La Santa Settimana in Ucraina: quando Dio ti dà un appuntamento

La Chiesa ha una missione di verità da compiere, in ogni tempo e in ogni evenienza, per una società a misura dell’uomo, della sua dignità, della sua vocazione.  Chiamare per nome il male, riconoscere che i fratelli Caino e Abele continuano la loro lotta fratricida, rende evidente la questione fondamentale e che i cristiani debbono avere chiaro per essere a servizio della verità che libera; la domanda giusta non è se armare gli ucraini è giusto o meno, ma: come favorire il dialogo fra Caino e Abele? Quale mediazione mettere in campo perché il confronto e lo scontro diventino incontro?

L’occasione di un viaggio inaspettato si presenta a fine marzo 2022 grazie all’invito di un amico rabbino, che mi propone di partecipare a un momento di solidarietà, amicizia, preghiera, speranza e conforto in Ucraina: “Volentieri – rispondo – fratello Alon!”. “Bene, fra’ Francesco, l’incontro si terrà il 12 aprile a ?ernivci, in Ucraina”. Silenzio! Capisco che sono quelle visite inaspettate di Dio, quasi un’imboscata, che sembrano impossibili e che mettono tutto sottosopra. Dopo aver compreso la portata dell’evento, coinvolgo subito il nostro fratello e padre, il Ministro generale dei Frati minori, fra’ Massimo Fusarelli, il quale non solo accetta l’invito, ma mi chiede di accompagnarlo e di prolungare il viaggio in Ucraina per visitare con lui i nostri frati in quella terra ferita, stanca e violata.

Giorni di passione in terra ucraina
I giorni della Quaresima corrono veloci e impegnati, come pure sono tumultuosi in me i sentimenti, che a fatica la razionalità tiene a bada; ma viene in soccorso la fede con le parole che per anni il mio padre spirituale mi ha donato: “L’abbandono è la fine di ogni paura!”. Del
resto, vivremo questo pellegrinaggio – perché di questo si tratterà -, proprio durante la Santa Settimana nella quale Gesù entra a Gerusalemme come Re ed esce come Pane. Ascolteremo ancora il racconto della Passione del Signore e ogni personaggio coinvolto, gli eventi convulsi e duri di quelle acerbissime ore, i tradimenti e le lacrime, la presenza di Maria e le parole di affidamento di Gesù a lei come Madre, forse, ci aiuteranno a leggere con maggior fiducia quanto sta avvenendo in Ucraina e in Russia, a vedere e credere. È dalla notte del 24 febbraio che ci sentiamo tutti impotenti, offesi e umiliati, perché il “nuovo umanesimo” è negato e violato: la guerra sembra spegnere la vocazione dell’uomo a diventare veramente umano. C’è urgenza di Pasqua, di quel magnifico scambio in cui Cristo muore perché io invece viva; c’è urgenza di fiducia pasquale, di quel rovesciamento secondo il Regno di Dio dove dalla morte nasce la vita, dalle ceneri del mercoledì divampa il fuoco santo della veglia pasquale, dove il Magnificat che cantiamo ogni sera non resti un pio desiderio ma diventi realtà con i piccoli innalzati e i potenti abbassati, e le beatitudini siano il vanto di ogni uomo.
Pochi giorni prima di partire scrivo una lettera ai frati, alle sorelle clarisse, alle fraternità dell’Ordine francescano secolare, ai tanti amici che negli anni il buon Dio mi ha donato; esprimo con un’immagine questo pellegrinaggio agli amici ucraini “come il gesto della Veronica che asciuga il volto di Gesù, portando loro un istante di sollievo, di vicinanza, regali uno sguardo amico. Gesù nota i segni della fede, di amore, di carità, di delicatezza che quella donna gli rivolge e volentieri li accoglie per continuare la via crucis”.
Dopo la celebrazione mattutina delle Palme fra’ Massimo ed io partiamo alla volta di Suceava, in Romania: ci accolgono i frati della Provincia della Transilvania. La loro accoglienza è sempre consolazione, e resto sempre più convinto che l’ospitalità è la prima opera della fede, il primo mattone d’ogni relazione: permette ad altra vita di vivere. Entreremo solo martedì 10 aprile, all’alba in terra Ucraina con un permesso speciale della Segreteria di Stato, insieme agli altri leader religiosi; Papa Francesco, poche ore prima di partire, ha affidato al Ministro generale un suo messaggio che verrà letto da fra’ Cristian, frate minore ucraino che lavora in Curia generale a Roma ma, al momento dell’attacco, si trovava nella sua terra e lì è tutt’ora.

La violenza di Caino e il grido di Abele

Il messaggio del Papa risuona forte nel Drama Theater di ?ernivci, dove si celebra l’incontro organizzato dall’Elijah Interfaith Institute di Gerusalemme: le parole del Santo Padre sono accolte con benevolenza e considerate profetiche dai leader religiosi presenti, esprimono la
verità di ciò che continua ad accadere in Ucraina e in Russia e che pochi hanno il coraggio di chiamare per nome: “L’ora che stiamo vivendo ci lascia sgomenti perché è attraversata dalle forze del male. La sofferenza arrecata a tante persone deboli e indifese; i numerosi civili massacrati e le giovani vittime innocenti; la fuga disperata di donne e bambini… tutto ciò scuote le nostre coscienze e ci obbliga a non tacere, a non rimanere indifferenti di fronte alla violenza di Caino e al grido di Abele, ma ad alzare la nostra voce con forza per chiedere, in nome di Dio, la fine di tali azioni abominevoli”.
La Chiesa ha una missione di verità da compiere, in ogni tempo e in ogni evenienza, per una società a misura dell’uomo, della sua dignità, della sua vocazione. Chiamare per nome il male, riconoscere che i fratelli Caino e Abele continuano la loro lotta fratricida, rende evidente la questione fondamentale e che i cristiani debbono avere chiaro per essere a servizio della verità che libera; la domanda giusta non è se armare gli ucraini è giusto o meno, ma: come favorire il dialogo fra Caino e Abele? Quale mediazione mettere in campo perché il confronto
e lo scontro diventino incontro? Solo la fedeltà alla verità è garanzia di libertà (Gv 8,32) e premessa a uno sviluppo integrale.
Francesco d’Assisi, scrivendo la Lettera ai reggitori dei popoli (Fonti francescane 210-213), li richiama da subito alla verità delle verità, alle cose ultime, cioè a quelle che stanno alla fine della vita: la morte, il giudizio, l’inferno e il paradiso. Questo non per intimorire qualcuno, ma per ricordare ai piccoli e ai dotti che la vita è l’aldiqua e l’aldilà; non ho solo l’aldiqua per capire, ma ho anche l’aldilà, la meta, il vero traguardo. Per questo occorre vivere con amore, passione e responsabilità quanto ci viene dato, evitando di scivolare sulla vita come se niente fosse; per questo occorre non perdere nessuno fin da subito.

Una Via Crucis che non finisce mai
Nei giorni successivi, guidati dai nostri frati della Provincia dell’Ucraina, abbiamo viaggiato nelle regioni occidentali del Paese, tra Ternopil, Zbarazh, Zolo?iv, Sudova Vishnia, per poi rientrare nell’Unione europea attraverso il confine polacco la sera del Giovedì santo. Con i frati e il Ministro generale scegliamo di vivere questo pellegrinaggio visitando le persone, ascoltando le loro storie che si  assomigliano molto ma che brillano dell’unicità di ogni fratello e sorella che apre la stanza intima e ci fa entrare come amici e ospiti di pochi istanti; sono storie che sanguinano, chi più chi meno. Davvero quest’anno, nella Santa settimana, vivo una Via crucis che non finisce mai. In questi giorni in cui anche la Liturgia mischia l’odore del sangue, la puzza della morte con il profumo di Cristo, sperimento l’assoluta impotenza di chi è vicino a Cristo e non ha parole e prova a gridare a Dio.
Dal primo giorno, dal primo centro di rifugiati, ho la netta percezione che le macerie non sono le case distrutte dai missili, gli edifici segnati dai bombardamenti: no, questi saranno ricostruiti e forse saranno ancora più belli! Stiamo incontrando le macerie di persone abusate da un attacco che si credeva impossibile, le macerie di un’umanità violata nei sogni interrotti e nel futuro assolutamente incerto, stiamo ascoltando le macerie che l’uomo registra nella memoria come in una scatola nera e che non sappiamo quanto odio, rabbia e violenza sapranno a loro volta generare.
A Zbarazh ci accolgono i Frati minori e il Sindaco: il villaggio di più di 14.000 abitanti ha accolto oltre 4000 rifugiati. La sede del Comune è diventata il centro di accoglienza e di smistamento dei fratelli e sorelle che continuano a lasciare le zone dove è sempre più pericoloso ostinarsi a restare. La condivisione tra comunità civile e religiosa è speciale, una “scuola di relazioni”: davvero la povertà ci rende umili creando spazi di concordia, condizioni per la collaborazione, disponibilità al dialogo, solidarietà nella prova e creatività nel bene.
Prima di entrare in una grande palazzetto dello sport di recente costruzione, incontriamo Sergej, un giovane marito e padre trentenne di due bambini, tra i primi a lasciare dopo il 24 febbraio Kharkiv con la famiglia. Il volto di Sergej è sorridente, stava per andare via con l’auto ma, dopo averci visti con il saio, ritorna; si presenta e ha parole di riconoscenza subito perché ci siamo, siamo lì con loro. Con la moglie, la suocera, i bambini e un gatto aveva pensato di trascorrere pochi giorni nel villaggio e poi dirigersi da famiglie amiche in Europa, ma invece ha scelto di restare e prestare il suo servizio per coloro che ancora arrivano dall’assurdo. Mi tornano alla mente le parole di san Francesco, che nel Saluto alle virtù lega la sapienza alla santa semplicità: mentre lo ascolto trovo in questo giovane fratello sapienza e semplicità impastate e, come prodotto finale, una squisita carità. Spiega come è difficile entrare e poter dire una parola seria e serena nella questione politica complessa nel Donbass; “ogni imposizione che schiaccia altre identità è una bomba a orologeria”.

La vita nuova che ha vinto, vince e vincerà
Mentre ascolto Sergej interessato, una bambina continua a girare attorno canticchiando, libera, serena, tocca il saio per attirare l’attenzione e corre divertita. È Alexandra, sei anni, un gioiello di vitalità! La madre, una donna il cui volto è invece una maschera di dolore, la richiama per non infastidirci. In realtà mi diverte e si crea una sintonia bellissima; saprò dopo l’ennesima storia di sangue, di separazione forzata, di morte che ha travolto la loro famiglia. Ma Alexandra sembra volermi annunciare la Pasqua, la primavera che lotta con l’inverno, la vita più forte della morte, la vita nuova che ha vinto, vince e vincerà. Sono coinvolto da questa sua energia, dalla verità dei piccoli, benedetti da Gesù: giochiamo e penso che non vorrei essere da nessun’altra parte. Trovo che la bellezza della vita nuova è grande quando sa esaltare la ferita anche quando sanguina.
Mi accompagna nei vari spostamenti un libro che due amici, Francesca e Michele, mi hanno regalato: Ucraina. La guerra che non c’era2. Quanto è pericoloso il nostro parlare senza conoscere le fonti e per sentito dire: confonde un mondo confuso. Solo dal di dentro si intuisce
qualcosa, come tutto, del resto; percepisci la paura di alcune donne che si scusano perché mentre parlano, usano parole russe e si tappano la bocca, quasi fossero bestemmie; scopri il valore della luce nel buio del coprifuoco che dalle ore 22.00 deve essere assoluto; conosci la
fierezza di un popolo, di donne, spose e madri che preferiscono lasciare i numerosi figli ai nonni per andare a combattere perché “se il fine è giusto, non può essere sbagliata la lotta”; inizi a percepire il contraccolpo che tutto questo avrà sull’Occidente considerando le distese
immense di grano che non verrà curato quest’anno.
Mi ha commosso la storia di bambini che, a causa del trauma dei primi giorni, non mangiavano più; la psicologa era angosciata e a stento tratteneva le lacrime mentre ci raccontava. Poi ecco la terapia migliore: i bambini del paese ospitante, che non avevano sentito sirene e
bombardamenti, hanno coinvolto quelli traumatizzati nei giochi e quando le mamme hanno preparato la merenda, i giochi si sono fermati e così, in modo naturale, chi rifiutava il cibo, si è trovato semplicemente a mangiare con gli altri. Vita chiama altra vita.
Sono i giorni santi, il sole primaverile scalda l’aria ancora fredda e tagliente: penso ad Assisi, alla Porziuncola, alle liturgie che i miei frati stanno celebrando con tanti pellegrini che sono finalmente tornati. Qui tutto è semplice e tanto dignitoso. In ogni luogo i frati hanno organizzato uno spazio di preghiera ecumenica con i fratelli greco-cattolici, ortodossi e protestanti; respiriamo una fraternità reale, un ecumenismo non più sui testi di teologia ma vissuto sul campo, un’amicizia che profuma di compimento, quello che dalla croce, il Venerdì
santo, Cristo ci ha consegnato. “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13, 34). Dove sta la novità? Nel come io, così voi! Ma, ancor di più, Gesù ci manifesta un modo perché Dio resti vivo sulla terra, in mezzo a noi, sempre: amare come Lui ci ha amato per primo, per renderlo presente più che mai sulla terra, “perché vedano le vostre opere buone e glorifichino il padre che è nei cieli” (Mt 5, 16).
Quando Dio ti dà un appuntamento è perché ti vuole far toccare la sua carne.

P. FRANCESCO PILONI, MINISTRO PROVINCIALE
PROVINCIA SERAFICA DI S. FRANCESCO O.F.M.

Fonte:

La Santa Settimana in Ucraina: quando Dio ti dà un appuntamento!

La Chiesa ha una missione di verità da compiere, in ogni tempo e in ogni evenienza, per una società a misura dell’uomo, della sua dignità, della sua vocazione. Chiamare per nome il male, riconoscere che i fratelli Caino e Abele continuano la loro lotta fratricida, rende evidente la questione fondamentale e che i cristiani debbono avere chiaro per essere a servizio della verità che libera; la domanda giusta non è se armare gli ucraini è giusto o meno, ma: come favorire il dialogo fra Caino e Abele? Quale mediazione mettere in campo perché il confronto e lo scontro diventino incontro?

Articolo tratto dalla rivista “Testimonianze”

Ministeri istituiti: un servizio aperto ai laici in forza del Battesimo.

Con la lettera in forma di motu proprioSpiritus Domini” Papa Francesco ha disposto l’estensione del Ministero del Lettorato e dell’Accolitato alle donne: Sua Santità ha evidenziato che questi ministeri laicali sono basati sul Sacramento del Battesimo e che, pertanto, possono essere affidati con pari dignità a tutti i battezzati che risultino idonei, senza distinzione di sesso.
La Diocesi di Palermo ha dato attuazione a questa decisione di Papa Francesco e sabato 4 giugno 2022 sono stata una delle prime donne a ricevere dall’Arcivescovo Metropolita di Palermo Mons. Corrado Lorefice il ministero dell’Accolitato.
L’Accolito, dalla parola greca akoluthos, è colui che segue, che aiuta il Diacono ed il Sacerdote nel servizio all’Altare durante le Celebrazioni Liturgiche.
Nel corso del rito di istituzione ero emozionatissima e, ascoltando l’omelia dell’Arcivescovo che sottolineava che i ministeri istituiti non sono una onorificenza, ma sono servizio e disponibilità, ho ripercorso mentalmente il cammino che mi ha portato a ricevere l’accolitato.
La mia è una famiglia “normale”: io, mio marito e mia figlia siamo tutti avvocati. Abbiamo studiato presso istituti religiosi (Ancelle del Sacro Cuore di Gesù io, Gesuiti dell’Istituto Gonzaga mio marito e mia figlia) e siamo sempre stati osservanti e praticanti, ma sino ad una quindicina di anni fa il nostro impegno si limitava al sostegno delle attività caritative della nostra Parrocchia di S. Espedito a Palermo.
La svolta è avvenuta quando il nuovo Parroco, Don Piero Magro, mi chiese di aiutarlo nella preparazione dei bambini per la Prima Comunione e, quasi contemporaneamente, alcuni amici proposero a mio marito, Roberto Tristano, di diventare Socio del Serra Club di Palermo.
Da allora il nostro impegno è aumentato costantemente perché è proprio vero che il Signore ci parla e ci viene incontro, sempre, e che basta mettersi in ascolto per capire qual’è la strada che ci chiama a percorrere.
Negli anni successivi ho frequentato il corso triennale organizzato dalla “Scuola Teologica di Base San Luca Evangelista dell’Arcidiocesi di Palermo” e diversi corsi di approfondimento teologico e poi, dopo uno specifico corso, ho ricevuto dall’Arcivescovo il mandato di Ministro Straordinario della Comunione che mi ha dato la grande opportunità di avvicinarmi ai malati ed agli anziani per portare l’Eucarestia.
Intanto cercavo pure di seguire mio marito che, innamorandosi sempre di più del servizio serrano, si impegnava progressivamente, da Presidente del Serra Club di Palermo e da Consigliere della Fondazione Serra, nel promuovere e sostenere le vocazioni religiose e nel venire incontro concretamente e con spirito di amicizia alle esigenze dei Seminaristi e dei Sacerdoti.
Nel frattempo mio marito è andato in pensione ed io ho progressivamente trasferito a mia figlia l’attività legale e così abbiamo trovato ancora più tempo per dedicarci con maggiore impegno anche alle attività caritative ed assistenziali dell’Ordine di Malta aiutando i bisognosi ed accompagnando i malati nei pellegrinaggi a Lourdes ed a Loreto.
Sono stati anni molto intensi: ho seguito un percorso progressivo di studio e di servizio che, con il sostegno della mia famiglia, ho affrontato ispirandomi alle parole di Santa Teresa di Calcutta che diceva di essere una matita nelle mani di Gesù: nel mio piccolo e con tutti i miei limiti ho cercato di mettermi in ascolto della parola di Dio e di capire e fare quello che voleva da me.
E finalmente, dopo l’anno di preparazione a cura della Scuola per i Ministeri Istituiti dell’Arcidiocesi di Palermo, il culmine di questo percorso è stato il Ministero dell’Accolitato. Un ministero che, attraverso il servizio all’altare dove il Sacerdote fa memoriale del supremo atto di amore di Gesù, non può che accrescere e rafforzare la consapevolezza che bisogna essere testimoni e strumenti di Cristo a servizio della Chiesa e della comunità.

Rosellina Criscuoli Tristano

La testimonianza di una vocazione religiosa

Condividiamo la testimonianza di Suor Maria Lusminda della Congregazione delle Suore Domenicane della Madonna del Santo Rosario in Asti.

La testimonianza di una vocazione religiosa.
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Età libera e servizio

Condividiamo la testimonianza di Michelino Musso, responsabile dell’Ufficio Comunicazioni Sociali della Diocesi di Asti.

Una condivisione con il Serra

Ringraziamo don Carlo Rampone, Parroco a Villanova d’Asti, già rettore del Seminario interdiocesano Santa Maria del Cenacolo a Betania di Valmadonna (Alessandria), che ci ha offerto una sua testimonianza ed un messaggio di saluto al Serra e ai Serrani, cui si sente profondamente legato.

Di seguito il link al video.

 

Maria Lo Presti

Costruire la città

Nella giornata conclusiva del Convegno Nazionale Vocazioni 2022, il Card. Gualtiero Bassetti, Arcivescovo di Perugia – Città della Pieve e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ha sottolineato quanto siano rilevanti testimonianze significative, esemplari, per un orientamento vocazionale. Ha così ricordato gli incontri fin da giovane, nella sua Firenze, con alcune personalità segnate da una spiritualità forte, vissuta nella concretezza della loro storia. Nel frattempo, ha delineato i tratti del suo percorso personale.

Di seguito il link alla relazione.

 

Maria Lo Presti

La storia possibile

La relazione di apertura del Convegno Nazionale Vocazioni 2022 è stata tenuta da S. E. mons. Paolo Bizzeti, Vicario apostolico dell’Anatolia. Già il titolo della relazione, La storia possibile, ha fatto entrare nell’esposizione del relatore che ha guardato alla sua storia vocazionale, fino all’attuale chiamata a svolgere il servizio episcopale per un territorio da cinque anni in attesa di un vescovo; un territorio in cui il cristianesimo è presente fin dalle sue origini. Mons. Paolo Bizzeti ha fatto riflettere sulla concretezza della storia personale, nella quale ciascuno può leggere la sua storia vocazionale.

Di seguito il link alla relazione.

 

Maria Lo Presti

Monastero S. Cuore di Erice: la testimonianza vocazionale di sr. Chiara

Canterò in eterno l’amore del Signore,

di generazione in generazione

farò conoscere con la mia bocca la tua fedeltà

(Sal 89,2).

Nel Nome del Signore, Amen.

Nel narrare le meraviglie che il Signore ha operato e continua a operare nella mia vita, desidero iniziare con le parole di questo salmo per benedire con la mia vita e con il canto, Colui che in me e per me, ha operato grandi cose. Come il Padre S. Francesco riconosco l’iniziativa di Dio Padre nella mia vita, negli eventi, negli incontri che provvidenzialmente hanno incrociato la mia strada…in ogni cosa c’è sempre stato Lui!

Provando a balbettare la parola “vocazione”, mi viene innanzi agli occhi l’immagine di un grande mosaico in cui ogni giorno sono chiamata ad aggiungere una piccola tessera colorata. Questo mosaico è iniziato a comporsi nel giorno del mio battesimo (15 ottobre 1978) e si completerà al termine della mia vita terrena. Che cosa voglio dire? Che la vocazione matura con me e che ogni giorno sono chiamata per nome dal Signore, chiamata a dare il mio assenso alla Sua volontà. Ogni giorno il Signore mi svela qualcosa di nuovo, apre la mia mente a nuove comprensioni, mi fa intravedere il “mistero” della mia chiamata che rimane e rimarrà sempre un mistero del Suo Amore. La vocazione è quella “terra sacra” in cui Dio Padre passeggia con l’uomo.

Inizio dicendo il mio grazie al Padre delle misericordie, così come lo amava chiamare la Madre S. Chiara, per il dono dei miei genitori, dei miei nonni, dei frati minori e di tanti altri fratelli e sorelle incontrati nella mia vita che con semplicità mi hanno trasmesso i valori, la fede, la loro testimonianza di vita e di fedeltà. Riconosco che quanto ho ricevuto gratuitamente, oggi mi permette di essere quella che sono. La mia storia vocazionale è tanto semplice, non ha effetti eclatanti, ma ciò che l’ha resa avvincente è stata la pedagogia usata da Dio Padre per raggiungermi, per incontrarmi lì dove mi trovavo. Il Signore è sempre alla ricerca dell’uomo e l’iniziativa è sempre la sua. Come mi piace dire, il Signore ha tanta fantasia, è creativo e sa stupirmi lasciandomi senza parole e con il cuore colmo di tanta gratitudine.

Come è entrato nella mia vita? Attraverso dei semplici frati minori che abitavano presso il convento di S. Maria di Gesù (Alcamo) a pochi metri da casa mia. Si è servito di quel saio marrone, della loro giovialità, dei loro sorrisi con cui mi accoglievano, del loro vivere in fraternità…e nell’ormai lontano settembre 1993, proprio quell’amato convento divenne casa di postulato, ovvero una casa pronta ad accogliere coloro che si preparavano a diventare frati. Fino ad allora io avevo conosciuto solo frati anziani e non immaginavo che potessero esserci dei giovani miei coetanei che pensassero a tale “follia”, si perché per me era una vera e pura follia.

Con mio grande stupore, la loro scelta e la loro gioia, iniziò a suscitare in me parecchi interrogativi…. ma chi glielo faceva fare? Inizialmente li presi per pazzi nonostante mi incuriosiva conoscere le motivazioni di tale scelta. Più passavano gli anni e i gruppi di postulanti si alternavano di anno in anno, più cominciarono ad essere un forte interrogativo per me, ma non potendo essere un frate minore, scelsi di non sentire, di mantenermi distante, di rimuovere tale pensiero. Non era per me!!!

Frequentavo con assiduità il convento, la Gioventù francescana, mi diplomai al magistrale nel 1998, avevo la mia cerchia di amicizie, la mia relazione sentimentale, ero una patita di discoteche, pub…. il mondo con tutti i suoi rumori, i suoi colori e la sua vivacità mi piaceva e continua a piacermi, perché opera delle mani di Dio Padre. Questo per dire che la mia scelta non è stata un fuggire dal mondo o fuggire il mondo.

La svolta decisiva avvenne la notte del 3 ottobre 1997 alle ore 4,00 del mattino (solennità del Serafico Padre S. Francesco) proprio in discoteca, quando litigai con il mio ragazzo ponendo fine a quella relazione. Da premettere che mentre stavo con lui intensificai il mio rapporto con il Signore, mi recavo continuamente nella cappella del SS. mo Sacramento e lì dinanzi a quel tabernacolo dicevo: “Signore aiutami a capire se è l’uomo per me… Mostrami la tua volontà”.

Altre possibilità di fidanzamento si presentarono fino a poco prima di entrare in monastero, ma una sete profonda abitava il mio cuore e dopo ogni esperienza che al momento mi dava gioia, poi mi ritrovavo con un vuoto incolmabile. Mi mancava qualcosa e desideravo qualcuno che mi aiutasse a capire cosa mi stava accadendo, ma non fu così semplice trovarlo. Nel luglio 1998 partecipai a un’esperienza di eremo e fu proprio lì che mi ritrovai a chiedere aiuto ad un frate a cui non pensavo minimamente, ma che Dio Padre aveva scelto come quel pastore secondo il suo cuore che mi avrebbe guidato e aiutato a capire ciò che non capivo con le mie sole forze.

La Parola iniziò ad abitare il mio cuore, a mettermi in forte discussione, mi sentivo tanto confusa e allo stesso tempo ero felice. Il Signore incalzava con i suoi inviti, mi stava corteggiando in tutti i modi e alimentava in me il desiderio di conoscerlo, di cercarlo, di incontrarlo “vivo e vero” nella mia storia. Iniziai a peregrinare per la Sicilia e per l’Italia con la Gi.fra in cui mi immersi totalmente dal 1997 al 2001, frequentavo i conventi e gli istituti di suore missionarie francescane, partecipai a due missioni al popolo, a due campi vocazionali e a due eremi …cercavo di capire, volevo capire e mi imbattei nella marcia francescana verso Assisi (luglio-agosto1998). Il Signore mi attendava proprio lì, anche se il primo scossone lo ebbi sul monte la Verna il 1 agosto del 1998. Lì mi sentii raggiunta dall’Amore del Signore, forse ho assaporato appena un po’ di quell’amore che sperimentò il Serafico Padre S. Francesco in quel settembre 1224.

Assisi fu la mia Damasco, lì mi attendeva il Signore, proprio dinanzi alla tomba del Serafico Padre in cui abbassai ogni difesa, mi sentii chiamata per nome ed ebbi la certezza di ciò che voleva il Signore. Una voce mi risuonava nel cuore e mi sembrava di sentirla rimbombare in quella cripta a me tanto cara, “ti aspettavo”. Proruppi in un pianto interminabile e allo stesso tempo provai una profonda gioia che mi pacificava dentro…non stavo sognando, non ero impazzita e le mie domande lì ebbero una risposta. In un primo momento pensai che il Signore mi chiamasse a intraprendere la vita apostolica e partii per Roma in un istituto di suore missionarie francescane che già conoscevo. Nei tre mesi trascorsi nella città eterna, sperimentai una profonda inquietudine e nostalgia… Che cosa mi stava accadendo? Mi sentii stimolata dal di dentro a cercare conventi e monasteri vicini, le suore mi guardavano senza capire, era un controsenso, ma ricordo ancora la gioia provata non appena misi piede in un monastero. Pur non conoscendo le sorelle, io mi sentii a casa! Non era normale quello che mi stava accadendo, invece di leggere la biografia della fondatrice dell’istituto, prendevo tra le mani la vita di Chiara…. Chiara iniziò a parlare alla mia vita e alla mia sete di senso, non facevo altro che pensare a lei.

Il Signore, così come fece con il Padre S. Francesco, mi fece partire seguendo il mio sogno, ma lo trovai lì pronto a farmi comprendere che ero fuori strada, che non era quello il meglio che aveva pensato per me!!! In quell’ottobre 1999 ritornai con le suore francescane missionarie ad Assisi e lì dinanzi a quella tomba chiesi una parola e Francesco non tardò a darmela… “sii tu la mia pianticella”. Era giunto il momento di ritornare in Sicilia, di lasciare l’istituto perché lì il Signore mi avrebbe detto cosa fare e dove andare.

Come dire ai miei genitori che non era quella la mia strada ma la clausura? Pensavano che una volta ritornata da Roma, mi sarei fatta una famiglia e invece ero più decisa che mai a seguire il Signore. Prima che io dicessi a mia madre di voler continuare il mio cammino di ricerca, qualcuno mi ha preceduto nell’intento, sembrerà strano, ma fu proprio così.

Mia madre fu visitata in sogno dalla Madre S. Chiara, e fu lei stessa a dirle che mi voleva tra le sue figlie e sorelle. Al risveglio era in un lago di lacrime, e più mi guardava più piangeva, ma io non capivo cosa avesse fino a quando non me lo disse. Che cosa potevo fare? Ero senza parole, tramortita e non mi restò altro da fare che confermare quanto le era stato detto. Ricordo ancora le parole della mia amata nonna quando comunicai che volevo entrare in monastero…scese il silenzio e si sentì dire: “lasciatela andare, non mettetevi contro Dio” e così il 2 agosto 2001 varcai la soglia del monastero S. Cuore di Alcamo all’età di 22 anni.

La storia della mia vocazione non si è esaurita una volta entrata in monastero perché da quel 2 agosto 2001, il Signore ha continuato a chiamarmi per nome, a indicarmi la strada da seguire, a rialzarmi dopo ogni caduta, a farmi percorrere la via della mia incarnazione facendomi attraversare la mia umanità con le sue fragilità, i suoi limiti e il grande desiderio di essere madre. Il Signore non si impone mai, mi lascia sempre libera di rispondere, libera di tornare indietro o di proseguire il cammino dietro di Lui, libera di amarlo e di fare la sua volontà, ed è proprio da figlia libera e non da schiava, che ogni giorno dico il mio FIAT con gioia e gratitudine.

Sono felice di seguire il Signore, non mi sento impoverita di qualcosa, perché quando meno me lo aspetto, fa germogliare i fiori nel deserto, rende fecondo il grembo della sterile, lo zoppo salta come un cervo, grida di gioia la lingua del muto, scaturiscono acque nel deserto, scorrono torrenti nella steppa (cfr. Is 35), il cieco recupera la vista, la peccatrice è perdonata. Come diceva S. Teresa d’Avila: “chi ha Dio nulla gli manca”.

Concludo questo memoriale con il canto del Magnificat, perché insieme alla Vergine Maria, riconosco che “Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome” (Lc 1,49). Una vita non mi basterebbe per benedirlo e per annunciare a tutti la misericordia che mi ha usato e che continua ad usarmi.

A laude di Cristo, Amen.

Sorella povera di S. Chiara del monastero S. Cuore di Erice (TP)

La storia di Samuel Piermarini: il prete calciatore ordinato presbitero dal Santo Padre il 25 aprile

«Giocavo ad alti livelli, la Roma mi ha chiamato per un provino», ricorda Samuel Piermarini, 28 anni e grande appassionato di calcio. «Alla fine dell’allenamento, Stramaccioni mi ha chiamato e mi ha detto ‘Piermarini, puoi firmare con noi!’, ma gli ho risposto che non potevo». Poi è entrato nel seminario romano Redemptoris Mater, e domenica 25 aprile è arrivato un altro contratto, questa volta con Dio: l’ordinazione presbiteriale.

Samuel è uno dei nove sacerdoti che hanno ricevuto la ordinazione sacerdotale da parte di Papa Francesco. Si sono formati nei vari seminari di Roma, e tra loro ci sono due latinoamericani, un colombiano e un brasiliano. Per contratto dovevo recitare il Rosario…

«Quando avevo 15 anni ho iniziato a lavorare per un signore anziano, lo aiutavo con il computer.

Nel contratto di lavoro c’era scritto chiaramente che dovevo pregare tutti i giorni con lui e recitare il Rosario. Quello che all’inizio vedevo come un’imposizione è diventato per me una necessità».

È quanto ha raccontato Mateus Enrique Ataide Da Cruz, 29 anni, nato in Brasile e trasferitosi a Roma sette anni fa per frequentare il Seminario di Nostra Signora del Divino Amore. Parole simili le ha pronunciate Diego Armando Berrera Parra, 27enne colombiano: «Una volta concluso il baccalaureato in Colombia, ho svolto lavori volontari nel carcere minorile e in una fondazione per tossicodipendenti. Lì è nato il mio desiderio di poter aiutare e servire gli altri per sempre».

Prima ordinazione dopo la pandemia. Papa Francesco, come vescovo di Roma, torna a ordinare sacerdoti nella sua diocesi dopo la pausa che ha dovuto compiere a causa della prima ondata di contagi da coronavirus in Italia.

In tempi difficili, un segno di speranza

Un grande segno di speranza per la nostra Arcidiocesi di Ferrara-Comacchio, e per l’intera Chiesa, ci è stato dato Sabato 10 Ottobre 2020 nella Basilica di San Francesco a Ferrara. Qui hanno avuto luogo, infatti, le ordinazioni presbiterali di don Alessandro Battistini e don Thiago Camponogara, due giovani che il nostro Serra Club di Ferrara ha sempre sostenuto ed incoraggiato durante tutto il loro cammino vocazionale.

Il nostro Serra Club di Ferrara li ha avuti graditi ospiti in occasione del suo recente ed ultimo incontro, tenutosi Lunedì 16 Novembre 2020, cioè il terzo lunedì del mese come d’abitudine, L’incontro, causa emergenza Covid, è necessariamente stato contenuto nella sua durata e caratteristiche, consistendo essenzialmente nella S.Messa seguita dall’Adorazione Eucaristica, ma concedendo spazio e tempo sufficiente alle testimonianze dei due novelli sacerdoti. Queste testimonianze sono diventate ormai una prassi che il Serra Club di Ferrara ha sempre chiesto in occasione di nuove ordinazioni presbiterali e/o diaconali. Soprattutto in questo periodo, però, in cui le nostre scarse certezze in campo sanitario, sociale, economico, lavorativo, ecologico lasciano il posto a preoccupazioni molto reali, la scelta di don Alessandro e don Thiago di consacrarsi al Signore non può che essere un segno di speranza e del fatto che Dio non si dimentica di noi.

Seguono le testimonianze sui percorsi di vita che hanno portato don Alessandro e don Thiago a questo loro importante traguardo. Un articolo più esteso lo si può trovare nel settimanale cattolico di informazione La Voce di Ferrara-Comacchio, N. 29 del 02 Ottobre 2020.

In chiusura all’articolo riportiamo, inoltre, la bellissima testimonianza di Suor Maria Cristiana su ‘La Clausura – una porta sul mondo’. Questa testimonianza si riallaccia molto bene alle precedenti di don Alessandro e don Thiago per quanto riguarda ‘l’incompletezza del prima’ e ‘la pienezza del dopo’.

“Come prima cosa ho dovuto cambiare radicalmente la mia idea sui sacerdoti …”

Nella mia esperienza cristiana, fatta fino alla Cresima, sacerdote era colui che non aveva di meglio da fare se non girare per il paese, con il volto triste e cupo, raccontando storie su Gesù e dicendo a noi ragazzi che se non ci fossimo comportati bene saremmo finiti all’inferno. Crescendo, il mio giudizio tagliente sui preti non si è modificato, anzi, per antitesi guardavo con soddisfazione alla mia vita, felice di non essere come loro. Avevo tutto ciò che un uomo può desiderare: un lavoro prestigioso nell’Esercito, divertimento, indipendenza economica ….. Eppure qualcosa mi mancava.

Ho impiegato diversi anni per comprendere che chi bussava insistentemente alla porta del mio cuore era Lui, il Signore. È stato necessario un lungo e faticoso cammino di discernimento, che mi ha portato da Nardò a Bolzano, fino al seminario di Ferrara, dove sono arrivato otto anni fa e dove ho avuto la fortuna di ricredermi circa l’idea di sacerdote che avevo costruito in giovinezza. Gli insegnanti della Facoltà Teologica, i rettori del seminario, i parroci delle parrocchie in cui ho prestato servizio (due anni a San Paolo del Lido degli Estensi e due nell’Unità Pastorale di Quartesana, Cona e Codrea), i sacerdoti che frequentavano il Seminario e i seminaristi con cui ho condiviso questo percorso di crescita …. in loro ho incontrato uomini autentici, testimoni della gioia della Resurrezione, intenzionati a spendersi completamente per Cristo; capaci di riconoscere Dio nel volto del prossimo, ascoltandolo, accogliendolo e curandolo con grande spirito di sacrificio e servizio, ma sempre con il sorriso e l’entusiasmo; disposti a “sporcarsi le mani” tra e per la gente, con una pastorale viva ed effervescente che passava attraverso l’esempio della propria persona.

Ed eccomi qui, ad un passo dalla mia ordinazione sacerdotale. Confesso di non riuscire ad esprimere ciò che provo in questo momento: sono attraversato da un turbine di sentimenti che vanno dalla trepidazione per una nuova avventura alle preoccupazioni che il ministero comporta; dalla gioia alla grande responsabilità di essere sacerdote. Di una sola cosa sono certo: la mia consacrazione sarà vissuta nell’impegno particolare di essere testimone della gioia della Resurrezione. Sì, perché Cristo è risorto veramente! Spero di riuscire ad incarnare l’augurio che mi ha fatto Monsignor Vittorio Serafini: “Sii sempre un audace seminatore di speranza, un Apostolo gioioso e generoso nel servizio di tutti”.

Don Alessandro Battistini

“Dopo tanti anni ho sentito una sana inquietudine: il Signore è stato paziente …”

Sono don Thiago Camponogara, ho 33 anni, sono nato in Brasile e sono cresciuto in provincia di Verona con la mia famiglia. Fin da piccolo ho sentito il desiderio di entrare in Seminario, ma la mia famiglia ha preferito lasciarmi crescere nel mio paese e rinviare ad un età più matura un’eventuale entrata in seminario.

Durante il periodo dell’adolescenza si è allontanata l’idea sacerdotale e sono cresciuto facendo le esperienze tipiche di quell’età con i miei amici del quartiere; ciò mi ha permesso di conoscere molta gente e soprattutto di vedere la vita sotto vari punti di vista, grazie anche ad alcuni viaggi compiuti in Europa, e non solo, che mi hanno aiutato a maturare sia come uomo sia come cittadino. All’età di vent’anni la mia vita sembrava consolidata tra il lavoro nell’azienda di famiglia, la passione per il calcio in un piccolo club locale, alcune attività di volontariato con i giovani del mio paese, le serate con gli amici e qualche esperienza amorosa. Ma più si stabilizzava questa vita ordinaria, più nasceva dentro di me una sana inquietudine che mi portava a pensare a Dio e a valutare la mia vita sotto un punto di vista cristiano e non solo sotto il profilo della soddisfazione economica; così dopo alcuni avvenimenti ho intrapreso un cammino di conversione, grazie anche all’aiuto di alcune figure sacerdotali e di vari amici, approfittando di alcuni pellegrinaggi e di un gruppo di preghiera dove si univa esperienza spirituale e crescita fraterna. Dopo aver compreso che Dio mi stava chiamando ad un “di più”, ho iniziato un cammino di discernimento vocazionale dapprima nell’equipe vocazionale della diocesi di Verona, per poi arrivare a Ferrara il 23 settembre 2013 dove sono stato accolto con gioia. In questi sette anni di seminario sono state molte le attività che ho compiuto e che mi hanno fatto maturare, ma sono state anche molte le persone che ho incontrato e con le quali ho creato legami importanti. Questo percorso mi ha portato dopo sei anni a diventare diacono, il 7 dicembre 2019, e a prendere il baccalaureato in Teologia presso la Facoltà teologia “Sant’Antonio” di Bologna, il 23 giugno 2020. A breve sarò ordinato sacerdote e dopo tutti questi anni di formazione comprendo come l’ordinazione presbiterale sia un dono che Dio fa non solo a me, ma a tutta la Chiesa che sono chiamato a servire. Ringrazio tutte le persone che mi hanno affiancato e sostenuto in questi anni e soprattutto ringrazio il Signore per aver avuto pazienza con me, e aver guardato con misericordia un suo figlio.

Don Thiago Camponogara