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59a Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni: Messaggio del Papa

L’8 maggio 2022, IV Domenica di Pasqua, si celebra la 59a Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni sul tema “Chiamati a edificare la famiglia umana”.

Pubblichiamo di seguito il Messaggio di Papa Francesco  Continua a leggere

La Comunità dei Figli di Dio

La Comunità dei figli di Dio ha come carisma specifico quello di vivere una vita cristiana all’insegna di un monachesimo interiorizzato aperto a tutti, teso al riconoscimento del primato di Dio, volto all’accoglienza di chiunque si senta chiamato a tendere alla pienezza della carità.

La Comunità dei figli di Dio (CFD), fondata dal sacerdote servo di Dio Divo Barsotti, [Palaia (PI), 25 aprile 1914 – Settignano, (FI) 15 febbraio 2006] è un’Associazione pubblica di fedeli che desiderano vivere nel mondo il mistero dell’adozione filiale, avendo come strumenti quelli che nella Chiesa sono da sempre i mezzi propri della spiritualità monastica: ascolto della Parola di Dio, vita liturgica e sacramentale, preghiera del cuore, esercizio della carità fraterna. Nel mondo: i membri della Comunità non si ritirano negli eremi, non vivono ordinariamente in piena solitudine, ma vivono da monaci nel mondo, tra gli uomini e nelle strutture sociali. Lavorano negli uffici, nelle scuole, nei posti pubblici, nelle case; sono uomini e donne, giovani e anziani, sposati e non sposati: uniti in un’unica famiglia mediante una consacrazione, grazie alla quale si donano e si consegnano al Verbo di Dio, alla Vergine Madre e alla Chiesa.

 

Cenni storici – La Comunità è nata negli anni 1947-48 per opera di don Divo Barsotti. Arrivato a Firenze dalla diocesi di San Miniato nel 1945 e accolto dal Cardinal Elia Dalla Costa su sollecitazione di Giorgio La Pira, viveva presso un convento di suore vicino a Porta Romana. Fu un piccolo gruppetto di donne, già legate tra loro da un forte legame religioso, che chiese a don Divo di essere guidato nel cammino spirituale. Egli accettò la proposta. Il Padre – da allora fu sempre chiamato così – dette presto a loro un programma di vita ben preciso: celebrazione quotidiana della liturgia delle Ore, impegno a custodire il sentimento della Divina Presenza pur nel consueto scorrere della vita di ogni giorno, studio e meditazione della Sacra Scrittura e dei testi della grande Tradizione cristiana orientale e occidentale, incontro di gruppo tutte le settimane e una giornata al mese di Ritiro. Barsotti sentiva fortemente la necessità che nella Chiesa si risvegliasse la sensibilità al primato dei valori contemplativi come parte integrante della vocazione del battezzato, in qualunque stato di vita si trovasse a vivere. Di qui anche il nome scelto da don Divo per la famiglia religiosa che gli si andava formando intorno: Comunità dei figli di Dio, il nome stesso della Chiesa. Pian piano la Comunità andò crescendo e negli anni dal 1950 al 1960 si formarono gruppi in varie parti d’Italia: a Viareggio, Venezia, Palermo, Modena, Napoli… Anche la struttura della Comunità si andò pian piano delineando, fino alla sua ultima definizione, che si ebbe quando all’interno della Comunità si realizzò la ‘vita comune’, e si aprirono alcune case, maschili e femminili, con una impostazione di vita molto vicina alla disciplina religiosa in senso classico. La Comunità dei figli di Dio si costituì allora come “famiglia religiosa” pur comprendendo al suo interno tutti i diversi stati di vita; è la sua struttura attuale, oggi che la CFD si è diffusa anche all’estero (Gran Bretagna) fino in Africa (Benin), in America latina (Colombia), in Asia (Sri Lanka) e in Oceania (Australia).

Il nome – La Chiesa è già la Comunità dei figli di Dio! Il nostro nome non indica quindi nulla di specifico… «Non vogliamo nulla di specifico perché nella nostra vocazione è compresa e realizzata ogni vocazione cristiana». Il nostro nome indica solo il nostro desiderio di essere più consapevoli di quello che il battesimo ha operato nella nostra vita. «Chiunque è battezzato è figlio di Dio e fa parte della Chiesa… ma vive anche come figlio di Dio?». (D.Barsotti)

Vivere da figli – Noi ci richiamiamo al battesimo: vogliamo impegnarci seriamente e con costanza nel realizzare quanto il battesimo è in potenza, vogliamo vivere radicalmente la nostra vocazione cristiana: «vivere nel mondo il mistero dell’adozione filiale nella perfezione della carità”».

Altra è la natura, altro è il vivere secondo la natura che un essere riceve con la sua nascita… Quanto più è perfetta una natura, tanto più lungo è il tempo che è necessario perché la natura realizzi ogni sua potenzialità”. (D.Barsotti)

 

Struttura – Questa la struttura in quattro Rami:

– Laici che vivono nel mondo, sposati o non sposati, i quali, dopo un congruo periodo di preparazione, si consacrano a Dio nella Comunità. È questo il I Ramo della Comunità.

– Sposi o coppie di sposi che desiderano impegnarsi a vivere in famiglia seguendo i dettami dei consigli evangelici e quindi professando i voti di povertà, castità coniugale e obbedienza. È il II Ramo.

– Chi, pur restando a vivere nel mondo, vuole vivere la sua donazione a Dio nello stato verginale può professare i voti religiosi di povertà, castità piena e obbedienza (III Ramo).

– Infine il IV Ramo comporta la vita religiosa nelle case di vita comune, con fratelli e sorelle che lasciano tutto per vivere in piccole fraternità la cui impostazione di vita è tipicamente monastica: preghiera, silenzio, lavoro, studio.

Anche i sacerdoti diocesani possono far parte della Comunità, mantenendo la propria identità secolare e collocandosi o nel primo o nel terzo ramo.

Spiritualità La spiritualità della CFD vuole essere una spiritualità monastica. Soprattutto nell’Oriente cristiano lo stato di vita monastico è inteso come la realizzazione piena della condizione di grazia del battezzato. Essere monaci vuol dire vivere come specifica vocazione la tensione alla piena realizzazione della vocazione battesimale, comune a tutti. Su questa base don Divo Barsotti, ispirandosi alla spiritualità orientale e specificatamente russa, ha ritenuto possibile proporre al semplice battezzato, pur immerso nelle realtà del mondo, l’ideale monastico, nella dimensione di un ‘monachesimo del cuore’, un ‘monachesimo interiorizzato’. Per questo i mezzi che la Comunità offre per rispondere a questa specifica vocazione sono quelli propri della grande tradizione monastica: la vita liturgica e sacramentale, la preghiera e l’ascolto della Parola di Dio, la vita fraterna. Secondo dei programmi stabiliti, i membri della Comunità meditano ogni mese un libro della Sacra Scrittura in modo da leggere la Bibbia in un ciclo sessennale; frequentano per quanto possibile la vita sacramentale e liturgica della Chiesa; pregano ogni giorno con la liturgia delle Ore, almeno in alcune sue parti. Nel corso della settimana i consacrati si incontrano in piccoli gruppi; incontri in cui si prega, si fa formazione biblica, si assimila la spiritualità del Fondatore, ci si confronta e ci si aiuta nell’entrare sempre più nel cuore della vita spirituale. Ogni mese poi c’è un incontro allargato tra i vari gruppi esistenti nella stessa zona (Adunanza) e una mezza giornata di Ritiro, privilegiando la dimensione religiosa del silenzio. Durante l’anno infine si organizzano diversi corsi di Esercizi spirituali di cinque giorni in varie regioni d’Italia, e un pellegrinaggio per la conoscenza di luoghi significativi per la nostra spiritualità.

Siamo monaci – In che senso?

Siamo monaci, cioè uomini e donne «ordinati tutti all’ascolto della Parola di Dio e alla lode di Dio», impegnati a trasformarci in preghiera, a divenire una preghiera vivente e incessante (cf. 1Ts 5,17; Lc 18,1). «Il nostro primo impegno è l’ascolto della Parola di Dio… e nella lode divina, nella preghiera del giorno, noi offriamo alla Chiesa il nostro cuore e le nostre labbra perché la Chiesa intera preghi attraverso di noi» e facciamo nostri i bisogni di tutta l’umanità in un’intercessione universale e costante. Siamo chiamati «a divenire sacramento vivente della presenza viva di Dio. Per questo come Gesù dobbiamo vivere nel seno del Padre e rimanere nel mondo in mezzo ai fratelli. Il nostro monastero è il mondo, la nostra vita deve essere la vita stessa di Gesù». (D.Barsotti)

Siamo monaci perché ci ispiriamo al monachesimo primitivo, non per la fuga dal mondo e per le austerità della vita, «ma per una certa libertà e per un più diretto ordinarsi dell’anima a Dio. La nostra vocazione altro non è che l’impegno di vivere il nostro battesimo… Siamo monaci perché non vogliamo dimenticarci che Dio deve essere il primo amato, che Dio deve essere la meta ultima del nostro cammino. Il nostro deve essere un monachesimo interiorizzato» che si realizzerà «se vivremo una unione sempre più perfetta con Dio». «Saremo veramente monaci se tutta la nostra vita sarà una sola preghiera».

In fondo il nostro essere monaci si riassume molto bene nel “Cerco Dio solo” che pronunciamo nel rito della consacrazione (cf. Regola di San Benedetto 58).

Una condivisione con il Serra

Ringraziamo don Carlo Rampone, Parroco a Villanova d’Asti, già rettore del Seminario interdiocesano Santa Maria del Cenacolo a Betania di Valmadonna (Alessandria), che ci ha offerto una sua testimonianza ed un messaggio di saluto al Serra e ai Serrani, cui si sente profondamente legato.

Di seguito il link al video.

 

Maria Lo Presti

Costruire la città

Nella giornata conclusiva del Convegno Nazionale Vocazioni 2022, il Card. Gualtiero Bassetti, Arcivescovo di Perugia – Città della Pieve e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, ha sottolineato quanto siano rilevanti testimonianze significative, esemplari, per un orientamento vocazionale. Ha così ricordato gli incontri fin da giovane, nella sua Firenze, con alcune personalità segnate da una spiritualità forte, vissuta nella concretezza della loro storia. Nel frattempo, ha delineato i tratti del suo percorso personale.

Di seguito il link alla relazione.

 

Maria Lo Presti

La storia possibile

La relazione di apertura del Convegno Nazionale Vocazioni 2022 è stata tenuta da S. E. mons. Paolo Bizzeti, Vicario apostolico dell’Anatolia. Già il titolo della relazione, La storia possibile, ha fatto entrare nell’esposizione del relatore che ha guardato alla sua storia vocazionale, fino all’attuale chiamata a svolgere il servizio episcopale per un territorio da cinque anni in attesa di un vescovo; un territorio in cui il cristianesimo è presente fin dalle sue origini. Mons. Paolo Bizzeti ha fatto riflettere sulla concretezza della storia personale, nella quale ciascuno può leggere la sua storia vocazionale.

Di seguito il link alla relazione.

 

Maria Lo Presti

Società di Servizio Sociale Missionario. Chiamati alla meravigliosa avventura dell’amore che si fa servizio

Carisma e Missione

I carismi sono doni dello Spirito Santo, dati per l’utilità del popolo di Dio, a vantaggio della santità della Chiesa e della sua missione (cf. Papa Francesco, Udienza generale, 6 novembre 2013). Vi sono diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito … uno solo è Dio, che opera tutto in tutti. E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l’utilità comune (1 Cor 12, 4-7).

Da tali asserzioni si evince che:

– il carisma è dono gratuito dello Spirito di Dio; espressione della relazione che Egli desidera instaurare con il ricevente; energia vitale che delinea il volto e la missione particolare di chi lo accoglie;

– la diversità dei carismi, tutti originati dal medesimo Spirito, è finalizzata all’utilità comune, “a rendere bella e attrezzata la Chiesa, nel tempo e nello spazio, per ogni opera buona” (cf. LG 12). Ognuno, quindi, riceve un dono specifico per cooperare, in sinergia con gli altri, a far crescere e a edificare il Corpo di Cristo nella carità (cf. Ef 4, 11-13);

– nessun destinatario può, dunque, ostentare vanto per il “dono” ricevuto, ma in tutta verità, nella consapevolezza di portare il tesoro in un vaso di creta, (cf. 2 Cor 4,7), può solamente rendere grazie e averne cura perché il dono sia utilizzato a vantaggio della santità e della missione della Chiesa.

Tale premessa la ritengo opportuna per sottolineare la sproporzione esistente tra il Donante e il ricevente, tra il valore del dono e la precarietà di chi lo riceve; ma il Donante – al quale niente è impossibile (cf. Lc 1,37) – non si lascia bloccare dal limite e dalla sproporzione, anzi, interpella il ricevente chiamandolo a lavorare con Lui e per Lui, nella Sua Vigna.

La persona chiamata, consapevole di non poter rispondere con le sue sole forze alla chiamata e, nello stesso tempo, certa della fedeltà operosa di Colui che la interpella, può, solamente affidandosi, rispondere: “Eccomi”.

Il Fondatore e il carisma del Servizio Sociale Missionario 

La chiamata alla sequela di Cristo con il dono del Servizio Sociale Missionario ci invita a partecipare alla Diaconia di Cristo, in una vita totalmente consacrata a Lui, servendo i poveri, i sofferenti, i lavoratori, con un “servizio sociale” che sappia utilizzare, in base ai segni dei tempi, i buoni frutti della scienza e della tecnica, per la promozione della giustizia nella carità.

È un dono che la Famiglia Missionaria ha ricevuto tramite la mediazione del Fondatore: il Card. E. Ruffini, Arcivescovo di Palermo dal 1946 al 1967.

Egli, arrivato a Palermo il 31 marzo 1946, di fronte alle rovine e alla grande povertà di una città distrutta dopo la II guerra mondiale, così si espresse: “Mi sono reso conto delle vostre necessità, dei vostri bisogni e sin da questo momento partecipo nell’intimo dell’animo a tutte le vostre necessità, ai vostri bisogni, e sarò con voi per migliorare le vostre condizioni …. Voglio essere solidale con tutti coloro che invocano giustizia: voglio essere difensore di quelli che, comunque, fossero oppressi, voglio essere il sostegno di tutti i cadenti (Dal Discorso di Ruffini ai Palermitani il 31.III.1946 – pubblicato da “La Sicilia del Popolo” del 2.4.1946).    

Il Cardinale dinanzi ad uno scenario di distruzione e a un popolo ricco di attese, di speranze, ma nello stesso tempo avvilito dalla povertà e dalla sofferenza, annunciò il Vangelo della carità adoperandosi per la liberazione e il riscatto delle persone da varie forme di oppressione, con la promozione e l’istituzione di diverse opere sociali rispettose delle esigenze e della dignità delle persone, esprimendo con le opere la sua grande fede (cf. Gc 2,18).

“Non si può avere pace, scrisse il Cardinale all’inizio del suo mandato, finché si sa che nella parrocchia vi sono poveri senza pane e senza tetto. … Sarebbe per noi vergogna continuare a vivere in dimore comode, se non provvedessimo a chi non ha dove poggiare il capo” (Card. E. Ruffini, Discorso al clero e ai religiosi, il 24.IV.1948, in “Voce Cattolica”, 2.V.1948).

L’obbiettivo dell’Arcivescovo era di rispondere senza ritardo al reale bisogno immediato, ma soprattutto, di mirare, nel rispetto della dignità della persona, allo sviluppo, alla crescita umana e sociale, desiderando e facilitando percorsi di inserimento sociale dei cittadini più poveri, offrendo loro pari opportunità e condizioni favorevoli.

Il Cardinale ha guardato al territorio come tessuto sociale, ambito di relazioni e di legami, ove la persona ha una storia, una rete di relazioni e ha desiderato creare, a livello di quartiere – in particolare nelle periferie – un polo aggregante e socializzante per favorire la crescita delle persone, delle famiglie, dei gruppi, della comunità nel suo insieme: Centro di Servizio Sociale con Ambulatorio medico, Scuola materna ed elementare, Corsi di alfabetizzazione per adulti, Corsi di qualificazione professionale maschili e femminili.

 

L’Arcivescovo ha promosso la realizzazione di Servizi non secondo standard già predefiniti, ma a partire dalle persone e dalla “definizione” del loro bisogno (cf. Villaggio Ospitalità per coppie di anziani); ha valorizzato il criterio della “temporaneità”, evitando così la stigmatizzazione della persona e la cronicità del bisogno (cf. Casa della Gioia, per bambini gracili e predisposti alla tbc), ha posto attenzione privilegiata alla famiglia, mediante la sicurezza di una casa, il conseguimento di una qualificazione lavorativa, l’opportunità di poter fruire nel territorio di servizi socio-sanitari-educativi- religiosi.

Egli era convinto che le scienze umane e sociali e il metodo del Servizio Sociale potessero offrire risposte sociali più idonee: la lettura della realtà, la programmazione dell’intervento con la partecipazione attiva degli stessi fruitori dei servizi, l’impegno per la promozione di Servizi che tutelassero e rispettassero la dignità di tutti, con attenzione privilegiata ai più poveri, era aderente alla sua visione di persona, soggetto di diritti e di doveri, aperto alla socialità, solidarietà, responsabilità, libertà. Fondò, a tal fine, la Scuola Universitaria di Servizio Sociale “S. Silvia”.

Una collaborazione particolarmente significativa l’ebbe da un piccolo gruppo di persone, alcune delle quali erano state da lui guidate spiritualmente e incoraggiate al servizio dei poveri, dei sofferenti e dei lavoratori fin dagli anni del suo ministero romano.

A Palermo il gruppo andò, via via, crescendo e il Card. Ruffini nel 1954, in risposta “ad una ispirazione divina”, come Egli stesso diceva, pensò di erigere canonicamente un Istituto col nome Assistenti Sociali Missionarie, oggi Società Apostolica di Servizio Sociale Missionario.

Società Apostolica che, come ci disse Paolo VI nell’Udienza del 4.01.1966, “non si propone soltanto il fine, pur altamente apprezzabile, di collaborare al progresso civile del mondo, ma quello di servire Gesù nelle opere e nelle persone che incontra [……] La Chiesa vi dice: col servizio date testimonianza di ciò che può la carità e fate trasparire la vostra fede e il vostro amore a Cristo”.

Missione e Spiritualità

 La Missione che scaturisce dal carisma, espresso nel “Veritatem faciente in caritate” (Ef 4,16), ci chiama a rendere manifesta nel servizio la verità evangelica perché ogni realtà umana e sociale cresca in Cristo, secondo il progetto del Padre; e ci invia a servire, ad amare come e perché il Signore ci ha amato, quanti:

  1. – si trovano in situazioni di povertà che ostacolano o ledono lo sviluppo integrale della persona;
  2. – soffrono in diverse e molteplici forme;
  3. – nel mondo del lavoro, lesi nella loro dignità, interpellano la Chiesa e la società.

Il dono – compito affidatoci ci chiede di:

  • vivere le relazioni secondo la logica della fraternità fondata sulla paternità di Dio;
  • farci prossimo, con carità sollecita, ai tanti crocifissi della storia, perché ognuno abbia vita e vita degna;
  • adoperarci per progetti di solidarietà; per processi di nuove forme di convivialità nel territorio; per la promozione e l’incremento di percorsi di giustizia sociale e di liberazione da strutture ingiuste; per l’assunzione, da parte di tutti, del dovere di concorrere al bene comune, a partire dal privilegio del povero, “perché tutti siamo veramente responsabili di tutti” (cf. Sollicitudo Rei Socialis, 38);
  • essere grati perché veniamo “beneficati” dal fratello che “aiutiamo”. Siamo loro debitori di quanto ci donano e ci offrono per la nostra crescita in umanità, per quello che siamo e che diventiamo con il loro aiuto.

La spiritualità, che si fonda sulla diaconia di Cristo, venuto a servire e non ad essere servito, ci sollecita a rimanere in Cristo, lasciandoci plasmare dal Suo Spirito, attraverso:

  • l’ascolto orante della “Parola”;
  • la contemplazione della Sua Incarnazione e della Pasqua, assimilandone i sentimenti e gli atteggiamenti;
  • l’incontro con il povero, sacramento di Cristo; crescendo nella consapevolezza che ogni forma di povertà presenta un aspetto particolare della passione del Signore;
  • l’apertura al dialogo con uomini e donne di ogni ambente e cultura;

ci pone come “icona” Maria, la Serva del Signore che vive la sua missione in costante atteggiamento di servizio.

Il Papa Paolo VI, Il Card.E. Ruffini e un gruppo delle ASM, nell’Udienza del 04.01.1966

            La Chiamata può essere vissuta:

  • nella consacrazione al Signore, mediante i voti di povertà, castità, obbedienza e la promessa di Servizio Sociale Missionario e la vita fraterna in comune;
  • nell’adesione all’Associazione di Servizio Sociale Missionario con impegni secondo lo stato di vita di ciascuno (laicale, diaconale, presbiterale);
  • nell’adesione a “Testimoni di speranza nella sofferenza”: persone che vivono la propria sofferenza in comunione con Cristo, secondo il carisma del SSM.

Oggi siamo un piccolo gruppo presenti in Italia, Spagna, Argentina.

Fare memoria delle radici fondazionali e dell’esortazione del Papa Paolo VI ci è motivo di gioia e gratitudine e, nello stesso tempo, ci invita a verificare, nell’oggi, la nostra risposta al dono ricevuto e a discernere ciò che lo Spirito ci dice nelle concrete circostanze che viviamo. In prospettiva di futuro, ci sollecita a partecipare in comunione con altri, come lievito nella massa, nell’individuare, con il dono specifico ricevuto, nuove possibili risposte alle sfide odierne.

M. Aurelia Macaluso asm

Club Caltagirone. Festa di Maria Bambina presentata al Tempio Patrona del Seminario e festa del Bicentenario di fondazione

Nella ricorrenza del Bicentenario di fondazione del Seminario diocesano, numerosi soci del Club nei giorni 21 e 22 Novembre hanno partecipato alla festa di Maria Bambina presentata al Tempio, Patrona del Seminario. Il Vescovo, Mons. Calogero Peri in una lettera alla Diocesi ha comunicato che in questo anno pastorale la Comunità del Seminario inizierà le esperienze pastorali il fine settimana nelle parrocchie della Diocesi. Esperienza che sarà d’aiuto in modo per conoscere i nostri seminaristi e per loro sarà l’occasione favorevole per conoscere le realtà della nostra Chiesa. Il Vescovo inoltre ritiene che sia opportuno il sostegno di tutta la comunità diocesana “Carissimi prendiamoci cura del nostro Seminario con l’affetto, la cura, la preghiera insistente e la nostra solidarietà, perché possa crescere in santità e grazia davanti a Dio e agli uomini”. Domenica 21 Novembre al Seminario Estivo di San Bartolomeo alle 18,30 dopo il Santo Rosario si è svolta la celebrazione eucaristica con i familiari dei seminaristi, le zelatrici, i zelatori dell’Opera Vocazioni Ecclesiastiche ed i soci Serrani.

Lunedì 22 Novembre nella Basilica Cattedrale San Giuliano alle 17,00 sono state presentate dal Rettore del Seminario Don Salvatore Luca le linee del progetto educativo relazionando sulle indicazioni che fornisce La Ratio Fundamentalis, promulgata l’8 dicembre 2016 dalla Congregazione per il Clero. Il Rettore ha evidenziato che la Ratio propone una formazione unica, integrale, comunitaria e missionaria che cura in maniera equilibrata tutte le dimensioni della persona del seminarista, cioè spirituale, umana, intellettuale e pastorale. Ancora Don Luca ha specificato che la formazione dei seminaristi è divisa in quattro grandi tappe: “tappa propedeutica” 8 1 o 2 anni ), “tappa degli studi filosofici” ( 2 anni ), “tappa degli studi teologici” ( 3 anni ) e “tappa pastorale” o di “sintesi vocazionale” ( 1 o 2 anni ). Intervento conclusivo del Vescovo che ha ancora una volta sottolineato che per incrementare la pastorale vocazionale è necessario l’impegno di tutti, in particolare dei parroci, prendendosi cura del gruppo ministranti e cercando di orientare i giovani in discernimento a partecipare agli incontri vocazionali mensili organizzati dal Seminario. Infine i seminaristi si sono singolarmente presentati alla comunità. Alle 18,30 è iniziata la solenne celebrazione eucaristica presieduta da S.E. Mons. Calogero Peri con la partecipazione del clero diocesano. Durante la celebrazione sono stati ricordati importanti anniversari di ordinazione sacerdotale, il 60° di Don Giacomo Gerbino, Parroco Emerito di Mazzarrone ed il 25° di Don Giuseppe Casanova, Don Francesco Brancato e Don Francesco Messina.

Mario Amore

Il Club di Grosseto si rallegra per Simone Castellucci

Simone Castellucci, seminarista della Diocesi di Grosseto, Domenica 21 Novembre 2021, nella solennità di Cristo Re, riceve il ministero dell’Accolitato nel Duomo di Orbetello.

Presiede il Rito, Sua Eccellenza Reverendissima mons. Giovanni Roncari, Vescovo delle Diocesi di Grosseto e Pitigliano-Sovana-Orbetello.

I ministeri del Lettorato e dell’Accolitato – ministeri istituiti – vengono ricevuti dai seminaristi nel corso degli anni, durante il cammino verso l’Ordine sacro: svolgere per qualche tempo questi ministeri-servizi ha una funzione formativa, mentre ci si prepara a ricevere il Sacramento dell’Ordine.

Buon cammino a Simone, agli altri tre ragazzi che hanno ricevuto il suo stesso ministero ed al nostro vescovo Giovanni, che oggi festeggia il VI anniversario di ordinazione Episcopale.

 

Accompagniamo tutti con le nostre preghiere, affinché il Signore li sostenga sempre, particolarmente nei momenti più difficili e faticosi.

 

Maria Rosaria Cacciabovi De Cesaris

Il Monastero Sacro Cuore di Erice

LA NOSTRA STORIA

Il Monastero Sacro Cuore nasce ad Alcamo (TP) il 24 giugno 1914 come fondazione del Protomonastero S. Chiara di Assisi, grazie a sr. Carmela Cherubina Paglicci Reattelli, sr. Chiara Giuseppa Corsini e sr. Maria Cherubina Bonifazi, donne dal cuore fecondo e aperte al soffio dello Spirito. Le Madri venute da Assisi trovarono in sito una piccola comunità religiosa senza però alcuna appartenenza ad un Ordine o Istituto, che prestissimo si arricchì di numerose vocazioni. Nonostante le inevitabili fatiche degli inizi, molte sono state le consolazioni di Dio per questo piccolo gregge voluto dalla Sua infinita misericordia. Dopo le vicende della I Guerra Mondiale, il monastero fu canonicamente eretto il 21 ottobre 1922 ed il 13 novembre dello stesso anno fu celebrato il primo Capitolo elettivo.  Tre giorni dopo, il 16 novembre, il nuovo Monastero fu inaugurato con il titolo di “S. Chiara del Sacro Cuore”. Con immensa riconoscenza possiamo ben dire che il «santo coraggio» lasciatoci in eredità da Madre Carmela Cherubina Paglicci Reattelli, sr. Chiara Giuseppa Corsini e sr. Maria Cherubina Bonifazi, incentivato dal desiderio e dall’urgenza di spandere il ‘seme clariano’ sino alle periferie della società di quel tempo, trova ancora vita e compimento nell’Oggi della nostra comunità. Infatti, un lungo e sofferto discernimento nato da alcune importanti problematiche strutturali e architettoniche del monastero, ci ha spinte alla ricerca di una struttura più adeguata alla nostra vita clariana facendoci salire “la montagna del Signore”, così come viene definita Erice (TP). Lo scorso 29 Ottobre 2020 abbiamo inaugurato la nostra presenza nel cinquecentesco convento donatoci dai Frati Minori Cappuccini di Palermo, con un piccolo gruppo di sorelle, dopo aver restaurato, grazie alla Divina Provvidenza, due piani della nostra nuova sede. Dopo il restauro di altri ambienti del pian terreno e ancora in attesa di un finanziamento pubblico che ci permetterà di completare i lavori, il 2 agosto 2021 l’intera comunità si ritrova finalmente riunita a Erice. Con gioia desideriamo innalzare il nostro grazie a Dio Padre delle misericordie per gli immensi benefici di cui ci ha colmate!

IL NOSTRO LAVORO

Vivendo il lavoro come grazia, la fatica quotidiana ci unisce in comunione con l’umanità che per vivere deve mantenersi.  E il lavoro, svolto per “l’utilità comune”, viene vissuto come luogo in cui si incarna il sacrificio della lode tanto gradito a Dio. Il nostro lavoro, dunque, che ci impegniamo a svolgere “con fedeltà e devozione”, come leggiamo nel cap. VII della nostra Regola, oltre alle quotidiane faccende domestiche, consiste nella realizzazione di preziosi ricami liturgici in oro e seta, nel restauro dei paramenti antichi, nella decorazione di ceri pasquali e candele, nella produzione di un vasto settore della legatoria con la creazione di copribreviari, coprimessali, coprilezionari, album fotografici e quaderni con coperte in cuoio, pelle, tela e carta decorativa.

ACCOGLIENZA

Nel cuore del terreno adiacente al monastero, nel nostro piccolo Eremo San Francesco, restaurato grazie alla solidarietà di alcuni fratelli e sorelle, diamo la possibilità di accoglienza autogestita per momenti di ritiro (personale o di gruppi), di riposo e di condivisione della preghiera liturgica della Comunità. Per chi lo desidera, la Chiesa del Monastero è aperta sia al mattino che al pomeriggio per la preghiera personale e, previo appuntamento, si può avere la possibilità di un incontro con le sorelle della comunità. Negli orari di ricevimento si può suonare alla nostra portineria o telefonare, per affidare le proprie intenzioni di preghiera alla comunità o scriverci per email.

LA VITA NEL MONASTERO

Il carisma delle sorelle povere di S. Chiara ha mosso i suoi primi passi nel 1211, anno in cui Chiara, nobile donna della città di Assisi, lasciò gli agi della casa paterna per seguire Cristo Povero e crocifisso. La novità evangelica della vita di Chiara e delle sue prime compagne consiste nel mettere insieme, in una sintesi armonica e creativa allo stesso tempo, la vita monastica tradizionale e la spiritualità di minorità e di povertà loro donata dal Poverello d’Assisi. Esse, cogliendo in pienezza il nesso operato da Francesco tra povertà evangelica e nozze con Cristo, scelgono di vivere una vita integralmente contemplativa tra le mura di un angusto luogo, così come fu definito il Monastero di S. Damiano. La povertà abbracciata da Chiara e dalle sue sorelle, oltre che ad essere una povertà materiale e spirituale è quindi anche una povertà di spazio, che trova forma ed espressione nella vita claustrale. L’avventura di Chiara e delle prime compagne non ha inizio da una regola ben definita: la loro forma vitae assume una fisionomia propria nei solchi della quotidianità. Tratto caratteristico della spiritualità delle sorelle povere è il tenere insieme, come in un mosaico dai variopinti tasselli, una vita di preghiera, di contemplazione e di lavoro, di silenzio e di fraternità. L’amore con cui Chiara ama il Cristo Suo Signore prende corpo in un’esistenza vissuta nel silenzio orante, nella continua lode a Dio, nell’intercessione costante per le deboli membra del Suo mistico corpo e nella cura attenta e materna verso ogni sorella. L’odierno documento Vultum Dei Quarere di Papa Francesco, così si rivolge a noi monache: “Siate fari, per i vicini e soprattutto per i lontani (…) Con la vostra vita trasfigurata e con parole semplici, ruminate nel silenzio, indicateci Colui che è via, verità e vita, l’unico Signore che offre pienezza alla nostra esistenza e dona vita in abbondanza”.

Monastero S. Cuore di Erice: la testimonianza vocazionale di sr. Chiara

Canterò in eterno l’amore del Signore,

di generazione in generazione

farò conoscere con la mia bocca la tua fedeltà

(Sal 89,2).

Nel Nome del Signore, Amen.

Nel narrare le meraviglie che il Signore ha operato e continua a operare nella mia vita, desidero iniziare con le parole di questo salmo per benedire con la mia vita e con il canto, Colui che in me e per me, ha operato grandi cose. Come il Padre S. Francesco riconosco l’iniziativa di Dio Padre nella mia vita, negli eventi, negli incontri che provvidenzialmente hanno incrociato la mia strada…in ogni cosa c’è sempre stato Lui!

Provando a balbettare la parola “vocazione”, mi viene innanzi agli occhi l’immagine di un grande mosaico in cui ogni giorno sono chiamata ad aggiungere una piccola tessera colorata. Questo mosaico è iniziato a comporsi nel giorno del mio battesimo (15 ottobre 1978) e si completerà al termine della mia vita terrena. Che cosa voglio dire? Che la vocazione matura con me e che ogni giorno sono chiamata per nome dal Signore, chiamata a dare il mio assenso alla Sua volontà. Ogni giorno il Signore mi svela qualcosa di nuovo, apre la mia mente a nuove comprensioni, mi fa intravedere il “mistero” della mia chiamata che rimane e rimarrà sempre un mistero del Suo Amore. La vocazione è quella “terra sacra” in cui Dio Padre passeggia con l’uomo.

Inizio dicendo il mio grazie al Padre delle misericordie, così come lo amava chiamare la Madre S. Chiara, per il dono dei miei genitori, dei miei nonni, dei frati minori e di tanti altri fratelli e sorelle incontrati nella mia vita che con semplicità mi hanno trasmesso i valori, la fede, la loro testimonianza di vita e di fedeltà. Riconosco che quanto ho ricevuto gratuitamente, oggi mi permette di essere quella che sono. La mia storia vocazionale è tanto semplice, non ha effetti eclatanti, ma ciò che l’ha resa avvincente è stata la pedagogia usata da Dio Padre per raggiungermi, per incontrarmi lì dove mi trovavo. Il Signore è sempre alla ricerca dell’uomo e l’iniziativa è sempre la sua. Come mi piace dire, il Signore ha tanta fantasia, è creativo e sa stupirmi lasciandomi senza parole e con il cuore colmo di tanta gratitudine.

Come è entrato nella mia vita? Attraverso dei semplici frati minori che abitavano presso il convento di S. Maria di Gesù (Alcamo) a pochi metri da casa mia. Si è servito di quel saio marrone, della loro giovialità, dei loro sorrisi con cui mi accoglievano, del loro vivere in fraternità…e nell’ormai lontano settembre 1993, proprio quell’amato convento divenne casa di postulato, ovvero una casa pronta ad accogliere coloro che si preparavano a diventare frati. Fino ad allora io avevo conosciuto solo frati anziani e non immaginavo che potessero esserci dei giovani miei coetanei che pensassero a tale “follia”, si perché per me era una vera e pura follia.

Con mio grande stupore, la loro scelta e la loro gioia, iniziò a suscitare in me parecchi interrogativi…. ma chi glielo faceva fare? Inizialmente li presi per pazzi nonostante mi incuriosiva conoscere le motivazioni di tale scelta. Più passavano gli anni e i gruppi di postulanti si alternavano di anno in anno, più cominciarono ad essere un forte interrogativo per me, ma non potendo essere un frate minore, scelsi di non sentire, di mantenermi distante, di rimuovere tale pensiero. Non era per me!!!

Frequentavo con assiduità il convento, la Gioventù francescana, mi diplomai al magistrale nel 1998, avevo la mia cerchia di amicizie, la mia relazione sentimentale, ero una patita di discoteche, pub…. il mondo con tutti i suoi rumori, i suoi colori e la sua vivacità mi piaceva e continua a piacermi, perché opera delle mani di Dio Padre. Questo per dire che la mia scelta non è stata un fuggire dal mondo o fuggire il mondo.

La svolta decisiva avvenne la notte del 3 ottobre 1997 alle ore 4,00 del mattino (solennità del Serafico Padre S. Francesco) proprio in discoteca, quando litigai con il mio ragazzo ponendo fine a quella relazione. Da premettere che mentre stavo con lui intensificai il mio rapporto con il Signore, mi recavo continuamente nella cappella del SS. mo Sacramento e lì dinanzi a quel tabernacolo dicevo: “Signore aiutami a capire se è l’uomo per me… Mostrami la tua volontà”.

Altre possibilità di fidanzamento si presentarono fino a poco prima di entrare in monastero, ma una sete profonda abitava il mio cuore e dopo ogni esperienza che al momento mi dava gioia, poi mi ritrovavo con un vuoto incolmabile. Mi mancava qualcosa e desideravo qualcuno che mi aiutasse a capire cosa mi stava accadendo, ma non fu così semplice trovarlo. Nel luglio 1998 partecipai a un’esperienza di eremo e fu proprio lì che mi ritrovai a chiedere aiuto ad un frate a cui non pensavo minimamente, ma che Dio Padre aveva scelto come quel pastore secondo il suo cuore che mi avrebbe guidato e aiutato a capire ciò che non capivo con le mie sole forze.

La Parola iniziò ad abitare il mio cuore, a mettermi in forte discussione, mi sentivo tanto confusa e allo stesso tempo ero felice. Il Signore incalzava con i suoi inviti, mi stava corteggiando in tutti i modi e alimentava in me il desiderio di conoscerlo, di cercarlo, di incontrarlo “vivo e vero” nella mia storia. Iniziai a peregrinare per la Sicilia e per l’Italia con la Gi.fra in cui mi immersi totalmente dal 1997 al 2001, frequentavo i conventi e gli istituti di suore missionarie francescane, partecipai a due missioni al popolo, a due campi vocazionali e a due eremi …cercavo di capire, volevo capire e mi imbattei nella marcia francescana verso Assisi (luglio-agosto1998). Il Signore mi attendava proprio lì, anche se il primo scossone lo ebbi sul monte la Verna il 1 agosto del 1998. Lì mi sentii raggiunta dall’Amore del Signore, forse ho assaporato appena un po’ di quell’amore che sperimentò il Serafico Padre S. Francesco in quel settembre 1224.

Assisi fu la mia Damasco, lì mi attendeva il Signore, proprio dinanzi alla tomba del Serafico Padre in cui abbassai ogni difesa, mi sentii chiamata per nome ed ebbi la certezza di ciò che voleva il Signore. Una voce mi risuonava nel cuore e mi sembrava di sentirla rimbombare in quella cripta a me tanto cara, “ti aspettavo”. Proruppi in un pianto interminabile e allo stesso tempo provai una profonda gioia che mi pacificava dentro…non stavo sognando, non ero impazzita e le mie domande lì ebbero una risposta. In un primo momento pensai che il Signore mi chiamasse a intraprendere la vita apostolica e partii per Roma in un istituto di suore missionarie francescane che già conoscevo. Nei tre mesi trascorsi nella città eterna, sperimentai una profonda inquietudine e nostalgia… Che cosa mi stava accadendo? Mi sentii stimolata dal di dentro a cercare conventi e monasteri vicini, le suore mi guardavano senza capire, era un controsenso, ma ricordo ancora la gioia provata non appena misi piede in un monastero. Pur non conoscendo le sorelle, io mi sentii a casa! Non era normale quello che mi stava accadendo, invece di leggere la biografia della fondatrice dell’istituto, prendevo tra le mani la vita di Chiara…. Chiara iniziò a parlare alla mia vita e alla mia sete di senso, non facevo altro che pensare a lei.

Il Signore, così come fece con il Padre S. Francesco, mi fece partire seguendo il mio sogno, ma lo trovai lì pronto a farmi comprendere che ero fuori strada, che non era quello il meglio che aveva pensato per me!!! In quell’ottobre 1999 ritornai con le suore francescane missionarie ad Assisi e lì dinanzi a quella tomba chiesi una parola e Francesco non tardò a darmela… “sii tu la mia pianticella”. Era giunto il momento di ritornare in Sicilia, di lasciare l’istituto perché lì il Signore mi avrebbe detto cosa fare e dove andare.

Come dire ai miei genitori che non era quella la mia strada ma la clausura? Pensavano che una volta ritornata da Roma, mi sarei fatta una famiglia e invece ero più decisa che mai a seguire il Signore. Prima che io dicessi a mia madre di voler continuare il mio cammino di ricerca, qualcuno mi ha preceduto nell’intento, sembrerà strano, ma fu proprio così.

Mia madre fu visitata in sogno dalla Madre S. Chiara, e fu lei stessa a dirle che mi voleva tra le sue figlie e sorelle. Al risveglio era in un lago di lacrime, e più mi guardava più piangeva, ma io non capivo cosa avesse fino a quando non me lo disse. Che cosa potevo fare? Ero senza parole, tramortita e non mi restò altro da fare che confermare quanto le era stato detto. Ricordo ancora le parole della mia amata nonna quando comunicai che volevo entrare in monastero…scese il silenzio e si sentì dire: “lasciatela andare, non mettetevi contro Dio” e così il 2 agosto 2001 varcai la soglia del monastero S. Cuore di Alcamo all’età di 22 anni.

La storia della mia vocazione non si è esaurita una volta entrata in monastero perché da quel 2 agosto 2001, il Signore ha continuato a chiamarmi per nome, a indicarmi la strada da seguire, a rialzarmi dopo ogni caduta, a farmi percorrere la via della mia incarnazione facendomi attraversare la mia umanità con le sue fragilità, i suoi limiti e il grande desiderio di essere madre. Il Signore non si impone mai, mi lascia sempre libera di rispondere, libera di tornare indietro o di proseguire il cammino dietro di Lui, libera di amarlo e di fare la sua volontà, ed è proprio da figlia libera e non da schiava, che ogni giorno dico il mio FIAT con gioia e gratitudine.

Sono felice di seguire il Signore, non mi sento impoverita di qualcosa, perché quando meno me lo aspetto, fa germogliare i fiori nel deserto, rende fecondo il grembo della sterile, lo zoppo salta come un cervo, grida di gioia la lingua del muto, scaturiscono acque nel deserto, scorrono torrenti nella steppa (cfr. Is 35), il cieco recupera la vista, la peccatrice è perdonata. Come diceva S. Teresa d’Avila: “chi ha Dio nulla gli manca”.

Concludo questo memoriale con il canto del Magnificat, perché insieme alla Vergine Maria, riconosco che “Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome” (Lc 1,49). Una vita non mi basterebbe per benedirlo e per annunciare a tutti la misericordia che mi ha usato e che continua ad usarmi.

A laude di Cristo, Amen.

Sorella povera di S. Chiara del monastero S. Cuore di Erice (TP)