza universale, per le donne e gli uomini di tutti i tempi e luoghi. A tal fine, ha fondato la Chiesa. attraverso cui  cammina accanto a noi (“Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo”, Mt 28,20). Concretamente, oggi il Risorto diventa presente in mezzo a noi mediante la liturgia, che celebra il memoriale del sacrificio della Croce e lo attualizza.

Nella liturgia operano “la Parola, l’Eucaristia, la Chiesa come corpo del “Cristo totale”, secondo l’espressione di sant’Agostino”.  Dalla Parola “nasce l’ascolto che cambia la vita”. Il fedele si nutre ogni giorno “del pane della Parola. Privato di essa, egli è come morto, e non ha più nulla da comunicare ai fratelli, perché la Parola è Cristo”.

Ma per aiutarci a percepire, con i nostri sensi, la sua presenza, il Risorto ha istituito l’Eucaristia. Ci ha donato, così, “una modalità fisica”, che consente di materializzare, nelle nostre chiese, le parole di speranza e di vita: “Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui (…), ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno” (Gv 6, 54, 56).

Non solo, l’apostolo Paolo ha spiegato che siamo “corpo di Cristo e, ognuno secondo la propria parte, sue membra” (I Cor 12,27). Apparteniamo, quindi, alla Chiesa, che Lui ci chiede di portare all’unità:“poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo:tutti infatti partecipiamo all’unico pane”( I Cor 10, 17). Quando ciò si verifica, diamo vita alla comunione ecclesiale.

Nel libro Introduzione al cristianesimo, il futuro Benedetto XVI afferma che la fede dell’uomo è un symbolon, “un pezzo imperfetto e monco”, che recupera la sua integrità solo se si riunifica con gli altri. Pure papa Francesco rimarca che “l’immagine del corpo” non riduce il credente a parte di un tutto anonimo. Ma evoca “l’unione vitale di Cristo con i credenti e di tutti i credenti tra loro”.

La fede suscita, in chi ha avuto la grazia dell’incontro,  il desiderio di aderire alle regole dettate da Cristo e dalla Chiesa. Un altro effetto importante si concretizza, come accennato, nell’impegno ad attuare la vocazione/missione “di fare incontrare anche agli altri questa esperienza”. La fede, infatti, non è un fatto privato, ma nasce da un ascolto, che è destinato a diventare annuncio. Diversamente, notava già l’apostolo Paolo, “come crederanno in colui del quale non hanno sentito parlare? Come ne sentiranno parlare senza qualcuno che lo annunci?” (Rm 10,14).

Pertanto, ha concluso il relatore, chi si apre all’ascolto della Parola e accetta la fede, diventa partecipe “del cammino della Chiesa, pellegrina nella storia verso il compimento”. Come tale, è impegnato a trasmetterla da persona a persona, “come una fiamma si accende da un’altra fiamma”.

Sergio Borrelli

[1] Nella sua Relazione, don Carlo ha citato spesso il pensiero di don Alberto Strumia, sacerdote domenicano (già laureato in Fisica), che si è specializzato negli studi teologici presso la Pontificia Università della Santa Croce in Roma [/read]

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